11  NOVEMBRE 2018
 

Tecnologie interattive: quanto c’è di “sociale”?

Non tutte le tecnologie richiedono quindi interattività, ma quelle che lo fanno – e i settori che le utilizzano – sono un’area ad alta crescita; alcune di esse vengono sussunte sotto il termine-ombrello di sharing economy. Pais e Provasi (2015) categorizzano queste ultime attività in sei categorie:

  • schemi di affitto, in cui l’utilizzo di un bene di proprietà di una società specializzata che però tipicamente lo sottoutilizza è reso disponibile a molti partecipanti a un network (ZipCar);
  • schemi di affitto peer-to-peer, in cui il proprietario del bene che viene condiviso (shared) è una persona fisica (Airbnb);
  • economia on demand, in cui persone che hanno una certa abilità – anche se non professionalmente certificata – offrono propri servizi attraverso un network (Uber, BlaBlaCar);
  • schemi di baratto, in cui lo stesso tipo di offerta viene remunerato non in denaro (time banking, local exchange trading systems: TimeRepublik);
  • open source software (Linux, Apache, Android);
  • crowdfunding nelle sue varie forme incluso il social lending.

Alla lista bisognerebbe probabilmente oggi aggiungere gli schemi che utilizzano distributed ledger e blockchain (Bitcoin, Ethereum) che sono un incrocio di varie delle categorie precedenti (al minimo quasi-baratto e open source) con un fattore nuovo – non molto “sociale” ma sicuramente economico – costituito dalle cripto-valute che le sostengono.

Un elemento innovativo in Pais e Provasi è la distinzione del modus della reciprocità in tre campi, correlati a quelli identificati dalla “economia del dono” (Gui, Sugden, 2005):

  • reciprocità vera e propria;
  • collaborazione;
  • common pool;

e l’assegnazione delle varie categorie di sharing economy a una di queste tre o ad altre.

Nell’assegnazione di Pais e Provasi una buona parte della sharing economy viene collocata nella categoria dello scambio di mercato; questo accade per il car sharing, per Uber, Airbnb, per le piattaforme di matching di domanda e offerta di lavoro (Upwork). Ritengo che il social lending (che in Italia è la gran parte del crowdfunding) e soprattutto l’equity-based crowdfunding vadano anch’essi posizionati nella stessa “casella”.

Alla categoria della collaborazione possono essere accostate le piattaforme di viaggio (BlaBlaCar) o di pranzi in comune (EatWith/Gnammo). Il crowdfunding reward-based (Kickstarter, Eppela e varie altre piattaforme italiane) può essere assegnato a questa categoria – a condizione che il reward sia significativo – ma il confine con il crowdfunding donation-based è sottile, e quest’ultima categoria di operazioni va invece messa nella “reciprocità strettamente intesa”, insieme al couchsurfing, che non ha un aspetto economico rilevante, e alle banche del tempo.

Pochissime forme sono assimilabili alla modalità di redistribuzione, che associamo al settore pubblico, anche se alcune iniziative “smart” di autorità locali (social street a Bologna) possono essere rilevanti.

In conclusione, le attività della sharing economy, che sono economicamente rilevanti, a massima crescita e a massima esposizione mediatica, non sono “sociali” nel senso di appartenere alla categoria polanyiana della reciprocità. Sono meccanismi di mercato che – come altri più tradizionali tra cui banalmente i centri commerciali o i bar, nella loro dimensione di luoghi di ritrovo o addirittura di “cultura popolare”, ma più efficientemente – fanno perno sull’interazione fra le persone.

C’è una questione rimanente, quella dell’impatto sociale positivo che si produce nella misura in cui si rendono più dense le relazioni umane in un mondo in cui molti invece si isolano e “giocano a bowling da soli”. Credo si tratti di una dimensione importante, ma di interpretazione non univoca. L’impressione che ricavo leggendo buona parte della letteratura sulla sharing economy è che si muova dall’ipotesi che qualsiasi tipo di interazione sociale sia inerentemente positivo per chi partecipa e quindi per l’economia e la società13. L’immagine che associo è quella di un grafo (network) in cui i nodi sono gli individui e la sharing economy è un meccanismo capace di formare nuove connessioni fra essi: il grafo diventa mano a mano più denso. Se definiamo capitale sociale – come molti sociologi da Bourdieu in avanti – essenzialmente come la connettività di ogni nodo, allora inequivocabilmente la sharing economy produce capitale sociale. Ma… calma un attimo. Una connessione può avere varie qualità14, positive o negative. Per esempio, gli ospiti di Airbnb potrebbero escludere sistematicamente i giovani, i vecchi, i neri, gli arabi o gli ebrei; un hotel non potrebbe farlo per legge, ma non c’è nessuna protezione del genere nella sharing economy, almeno in quella attuale; né c’è protezione di uno dei due nodi connessi – il lavoratore – in alcune delle entità della sharing economy, nella misura in cui esse praticano una forma di occupazione non soggetta alle limitazioni del “normale” diritto del lavoro (Comito, 2016; Maggioni, 2017) o peraltro un impatto ambientale non regolato causato per esempio dalle emissioni dei mezzi di trasporto.

