13  DICEMBRE 2019
 

Siamo Qua – Quartiere Bene Comune è un caso interessante in quanto ha registrato un significativo protagonismo da parte della cittadinanza che ha aderito ai laboratori, portando sia progetti già in essere per un loro possibile sviluppo sia nuove istanze da elaborare in nuove iniziative. Inoltre, esso presenta una natura fortemente contestuale dal momento che tutte le iniziative hanno avuto un presupposto fondativo nei bisogni, nel capitale umano e nelle caratteristiche peculiari dei singoli quartieri e frazioni. Per tali motivi, il caso Siamo Qua – Quartiere Bene Comune ben si presta a riflettere su come sia possibile definire un modello di scalabilità di progetti d’innovazione sociale fortemente grass-roots che, superando i vincoli territoriali e temporali, permetta di identificare possibili variabili di scalabilità.

Dal punto di vista metodologico, è stato condotto uno studio qualitativo basato su fonti documentali quali, ad esempio, materiali di comunicazione realizzati dal Comune e report raccolti nel corso dei laboratori di cittadinanza. Più nello specifico, sono state considerate le schede di presentazione di ogni singolo progetto, i report di accountability e valutazione della partecipazione ai laboratori, le analisi SWOT realizzate dal Comune e i testi degli accordi di cittadinanza sottoscritti. Oltre all’analisi documentale, sono state effettuate 29 interviste approfondite a soggetti coinvolti nel progetto e individuati attraverso contatti forniti dal Comune e metodo snowball (Biernacki, Waldorf, 1981; Zikic et al., 2010). Le interviste hanno coinvolto diversi soggetti (coordinatori dei laboratori di cittadinanza, referenti, volontari e beneficiari) che hanno partecipato a vario titolo a 11 progetti selezionati sulla base della loro rappresentatività al fine di includere iniziative che hanno avuto diversi gradi di successo (quindi anche iniziative che hanno presentato forti criticità) e una copertura omogenea degli ambiti territoriali coinvolti nei progetti. Nelle interviste le domande si sono focalizzate su temi quali: background dell’intervistato, obiettivi del progetto, caratteristiche e percezione del territorio in cui il progetto è stato realizzato, livello motivazionale generato dal progetto, ruolo della pubblica amministrazione, impatto sociale del progetto. Successivamente alle interviste sono stati condotti tre focus group a cui hanno partecipato 19 persone tra referenti, volontari e beneficiari dei progetti attivati sul territorio. L’analisi delle interviste e dei focus group si è focalizzata sulla rilevazione di elementi trasversali ai progetti, per valutare in che modo possano costituire caratteristiche chiave in grado di incidere sulla loro scalabilità. Tale rilevazione si è basata sulle sei categorie concettuali (building blocks) di cui si compone il concetto di innovazione sociale: a) caratteristiche chiave; b) obiettivi; c) approccio; d) processo; e) governance; f) condizioni sistemiche (Montanari et al., 2017).

 

Risultati

Le analisi hanno evidenziato come, seppur focalizzati sulle peculiarità di contesti fortemente “micro” (quartieri e parti di essi come ad esempio strade, parchi o particolari luoghi) e su tematiche eterogenee, i diversi progetti presentino alcuni elementi di ricorsività. In particolare, le analisi hanno evidenziato 13 elementi trasversali ai progetti che rappresentano caratteristiche chiave in grado di creare presupposti di replicabilità: 1) nuovi spazi; 2) nuova socialità; 3) domanda di bisogni sociali; 4) obiettivi chiari; 5) mappatura; 6) realtà organizzata; 7) motivazione; 8) reti di reciprocità; 9) gestione del tempo; 10) reti geografiche; 11) senso del luogo; 12) strumenti e leve di policies; 13) capitale umano. Tali elementi sono stati raggruppati sulla base dei sei building blocks che costituiscono il concetto di innovazione sociale (Figura 2):

montanar02 Figura 2. Gli elementi che favoriscono la scalabilità di progetti di innovazione sociale.

