13  DICEMBRE 2019
 

In generale, è possibile classificare le imprese di comunità in due macro gruppi. Il primo è costituito da quelle imprese che hanno deciso di far leva sulla diversificazione delle attività (sociali, produttive, sociali, culturali e ambientali). Il secondo, invece, racchiude quelle imprese che, per motivazioni differenti, hanno preferito (almeno nella fase di avvio) operare solo in specifici settori ritenuti funzionali al proprio progetto di sviluppo locale. Tra questi rientrano spesso settori non previsti dalla normativa sulle imprese sociali (D.Lgs. 112/2017, art.2), come l’agricoltura. In alcuni casi, infatti, l’agricoltura è il principale settore di intervento dell’impresa di comunità sia per recuperare terreni incolti o produzioni tipiche locali (es. Cooperativa di Comunità Terre Normanne di Calabria) sia per ripensare i modelli di agricoltura tradizionale (es. Cooperativa di Comunità Roccamadre o Cooperativa di Comunità BGO)22 attraverso nuove forme di produzione e scambio che, grazie al radicamento di queste imprese nella comunità, reintroducono elementi di reciprocità e redistribuzione intercettando bisogni interni ed esterni alla comunità (Mori, Sforzi, 2018).

Oltre all’agricoltura, tra le attività non previste nella normativa sull’impresa sociale, ma portate avanti dalle imprese di comunità, ci sono quelle legate alla gestione di negozi e punti vendita orientati alla distribuzione di generi di consumo e prodotti di ogni natura e tipo, spesso unici presidi di comunità, a cui si aggiunge la gestione di bar e di attività di ristorazione. Sono da segnalare, inoltre, quelle esperienze imprenditoriali di comunità che si occupano della produzione e gestione di beni e servizi di pubblica utilità (es. energia elettrica da fonti rinnovabili, servizi idrici, trasporti pubblici, servizi postali, ecc.) sia come unico fornitore che in alternativa a quelli già esistenti (Mori, 2014; Tricarico, 2015; Mori, Sforzi, 2018). Questi ambiti di intervento, tra cui soprattutto la produzione e gestione di energia da fonti rinnovabili, non sono previsti dalla normativa sulle imprese sociali, ma rappresentano attività che sempre di più stanno attirando l’interesse di numerose comunità e si stanno diffondendo tanto a livello nazionale che internazionale (Magnani, 2018; Tricarico, 2018).

Infine, un ultimo punto, che meriterebbe però ulteriori approfondimenti, riguarda non tanto l’indivisibilità del patrimonio o limiti alla distribuzione di utili, previsti dalla normativa sull’impresa sociale, quanto la garanzia che ciò che è stato creato a servizio della comunità e in funzione al benessere dei suoi membri lo sia anche nel corso del tempo, nell’interesse delle generazioni future. Se pensiamo ai beni immobili (es. un edificio) di proprietà di un’impresa sociale, secondo l’art. 12, comma 5 del D.Lgs. 112/2017 questi, in caso di scioglimento dell’impresa, devono essere devoluti o ai fondi mutualistici, in base a quanto previsto in tema di società cooperative, o ad altri enti del Terzo settore, costituiti ed operanti da almeno tre anni, o a fondi per la promozione e lo sviluppo delle imprese sociali (come indicato all’art. 16 della stessa legge). E questo, se pensiamo alle imprese di comunità, rappresenta un altro limite della legge sulle imprese sociali.

 

Indicazioni di policy

Dall’analisi della Legge 117/2017 sull’impresa sociale emergono una serie di elementi che la rendono al momento la legge più adatta per costituire e gestire imprese di comunità. I limiti individuati sono sicuramente meno rilevanti dei vantaggi e potrebbero essere superati più che da una nuove legge sulle imprese di comunità, da una semplice modifica della legge sull’impresa sociale che riconosca la suo interno l’impresa di comunità come una delle tipologie di impresa sociale da affiancare a quelle finalizzate a gestire una delle attività previste dalla legge e a quelle che indipendentemente dall’attività svolta hanno come obiettivo l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati. Le modifiche da considerare riguardano a nostro avviso quattro aspetti della legge attualmente in vigore.