 

L’area di ambiguità

Se ci addentriamo ancora un po’ – proseguendo nel continuum precedente – nelle nuove tecnologie basate ancor di più sull’interazione fra persone, le cose si fanno più confuse. Possiamo focalizzare il problema ponendo una domanda specifica: un social network fa parte o no dell’“economia sociale”?

Qualche ragione per il sì: la partecipazione è volontaria, non discriminata e generalmente non remunerata; l’accesso al network migliora (salve le patologie) la felicità individuale, altrimenti non se ne spiegherebbe il successo; la ragione per partecipare è (salve le patologie) quella di mettersi (o mantenersi) in contatto con gli altri ed ampliare la conoscenza di persone e fatti. Qualche ragione per il no: non esiste – o comunque non esiste un diritto a – una governance democratica della rete di contatti; l’impresa che gestisce la rete spesso è for profit e talvolta fa una “ottimizzazione” fiscale spinta che suona di evasione (un comportamento non granché sociale); la qualità del lavoro può essere pessima; in qualche caso di ispirazione commerciale (come l’area dei commenti dei clienti su Amazon) l’interazione sociale è in realtà molto vincolata, e incoraggiata primariamente nella misura in cui favorisce le operazioni dell’impresa (vendere oggetti)15. In ogni caso, il network di per sé – i partecipanti e le relazioni fra loro – non è nemmeno un fenomeno economico, ma primariamente sociale, benché con riflessi economici.

Come si vede, c’è un’area non banale di ambiguità.

 

Distinguere il sociale dal semplice interattivo

Nonostante l’incertezza, ritengo che un partecipante alla “economia sociale” tradizionalmente intesa non avrebbe molti dubbi e direbbe che un social network di per sé non ne fa parte. Soprattutto, direbbe che non ne è parte l’impresa che lo gestisce, se di sociale ha solo la retorica e forse una politica di CSR.

Potremmo accettare questo punto ed eleggere a primo criterio, per decidere della “socialità” di una categoria di operazioni economiche, quello di guardare alle organizzazioni che originano e/o gestiscono i beni, servizi e interazioni sociali che costituiscono quelle operazioni; è opportuno che tali organizzazioni soddisfino un qualche criterio di socialità, altrimenti prima o poi è prevedibile che quei beni o servizi o interazioni saranno piegati ad altri scopi. Non si tratta di una questione di accesso al mercato (molte organizzazioni di Terzo settore lo hanno) o di redditività ex post, ma di orientamento alla redditività ex ante. Più in generale si tratta di governance: nello stesso modo in cui giudichiamo bene o mal governata una società profit (o anche nonprofit) all’interno di un’analisi ESG, possiamo estendere l’analisi a una piattaforma della sharing economy. Il risultato – sia in termini di trasparenza che di motivi – non sarà sempre lusinghiero.

Un secondo criterio è quello di guardare all’impatto delle operazioni economiche in questione. Qui non si può pretendere grande precisione. Nella “catena dell’impatto” (input-attività-output-outcome-impatto), il grande salto nella concettualizzazione dei risultati è quello tra output e outcome; la differenza è che gli output misurano l’estensione degli effetti diretti dell’attività di una organizzazione sociale – es. il numero di persone sfamate (o istruite, o collocate al lavoro), la quantità di erogazioni, l’outreach ottenuto nel fare credito o l’ammontare erogato di quest’ultimo – mentre gli outcome misurano l’effetto che questi effetti esercitano sul benessere delle persone. Quando tali effetti sono molti ed eterogenei, c’è il problema largamente irrisolto di produrre misure di sintesi16.