Per quanto riguarda il primo building block, le analisi hanno rilevato due elementi: la tensione a realizzare nuove socialità e nuovi spazi. Per nuove socialità si fa riferimento alla volontà di pensare a nuovi modi di stare insieme tra le persone, per rilanciare relazioni di solidarietà tra cittadini, fornire strumenti di risposta a bisogni sociali e anche per connettersi in modo più efficace con l’amministrazione pubblica. Si tratta di un elemento importante in quanto si focalizza sulla capacità di creare e mantenere strutture relazionali dense e stabili, che emergono come elemento importante per riuscire a trovare soluzioni a bisogni emergenti. Per capire questo aspetto possiamo fare riferimento a quanto detto da una volontaria di un’iniziativa educativa per famiglie e bambini (intervistata #11): “La ludoteca ci ha aiutato a integrarci nel paese visto che siamo qui da poco e a mostrare al piccolo [il figlio] cosa vuole dire socializzare, visto che vede la mamma parlare con altre persone”. L’elemento dei nuovi spazi, invece, si riferisce alla capacità di riscoprire e rigenerare luoghi non più utilizzati dalla comunità, ma potenzialmente funzionali a costruire esperienze e a stimolare relazioni di solidarietà. Ai fini della scalabilità di un progetto, questo elemento è rilevante in quanto gli spazi costituiscono un punto di riferimento cognitivo e identitario importante, modellando anche il senso di appartenenza a un territorio (Relph, 1976). A tal proposito, l’intervistato #10 (referente di un progetto educativo per l’infanzia) ha affermato: “Abbiamo visto che c’era uno spazio adibito a ludoteca ma non più utilizzato; abbiamo pensato che, se l’avessimo sistemato, avrebbe permesso a molte persone di stare insieme: le famiglie si sono impegnate per sistemarlo, da allora ci si trova ogni settimana con i bambini ed è diventato elemento cardine della comunità”.

Con riferimento al secondo building block, gli elementi chiave emersi sono obiettivi e bisogni sociali da soddisfare. In tal senso, risulta di primaria importanza declinare in modo preciso la mission che si vuole realizzare nei termini di rilevamento e soddisfazione della domanda di bisogni espressi dalla comunità di riferimento, al fine di garantirne l’empowerment e favorire un radicamento collettivo del progetto. Ad esempio, sono interessanti le parole dell’intervistato #8: “Ci siamo resi conto, come comunità, che i nostri figli avevano diritto di ricevere quello che noi stessi avevamo ricevuto da piccoli, ovvero trovarci intorno al frutteto curato dai nostri genitori. Continuare a tramandare il senso di comunità era un bisogno condiviso da molti e così, visto che l’esigenza non riguardava solo pochi, insieme abbiamo trovato una risposta”.

Se la definizione degli obiettivi e l’individuazione di un bisogno rappresentano due elementi da tenere sempre in considerazioni, dal punto di vista dell’approccio da adottare è emersa la criticità di due elementi: la realizzazione di una mappatura del territorio e la costituzione di una realtà organizzata. Per mappatura si intende lo studio e la verifica delle peculiarità del quartiere in termini di conformazione fisica, di conformazione delle reti sociali e di composizione sociodemografica. Si tratta di un passaggio centrale, in quanto mappare i fattori contestuali aiuta a costruire proposte più coerenti, fattibili e funzionali. Per esempio, nel caso di un progetto di agricoltura urbana, i volontari coinvolti hanno analizzato il territorio in termini di spazi, esigenze delle famiglie e capitale umano, a partire dalle loro esperienze e relazioni. A tal proposito, l’intervistato #4 ha riferito: “Senza uno studio e un’analisi preliminare, non saremmo riusciti a capire come mettere a terra le nostre idee: ci serviva capire le persone e le strutture che animano il quartiere”. Oltre alla mappatura, la replicabilità di un progetto è facilitata dall’attivazione di una realtà organizzata per il coordinamento del progetto. Per realtà organizzata, si intende la strutturazione di una forma di coordinamento che implichi un qualche grado di formalizzazione e che permetta di evitare un’eccessiva personalizzazione. Dalle analisi, infatti, è emerso che nei progetti che hanno avuto maggiore efficacia i volontari si sono dati una qualche forma strutturata di coordinamento, ad esempio creando un’associazione oppure appoggiandosi a un centro di aggregazione o a una realtà organizzata (parrocchia, società sportiva, ecc.) preesistente sul territorio. A tal proposito, un architetto di quartiere1 (intervistato #17) ha detto: “Per fare in modo che il progetto possa essere messo in pratica e inizi a sviluppare relazioni, serve una forma organizzata, altrimenti non vi è un senso di responsabilità comune e condiviso”.