 

Governance inclusiva e radicamento locale

L’articolo 11, comma 1 della D.Lgs. 112/2017 sull’impresa sociale prevede il coinvolgimento di soggetti diversi all’interno dell’impresa. Questo passaggio è un punto importante e critico allo stesso tempo. Importante, perché sottolinea che il coinvolgimento di portatori di interesse diversi (teoricamente anche non soci) è un obbligo di legge. Critico, perché non pone alcun vincolo al numero minimo delle diverse tipologie di soggetti che devono essere coinvolti, come invece previsto, ad esempio, dalla normativa francese del 2001 che, nell’introdurre una nuova forma di impresa (SCIC, Société Coopérative d’Intérêt Collectif), stabilisce obbligatoriamente la presenza di almeno tre tipologie di soci all’interno dell’impresa. Tra questi devono rientrare lavoratori e beneficiari (European Commission, 2016; Fici, 2016). A nostro avviso, fermo restando il principio della porta aperta e di una governance inclusiva (indicando che possono assumere la qualifica di soci le persone fisiche, le persone giuridiche, gli enti di Terzo Settore e gli enti pubblici), per far sì che l’impresa di comunità sia il più possibile rappresentativa degli interessi e dei bisogni della comunità nella quale opera, è necessario prevedere una base sociale plurima indicando che l’impresa di comunità debba essere costituita, come avviene in Francia, da almeno tre tipologie diverse di soci. Strumento, questo, più efficiente in termini di rappresentanza della comunità locale rispetto ad un numero minimo di soci residenti in percentuale al totale della popolazione locale residente (previsione presente nelle leggi delle Regioni Puglia e Abruzzo). Per garantire che l’impresa di comunità non sia controllata da soggetti esterni alla comunità, è sufficiente introdurre nella legge sull’impresa sociale una norma specifica rivolta alle imprese di comunità nella quale sia previsto che i residenti di un dato territorio debbano rappresentare la maggioranza dei soci e/o degli amministratori o, ancora, attribuendo loro maggiore peso rispetto ai non residenti. Criteri simili, ad esempio, sono già previsti nell’ordinamento cooperativo per altre tipologie di soci, come quella dei soci sovventori (Legge 59/1992, art. 4), i quali non possono rappresentare la maggioranza degli amministratori – che deve obbligatoriamente essere costituita da soci cooperatori – o i cui voti non devono superare un terzo dei voti spettanti a tutti i soci. Introdurre elementi di questo tipo potrebbe, inoltre, contribuire a delimitare l’ambito territoriale di operativa dell’impresa (che sarà indicato negli statuti delle imprese, dando libertà alle stesse, quindi, di definire i confini entro i quali realizzare le loro attività), cosa non prevista dalla legge sull’impresa sociale, e a salvaguardare il fatto che le attività perseguite dall’impresa di comunità siano davvero fatte dalla comunità per la comunità.

Un altro punto connesso al radicamento locale delle imprese di comunità riguarda il loro patrimonio, con particolare riguardo ai beni immobiliari (es. edifici). Nella legge sull’impresa sociale, infatti, da nessuna parte è previsto che questi beni debbano rimanere di proprietà (o gestiti) della comunità. Anche in questo caso sarebbe sufficiente una modifica della legge sulle imprese sociali con cui, con specifico riguardo all’impresa di comunità, si introduce l’obbligo di devolvere il patrimonio residuo all’interno della stessa comunità, aggiungendo semplicemente il vincolo territoriale a quanto previsto dall’art. 12 comma 5 del D.Lgs. 112/2017: «altri enti del Terzo settore costituiti ed operanti da almeno tre anni [nel territorio di riferimento dell’impresa di comunità». Infine, per quanto riguarda i beni immobili di proprietà pubblica o privata, ma non dell’impresa di comunità, potrebbe essere eventualmente introdotto un articolo che offra l’opportunità alla stessa comunità di rilevare il bene (e perché no anche un servizio), come previsto ad esempio dall’ordinamento inglese (Community Right to Bid/Buy o Community Right to Challenge)23.