Come conseguenza, c’è una robusta ritrosia di molti attori del settore sociale (almeno quello italiano) a ragionare in termini di outcome; ciò sembra avvenire un po’ per le oggettive difficoltà menzionate, un po’ per la resistenza al cambiamento, un po’ perché decidere della maggiore o minore importanza di certi effetti ha un sapore “politico” non imparziale (come quando si valuta, diciamo, l’effetto di attività culturali contro quello dell’assistenza sociale). La scarsa fortuna dell’affermazione di un ministro della Repubblica che “con la cultura non si mangia” – benché letteralmente ovvia – mostra che si tratta di un terreno minato sul quale ci si può giocare la credibilità.

Tuttavia l’incapacità di misurare, con precisione e parsimonia, l’impatto delle attività sociali sulla vita delle persone non deve far perdere di vista le differenze macroscopiche. Tra due imprese nello stesso settore – diciamo un ospedale privato – di cui la prima si impegna in attività di rivitalizzazione del territorio e la seconda no, la prima si può definire a maggior impatto sociale, indipendentemente da quanto le due imprese sfruttino tecnologie interattive (per esempio per la comunicazione e la discussione dell’esito di esami clinici). Misurare l’impatto con precisione può essere proibitivo, ma riconoscerlo – magari in relativo a una situazione benchmark in cui è assente – non è un gran problema. A volte, è anche possibile dimensionarlo almeno approssimativamente, ad esempio su una scala Likert (da 1 a n, con n tipicamente dispari, e declaratorie del tipo che va da “1-nessun impatto” a “n-forte impatto sull’intero sistema”)17.

Un terzo criterio è quello semantico sopra accennato (Romer-Sundararajan). Una formulazione semplice è chiedersi se sostituendo l’aggettivo ambiguo “sociale” con il più preciso “prosociale” (o “inclusivo”, o perfino “relazionale” nel senso dei beni così chiamati) faccia storcere il naso oppure no. Nel primo caso bisogna drizzare le antenne e non dare per scontata la “socialità” di ciò che si sta considerando. In generale, la distinzione è fra attività che sono costituzionalmente dirette ad aumentare il benessere personale e/o collettivo (prosociali) e attività che richiedono solo un’interazione diretta con altri individui (interattive).

Un quarto criterio prevede di guardare alle risorse che sono state eventualmente sacrificate per migliorare la “socialità” dell’attività considerata. Tipicamente, nell’economia sociale queste risorse – che avrebbero potuto essere monetizzate e non lo sono state – esistono e sono abbastanza evidenti: donazioni o erogazioni, garanzie, rinuncia a profitti, rinuncia a parte di remunerazioni finanziarie o del lavoro, prestazione gratuita di tempo e di lavoro18. Se non ci sono sacrifici di risorse mi pare difficile chiamare “sociale” – e non for profit – un’attività economica, che comunque non avrebbe potuto produrre maggiori rendimenti.

Per tornare alla sharing economy: Uber permette ai guidatori di guadagnare un reddito di sopravvivenza sfruttando meglio la loro automobile e aumenta la disponibilità di taxi per i clienti, riducendone un po’ il costo, come farebbe un indebolimento della regolamentazione: è un modo più efficiente di sfruttare le risorse – forse, perché andrebbe considerato l’effetto sull’obsolescenza delle automobili – ma non mira direttamente ad un impatto sulla vita delle persone, non è gestito gratuitamente, sfrutta di fatto il lavoro nero dell’“esercito di riserva” e aggira una serie di normative a impatto sociale, particolarmente quelle che impongono parità di trattamento per tutti i clienti. Qualcosa di simile si può dire di Airbnb. Come Pais e Provasi, concludo allora che molta della sharing economy è interattiva, forse efficiente, ma non prosociale.

I social network sono un caso più sfumato: benché non gestiti solo per il benessere delle persone19, e benché il tipo di interazione sociale che essi implicano possa essere problematico, i fattori economici sono meno estremi; inoltre, possibilità e gradimento di una maggior interazione sociale tra i partecipanti sono evidentissimi, più diffusi (riguardano molte persone) e profondi (possono cambiare la vita di ogni persona). Che il “capitale sociale” lì creato non sia sempre positivo è forse una realtà, ma non è specifica dei social network: mafie, gruppi politici estremisti, sette religiose e altri ci sono riusciti benissimo nella storia anche senza tecnologie avanzate (Ferguson, 2017); e così i loro contraltari “positivi”, come le mutue, i gruppi politici patriottici o democratici (Carboneria, Giustizia e Libertà, ecc.), le confessioni mainstream, che hanno prodotto effetti prosociali importanti pur con tecnologie minimali. La tecnologia determina l’estensione, più che la natura, degli effetti prodotti a valle.