Con riferimento al quarto building block (natura processuale dell’innovazione sociale), le analisi hanno evidenziato tre elementi chiave: motivazione, reti di reciprocità e gestione del tempo. Per quanto riguarda il primo, le persone intervistate hanno notato come la replicabilità di un progetto non possa prescindere dal riuscire a motivare i soggetti coinvolti. Se i soggetti partecipanti sono adeguatamente motivati, infatti, non solo si ha una moltiplicazione del patrimonio di competenze e saperi a disposizione, ma è altresì possibile contribuire alla crescita del progetto attraverso l’attivazione di dinamiche relazionali positive. Esemplificative in tal senso sono le parole dell’intervistata #12 (volontaria di un progetto di servizi educativi): “Prima mi sentivo spenta, con questo progetto ho ricominciato a vivere e a capire quanto potevo dare alla mia comunità”. L’aspetto relazionale è confermato dall’importanza delle reti di reciprocità, cioè dalla presenza di relazioni contraddistinte da coesione, fiducia e aspettative di sostegno reciproco (Gouldner, 1961). Interessanti in tal senso sono le parole dell’intervistato #3 (referente di un centro aggregativo): “Ci siamo resi conto che la qualità delle relazioni è centrale: qui abbiamo fatto fatica a causa di relazioni incancrenite da episodi passati”. La reciprocità tende ad emergere quando vi è corrispondenza tra le aspettative degli attori in gioco. In questi casi, è più probabile che le persone si sentano coinvolte e ascoltate dando vita a una dinamica positiva in cui ogni soggettività può attivarsi insieme ad altre. Ad esempio, un volontario di un progetto relativo alla cura ambientale della propria frazione (intervistato #7) ha detto: “Adesso ci si passa parola per organizzare pulizie ecologiche alla domenica mattina, ci coinvolgiamo a vicenda su cura del territorio”. Nei casi in cui la corrispondenza tra le aspettative degli attori non sia rispettata, invece, tende a generarsi un senso di disaffezione che mina il successo di un progetto. Ad esempio l’intervistato #2 ha affermato: “La sede è stata inaugurata ma mancano ancora le strutture per lo studio che erano state promesse; avevamo già promosso l’attività tra gli studenti, adesso è difficile convincerli nuovamente a tornare”.

Il terzo e ultimo elemento chiave del processo di implementazione è la gestione del tempo, che va intesa come la capacità di dare valore al tempo destinato alle attività del progetto. In tal senso è utile che le persone percepiscano il tempo investito come tempo dedicato alla cura dei propri legami sociali. In numerosi progetti, infatti, le persone coinvolte apprezzano il fatto che il progetto sia diventato uno strumento di costruzione e rinnovamento di comunità. Ad esempio, l’intervistato #6 (volontario di un’iniziativa ambientale) ha riferito: “Il tempo dedicato al progetto diventa tempo in cui si coltivano reti amicali, dove quindi la percezione dell’impegno nell’attività entra nello spazio intimo individuale e familiare, ne fa parte, non è esterno, così il volontariato soddisfa un bisogno personale su base sociale”.

Per quanto riguarda il building block rappresentato dalla governance, dalle analisi sono emersi due elementi utili per rafforzare la continuità e la replicabilità: la presenza di reti geografiche e l’elaborazione del senso del luogo. Per reti geografiche si intendono quelle forme spaziali (centri sociali, scuole, parrocchia, parchi, ecc.) che, se presenti in un ambito territoriale, rivelano la possibilità di una fruizione di luoghi comuni e della creazione di una dimensione comunitaria. Infatti, la presenza di luoghi intorno ai quali si possono sviluppare dinamiche di partecipazione è centrale per coinvolgere e far stare insieme le persone. A tal proposito, il referente di un progetto di agricoltura urbana (intervistato #5) ha detto: “Ci siamo resi conto che nel corso delle attività del progetto non riuscivano a far partecipare il quartiere come volevamo perché mancava un luogo di aggregazione comune di riferimento”. Per senso del luogo, invece, si intende la percezione del valore simbolico e culturale, costruitosi nel corso del tempo, di un determinato luogo e delle esperienze che vi sono vissute, in modo tale che esso diventi significativo dal punto di vista sia affettivo sia funzionale. In questa direzione, un progetto necessita di infrastrutture fisiche e relazionali che siano un riferimento identitario, visibili in termini materiali e simbolici per la comunità. Infatti, la percezione che una comunità ha degli spazi intorno alle quali vive è un elemento fondamentale per raggiungere gli obiettivi di un progetto. L’intervistato #16 (architetto di quartiere), in relazione a un progetto di sviluppo di un centro aggregativo, ha detto: “La sede scelta per il nuovo centro di partecipazione del quartiere in verità non è stata percepita come parte della comunità, poiché rappresentava una ferita urbanistica nel tessuto sociale del quartiere stesso; questo non ha favorito il successo del progetto”. In un altro caso, una partecipante a un’iniziativa di realizzazione di un frutteto (intervistata #9) ha affermato: “Con le attività del progetto è cambiato il senso di questo luogo: ora me lo prendo ancor più a cuore, come se fosse parte di me”.