 

Attività e ambiti di intervento

L’impresa di comunità si sviluppa a partire dalla capacità degli attori locali di valorizzare le risorse interne alla comunità e di attrarne di nuove. Per fare questo, però, è necessario che l’impresa possa svolgere qualsiasi attività senza alcuna limitazione. Come abbiamo visto, l’elenco delle attività di interesse generale previste per le imprese sociali (art. 2, D.Lgs. 112/2017) è molto ricco, ma non abbastanza. Detto ciò, anche questo problema può essere facilmente risolto non tanto con una modifica dell’art. 2 del D.Lgs. 112/2017 – opzione prevista dal comma 2 dello stesso articolo – quanto introducendo la possibilità per le imprese di comunità di realizzare “qualsiasi tipo di attività” purché nell’interesse generale della comunità (come indicato sempre nell’art. 2 al comma 4 per le imprese che inseriscono particolari categorie di persone – svantaggiate, con disabilità, beneficiarie di protezione internazionale).

In aggiunta, affinché l’impresa sia in grado di dimostrare che attraverso le attività realizzate persegue davvero l’interesse generale della comunità potrebbe (eventualmente) essere inserito un obbligo di certificazione, come avviene, ad esempio con il community test delle Community Interest Company inglesi.

 

Mutualità prevalente

Un altro aspetto riguarda la necessità di superare il criterio della mutualità prevalente (intesa nel senso che più del 50% degli scambi deve avvenire con soci) nel caso le imprese di comunità siano costituite in forma cooperativa. A questo fine le strade da percorrere potrebbero essere due. Indicare all’interno della legge sull’impresa sociale che a) le cooperative di comunità sono di diritto a mutualità prevalente (come previsto per le cooperative sociali) oppure b) inserire una deroga alla definizione di prevalenza così come previsto per altre tipologie cooperative dal Decreto del Ministero delle Attività Produttive del 30 dicembre 2005 (in Gazz. Uff. 25-01-2006, Serie Generale n.20) “Regimi derogatori ai criteri per la definizione della prevalenza di cui all’articolo 2513 del codice civile” per le società cooperative.

 

Lavoro volontario

Infine, un ultimo aspetto, che sicuramente necessiterebbe di approfondimenti che eccedono le finalità di questo lavoro e per cui ci limitiamo a una considerazione di carattere generale, è la necessità per le imprese di comunità di poter coinvolgere nell’attività dell’impresa persone a titolo volontario senza limitazioni sulla loro numerosità, soprattutto con riferimento al numero dei dipendenti dell’impresa, superando le limitazioni attualmente previste sia per le cooperative sociali che per le imprese sociali.

Nella legge sull’impresa sociale è prevista l’opportunità di coinvolgere nell’attività dell’impresa persone a titolo volontario, a patto che il loro numero non sia superiore a quello dei lavoratori. Questo è un passaggio delicato e importante al tempo stesso.

Delicato perché è bene impedire che il lavoro volontario non si trasformi, specie in alcuni contesti, in uno strumento per non riconoscere il lavoro giustamente retribuito come uno strumento di sviluppo umano, di realizzazione personale e integrazione sociale, capace di contribuire al benessere individuale oltre che collettivo.

Importante perché per quasi tutte le imprese di comunità esistenti oggi in Italia il contributo volontario che gli abitanti (siano essi finanziatori o beneficiari diretti o indiretti delle attività realizzate dall’impresa) possono apportare per il funzionamento dell’impresa è indispensabile non solo per la sostenibilità economica di queste imprese, ma anche come modo per coinvolgere attivamente i membri della comunità e promuovere l’aggregazione e l’inclusione. Prevedendo questa possibilità per tutte le imprese di comunità (indipendentemente dalla forma giuridica scelta) i soggetti interessati potrebbero decidere in accordo con l’impresa (inserendo le diverse modalità di coinvolgimento negli statuti) la quantità di tempo da mettere a disposizione a titolo gratuito e concordare con la stessa le attività da realizzare, senza necessariamente diventare soci dell’impresa, ma ricevendo tutte le tutele assicurative necessarie.

 

Conclusioni

Come delineato, la normativa sull’impresa sociale presenta già molti elementi indispensabili a garantire che l’impresa operi realmente per la comunità e nel suo interesse, attraverso la partecipazione dei suoi membri (o almeno di una parte). Al momento, quindi, essa è sufficiente nell’offrire il “vestito” giusto ad un fenomeno come quello delle imprese di comunità ancora in fase di sviluppo e, soprattutto, di consolidamento. Un vestito che potrebbe essere facilmente reso ancora più adatto intervenendo con una modifica dedicata della stessa legge sull’impresa sociale.

L’attenzione verso il fenomeno potrebbe così spostarsi dal dibattito sulle leggi regionali e nazionali – spesso interessate solo alla capacità delle imprese di comunità di rilanciare le aree marginali del Paese, tralasciando le loro potenzialità in contesti urbani, o concentrate solo su alcuni aspetti, come la composizione della base sociale, senza tenere in considerazione il complesso di specificità che le imprese di comunità rappresentano – agli strumenti di policy più adatti a promuovere nuovi processi socio-economici che stanno alla base di questo tipo di imprese.

L’attenzione dei policy maker dovrebbe, infatti, concentrarsi su interventi mirati a promuovere e sviluppare nuove capacità imprenditoriali di tipo comunitario, a rafforzare il senso di appartenenza comunitario e a incoraggiare, promuovere e facilitare la partecipazione degli abitanti e la costruzione di reti di relazioni tra questi, tra le organizzazioni (profit e non profit) già esistenti e con la pubblica amministrazione, favorendo un’integrazione tra le loro azioni.

La partecipazione della comunità è sicuramente l’aspetto più delicato. Se un modello di governance inclusivo può essere un obbligo normativo (indipendentemente dalla presenza di vincoli più o meno stringenti), la partecipazione può essere prevista, ma non forzata, come, invece, fanno alcune normative regionali, né può limitarsi solo ad alcune categorie di stakeholder (es. lavoratori e soci). Ma piuttosto che insistere nel voler affidare ad una normativa questo importante elemento che caratterizza le imprese di comunità, gli interventi di policy dovrebbero accompagnare e sostenere le imprese in questo compito, contribuendo a quel processo di trasformazione e riorganizzazione della pubblica amministrazione in senso più partecipativo, che sempre più deve imparare a cooperare con i propri cittadini. In questa direzione vanno ad esempio:

  • la riforma del Titolo V, parte II della Costituzione (Legge 3/2001, art. 118, comma 4), che ha introdotto il principio di sussidiarietà orizzontale nell’ordinamento italiano;
  • il Regolamento dell’Unione Europa n. 390/2014, con cui è stato istituito il programma “L’Europa per i cittadini” orientato alla promozione della cittadinanza europea e alla partecipazione democratica e civica dei cittadini dell’Unione, che riafferma la centralità del principio di “cittadinanza attiva”;
  • gli articoli 55, 56 e 57 del Codice del Terzo settore, che puntano sulla co-progettazione, la co-programmazione, la cooperazione, la sussidiarietà e la condivisione di obiettivi comuni tra pubblica amministrazione e popolazione locale.

Tutti interventi, che se realmente applicati, potrebbero sostenere le stesse imprese di comunità nel promuovere e incentivare il coinvolgimento dei soggetti (singoli o associati) che vivono e lavorano nelle rispettive comunità. Stimolare la partecipazione dentro e con l’impresa, e più in generale all’interno della stessa comunità, non deve essere solo una necessità economica: deve avere piuttosto una valenza sociale. I soggetti coinvolti devono sentirsi parte di un progetto più ampio. La funzione dell’impresa di comunità va, infatti, oltre quella meramente economica in quanto rappresenta uno strumento nel quale gli abitanti di un dato luogo hanno l’opportunità di confrontarsi, collaborare e contribuire con le proprie idee e risorse alle attività dell’impresa. Un’impresa nella quale gli abitanti, attraverso la condivisione dei mezzi e i fini dell’azione – sociale prima ed economica poi – realizzano collettivamente i propri bisogni e le proprie aspirazioni individuali, innestando un processo di cambiamento culturale e politico che aiuti a superare un modello bipolare Stato-mercato che non è riuscito a garantire non solo la crescita ma neppure la sopravvivenza di un numero crescente di comunità.

Jacopo Sforzi Euricse

Carlo Borzaga Università degli Studi di Trento - Euricse