 

Conclusioni

L’economia sociale, come intesa qui, è l’insieme di operatori e operazioni a contenuto economico la cui ragion d’essere – ciò che le sue organizzazioni (o le attività all’interno di organizzazioni più grandi) si prefiggono costituzionalmente – è il raggiungimento di cambiamenti favorevoli nelle vite degli individui che ne sono attori o utenti. Un loro marker tipico è il fatto che qualcuno sacrifichi risorse per il bene comune: risorse finanziarie, economiche, o in natura.

Ho argomentato che per evitare confusioni, quando descriviamo un pezzo di economia che pretendiamo “sociale”, è opportuno controllare se la descrizione regga la sostituzione di “sociale” con “prosociale” o “inclusivo”: fatto intenzionalmente allo scopo di migliorare le condizioni di vita, private e/o collettive, di un gruppo specifico di individui altrimenti esclusi. Questo è il criterio semantico. Altri parametri di distinzione sono quelli che guardano: la natura dell’organizzazione che gestisce il network (se sia essa stessa, nella sostanza, “sociale” o no); il controllo sulle risorse sacrificate sull’altare della socialità; e l’apprezzamento dell’impatto – almeno nel senso di descrivere la pluralità degli outcome raggiunti – dell’attività svolta.

Credo che questo eviti confusioni dell’economia sociale tradizionale con la sharing economy; Uber o Airbnb non hanno quella ragion d’essere, qualsiasi cosa esse affermino nei loro mission statement; non sono gestiti da organizzazioni “sociali”; non hanno un impatto “sociale” che vada al di là della maggior disponibilità e diminuzione dei costi per gli utenti. Forse migliorano l’efficienza complessiva del sistema economico, nello stesso modo in cui agirebbero nuove tecnologie non-interattive o una riduzione dell’eccesso di regolamentazione. Se lo fanno sono benvenute, ma per quanto mi riguarda non “sociali”.

Non è che tutta la sharing economy sia a-sociale: ricordiamo l’inserimento di parte del crowdfunding, del time sharing e del couchsurfing nell’ambito della reciprocità; e non è che la tecnologia in genere sia socialmente neutra; ma spesso la socialità della prima non è più che un gioco di parole, e quella della seconda un effetto non intenzionale.

Distinguere non significa rigettare20. Nei limiti in cui è desiderabile che si sviluppi una maggiore densità di contatti sociali, più diffusi anche se non necessariamente profondi (ma sappiamo bene che i “legami deboli” possono alla fine esercitare forti impatti), possiamo argomentare che la sharing economy aumenta il “capitale sociale”. Personalmente preferisco pesare, oltre che contare, i legami fra persone nel valutare il capitale sociale; e forse qualche volta assegnare un peso negativo ad alcuni legami (es. i miei con alcuni “leoni da tastiera” che avvelenano Facebook). È anche vero che a forza di isolarsi dentro un orgoglioso castello, prima o poi si perisce, e l’economia sociale non fa eccezione. Forse meglio considerarsi una delle sfumature di grigio negli assi che descrivono le attività tra economiche e sociali, le tecnologie fra “fredde” e interattive, e le motivazioni fra il lucro e l’impatto sulle vite altrui.

 

DOI: 10.7425/IS.2018.11.07

 

Ringraziamenti

Grazie a Marco Morganti e Marco Demarie per le molte discussioni sull’economia sociale; il primo, anche per avermi stimolato a lavorare su queste cose in Banca Prossima e ora nell’iniziativa Impact del gruppo Intesa Sanpaolo. Ringrazio Ivana Pais per avermi introdotto acutamente alla sociologia economica della sharing economy. Senza Jelena Krsmanovic non avrei tradotto lo sticker sull’economia sociale in esergo (immetterlo nel Google Translator per credere). Tutto quanto scritto qui è responsabilità esclusivamente mia; in particolare, non riflette né implica opinioni di alcuna entità del gruppo Intesa Sanpaolo o delle persone citate.

Marco Ratti Intesa Sanpaolo - Banca Prossima