Infine, con riferimento alle condizioni sistemiche sono stati individuati due elementi trasversali ai progetti analizzati: gli strumenti e le leve di policy da un lato, il capitale umano dall’altro. Nel primo caso, ci riferiamo al set di figure professionali, programmi e interventi della pubblica amministrazione finalizzati a supportare processi di innovazione sociale e sui quali un progetto può fare affidamento. Si tratta di un elemento rilevante in quanto concorre a sostenere la prossimità istituzionale della pubblica amministrazione e a ridurre le distanze con i cittadini. Questo aspetto è stato sottolineato dai soggetti intervistati che hanno colto gli sforzi del Comune e in particolare quelli finalizzati alla creazione di una nuova figura professionale di coordinamento, definita architetto di quartiere. Ad esempio, l’intervistato #18 (volontaria di un’iniziativa educativa per bambini) ha detto: “Non mi sarei mai aspettata che il Comune, visto il suo investimento istituzionale sulla scuola, appoggiasse un progetto del genere, nato dal basso in una zona rurale, peraltro con un contatto continuo da parte dell’architetto di quartiere”. La rilevanza di questo elemento è evidente laddove si crea un meccanismo di intermediazione virtuoso che riduce la sensazione di isolamento e di episodicità del progetto stesso, con possibili ricadute positive sulla sua continuità e replicabilità. Per quanto riguarda il secondo elemento, cioè il capitale umano, si intende la messa a disposizione di saperi, conoscenze e competenze che possono facilitare e sostenere l’avanzamento di un progetto. Esemplare in tal senso è quanto indicato da una volontaria di un progetto per l’infanzia (intervistata #22): “Tutto passa dalle persone e dalle loro competenze, sono importanti a livello sia dei funzionari comunali sia di chi ci aiuta a portare avanti le attività”.

 

Conclusioni

L’analisi dei progetti sviluppati all’interno dei laboratori di cittadinanza Siamo Qua – Quartiere Bene Comune ha permesso di identificare un set di elementi distintivi che costituiscono non solo le proprietà di ogni singolo progetto, ma anche quelle caratteristiche che incidono sia sul suo radicamento nel territorio da cui ha avuto origine (assicurandone una durabilità e continuità localizzata), sia sull’ampliamento e sulla potenziale replicabilità in altri territori, diffondendo così esperienze innovative in contesti che presentano condizioni differenti. Dallo studio del caso è stato possibile definire un modello per la scalabilità dei progetti di innovazione sociale. Se è vero, infatti, che la base per l’efficacia di tali iniziative sembra risiedere nella capacità di stimolare iniziative dal basso e fortemente context-specific, è altrettanto rilevante la necessità per i soggetti pubblici di agire al fine di garantire la loro replicabilità temporale e territoriale senza snaturare la loro natura emergente e spontanea (cosa che conduce spesso al rischio di fallimento).

Il presente articolo, dunque, offre un contributo al tema di come sistematizzare e definire i requisiti necessari per progettare in modo efficiente ed efficace interventi di innovazione sociale a partire dalle esigenze localistiche, ma garantendone anche la replicabilità temporale e territoriale. In particolare, vi sono tre considerazioni che paiono più significative. Innanzitutto, il modello evidenzia l’importanza degli aspetti relazionali che devono essere attivati attraverso i progetti di innovazione sociale. L’aspetto sociale, infatti, non costituisce solo una caratteristica del fine ultimo per cui questi vengono attuati (cioè la soddisfazione di un bisogno sociale), ma anche il loro elemento definitorio principale. È solo attraverso l’attivazione di legami tra i diversi ambiti della comunità che si possono realizzare efficacemente processi di innovazione sociale, garantendone anche una durabilità che possa andare anche al nucleo ristretto dei soggetti promotori. A quest’ultimo aspetto si riferisce la seconda considerazione: l’importanza di superare la personalizzazione dei progetti attuando opportune scelte di organizzazione che diano continuità e stabilità ai progetti. Se spesso i progetti di innovazione sociale sono attivati come risposta a bisogni percepiti da uno specifico gruppo di persone, il modello mostra come sia fondamentale riuscire a coinvolgere gruppi di soggetti più ampi e ad agire per rendere più strutturato il coordinamento e l’engagement dei soggetti potenzialmente utili al successo di un progetto. Naturalmente, non occorre arrivare a livelli eccessivi di formalizzazione, i quali potrebbero portare il rischio di demotivare le persone e ingessare i processi, ma a opportune forme di coordinamento che fungano da volano e moltiplicatore del patrimonio di saperi e conoscenze potenzialmente disponibili in loco. La terza e ultima considerazione riguarda il ruolo degli spazi fisici: anche in presenza di una progressiva de-materializzazione delle dinamiche sociali e lavorative, la possibilità di avere luoghi concreti che diventino importanti ancore cognitive e identitarie svolge un ruolo importante. Questa osservazione ben si lega alla natura generativa e partecipata dell’innovazione sociale che può produrre valore condiviso soprattutto con riferimento ai processi di rigenerazione urbana che hanno occupato le agende dei policy maker e che spesso si sono rivelati di successo laddove sono stati centrati su progetti di innovazione sociale (Montanari, Mizzau, 2016; Rago, Venturi, 2014).

Fabrizio Montanari Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Damiano Razzoli Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Matteo Rinaldini Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia