10  DICEMBRE 2017
 

È vero che i decisori (ovvero le imprese retiste) sulla base di un programma comune possono collaborare nell’ambito delle rispettive imprese, ma anche scambiare know-how o prestazioni industriali, commerciali, tecnologiche, esercitare in comune attività di impresa, contribuire in ultima analisi al processo di rivalorizzazione socioeconomica del territorio, ma perché ciò decolli davvero è necessario che la cooperazione nasca da motivi non strumentali (gli incentivi fiscali o i benefici dell’intervento pubblico) ma dalla “fiducia” tra agenti.

verdeBox 1. Contratto di rete: nuova forma contrattuale di innovazione organizzativa

 

Il superamento del dilemma del prigioniero in una ottica di “cooperazione non strumentale”. Il ruolo del capitale sociale

Fin qui si è discusso dell’idea tradizionale di razionalità economica, secondo cui la “cooperazione”, in un’ottica strumentale e condizionale, può essere raggiunta solo quando si è capaci di auto-vincolarsi (attraverso la sottoscrizione di accordi, contratti) a delle regole non opportunistiche, per un bene individuale maggiore. E ciò dipende fortemente dall’esistenza di un sistema di premi e punizioni adeguate (e comunque tali da modificare la gerarchia dei payoffs) con alta probabilità di enforcement.

Tuttavia, il “contratto”, pur essendo un’importante forma di reciprocità, indispensabile per la vita civile, non sempre è un sistema in grado di attivare forme di cooperazione. Detto in altro modo, la cooperazione può nascere anche da una fonte diversa da un contratto con clausole tali da modificare la struttura dei payoffs di un gioco one shot. Quale altra via consente di uscire dalle secche del Nash equilibrium? O meglio, come si attivano comportamenti di cooperazione se la reciprocità, anche in presenza di contratti, non emerge?

La letteratura sembra indicarci una strada: è possibile evitare esiti dilemmatici (cui si può giungere, come si è detto, anche in presenza di accordi vincolanti) solo se si inizia a sposare la logica di un agente non standard per la teoria economica, ossia quella di un agente che non ragiona solo in termini di come massimizzare benefici o minimizzare costi, ma che misura la bontà di un’azione per il suo valore intrinseco e non sulla base della sua capacità di essere un mezzo per ottimizzare i risultati (come, invece, è abituato a fare l’homo oeconomicus mosso dal solo self-interest). Nella società civile, come messo in evidenza da un vasto filone di studi, sono presenti forme di cooperazione che si sviluppano sulla base di un agente che fa le sue scelte mosso da un tipo di razionalità diversa dall’idea standard.

È proprio con queste forme di cooperazione, caratterizzate da interazioni che si ripetono, “liberamente e senza sistemi di enforcement legale”, che si entra nel campo della reciprocità, che gli economisti (soprattutto il filone dell’economia civile legato in Italia a Stefano Zamagni e Luigino Bruni) da un po’ di tempo hanno iniziato a coltivare insieme a sociologi, antropologi e altri scienziati sociali.

La trasformazione del gioco che avviene in questo caso è innanzitutto quella di considerare che il gioco è ripetuto, non è one shot. Ciò comporta che vi è sempre la possibilità di valutare benefici che durano nel tempo in contrapposizione a benefici maggiori, ma di durata limitata; andando al di là della logica di scelte vincolate sempre e comunque ad un calcolo, vi è lo spazio per introdurre elementi legati al desiderio di preferire la cooperazione, di volere alimentare circuiti di quella benevolenza che Smith non nega, ma considera la base della convivenza umana (Sen, 1981).

L’idea che si possa riqualificare un determinato contesto urbano senza prestare attenzione ai sistemi di relazione è, dunque, a ben vedere, molto debole, soprattutto quando i sistemi di incentivo non sono così forti da modificare le convenienze degli agenti in modo palese.

Occorre, perciò, guardare in un modo nuovo l’economia urbana prestando maggiore attenzione alle relazioni sociali, alla qualità della vita e alla dimensione sociale dei piani di sviluppo. Se l’involuzione della città è andata di pari passo con l’abbandono di una visione civile del mercato appare evidente che, per la rigenerazione della città, è necessario un ritorno all’economia civile, dove l’incremento del benessere collettivo vada di pari passo con l’attivazione di positivi legami sociali in una logica di reciprocità genuina, non strumentale (Bruni, 2006).

La riqualificazione urbana costituisce dunque un’occasione per promuovere il riavvicinamento tra reti economiche e reti sociali che negli ultimi decenni sembrano seguire orientamenti divergenti.

Si propone, pertanto, un modello di sviluppo fondato sul binomio tradizione e innovazione, in cui il territorio con la sua storia, tradizioni, saperi e identità relazionale costituisce un valore aggiunto e soprattutto un vantaggio “competitivo” difficilmente riproducibile in altri contesti. Un modello di sviluppo caratterizzato non solo dalla ricerca di una ripresa economica, ma soprattutto dal miglioramento della qualità della vita (Sen, 1999), evidenziando così una nuova logica su cui fondare il sistema socio-economico.

Ricercare la storia e la cultura di determinati territori, rappresenta il punto di partenza, non solo in un’ottica di tutela, conservazione e valorizzazione ma soprattutto come fattore in grado di promuovere lo sviluppo economico e sociale e di dare un obiettivo comune (un progetto condiviso) agli agenti.

Occorre creare le giuste premesse affinché si possa avviare un “processo” orientato a ricostruire nuovamente un’identità culturale locale intesa come individuazione, tutela e valorizzazione di tutti quei fattori che contribuiscono a creare la specificità e l’unicità di determinati luoghi come Piazza Mercato e dintorni.

L’identità non è sicuramente qualcosa che si può generare calando soluzioni dall’alto, ma è il frutto dell’incontro tra persone che interagiscono in modo continuo e proficuo in specifici contesti urbani. L’identità non è neppure qualcosa di statico, ma subisce trasformazioni nel tempo, rendendo evidente il compromesso tra conservazione e innovazione su cui si basa. Del resto, i luoghi urbani, per mantenere una connotazione identitaria, devono conservare un “nucleo” stabile ma al contempo essere in grado di rispondere alle nuove richieste della popolazione. In questo quadro, allora, l’identità è il risultato della continua negoziazione tra gli attori in gioco (Mela, 2006).

In un percorso di valorizzazione di un territorio elementi intangibili quali, identità, storia locale, fiducia, legami interpersonali, conoscenza reciproca, costituiscono senza dubbio la matrice identitaria su cui attivare innovative dinamiche di sviluppo locale.

L’elemento che sembra fare la differenza in termini di ripresa e di sviluppo sostenibile di un territorio è il suo capitale sociale, inteso nell’accezione culturale, di impronta macroeconomica, come la cultura civica che frena l’opportunismo e favorisce il rispetto delle regole della convivenza collettiva.

Sembra opportuno spendere qualche parola in più su questo concetto, così rilevante che la letteratura recente ha spesso messo al centro dell’attenzione, e che anche nella teoria dei giochi può essere usato per dare contenuto a strategie di cooperazione che ci portino fuori dal Nash equilibrium.

Il primo contributo sul tema è attribuibile a Putnam (Putnam, 1993). Nella visione del politologo statunitense il capitale sociale si identifica con requisiti “culturali”, come la struttura delle relazioni, i valori, le norme, che favoriscono un ordine sociale contraddistinto dalla “generale cooperazione” per il bene comune.

Il capitale sociale inteso come bene pubblico fatto di norme di reciprocità e cooperazione, di reti di impegno civico e di partecipazione, deriva dalla presenza di un diffuso sentimento di fiducia generalizzata, cioè dal sentimento che ci si possa fidare degli altri in quanto “cittadini”, non in quanto soggetti appartenenti a determinati gruppi/categorie (come può essere ad esempio l’appartenenza ad una rete di imprese). Fukuyama (1995) identifica il capitale sociale proprio con la fiducia, cioè la capacità di instaurare comportamenti cooperativi derivanti da caratteri culturali che tendono ad autoconformarsi.

La prima caratteristica che le interazioni sociali devono possedere perché possa svilupparsi la fiducia è la stabilità degli incontri. Nei giochi sperimentali in cui i giocatori hanno a disposizione una sola mossa, in cui la scelta razionale, come si è detto, è la defezione o la non cooperazione (il Nash equilibrium, appunto), il rischio che entrambi i giocatori adottino una mossa sleale è altissimo. Questi giochi simulano le interazioni fra soggetti che si incontrano senza conoscersi o che sanno che non si incontreranno una seconda volta. Sono le interazioni nelle quali scattano tutti i meccanismi possibili della diffidenza ma anche dell’opportunismo: I giocatori non hanno alcun controllo sull’azione dell’altro, non possono né premiarlo se si comporta in modo cooperativo, né punirlo se si comporta in modo opportunistico, perché non vi sarà un secondo stadio del gioco.

I comportamenti di fiducia e di affidabilità, di contro, crescono con la connessione sociale: i giocatori adottano con più probabilità strategie cooperative che massimizzano l’utile reciproco, piuttosto che l’utile proprio, quanti più contatti hanno in comune e quanto più lunga è la relazione (affinché si generi fiducia le relazioni devono essere stabili). L’importanza della conoscenza reciproca e dei contatti comuni è la variabile chiave perché gli individui si possano fidare degli altri (Alesina, La Ferrara, 2002).

In particolare è la relazione di fiducia autentica, interpersonale, quella cioè che non risponde alla logica individualistica, che, non essendo esclusivamente intrapresa per un puro scopo individuale, può giocare un ruolo-chiave nell’attivazione e consolidamento di processi di cooperazione. Essa, in quanto forma di fiducia “donata”, risulta maggiormente in grado di produrre risposte “affidabili” da parte degli agenti coinvolti nella relazione e di consentire il superamento del dilemma del prigioniero. Se la sola motivazione ad intraprendere un’azione fiduciosa è l’aspettativa di reciprocità, come nel caso di chi decide di aderire ad un accordo vincolante, non è detto che si producano gli stessi effetti positivi, e soprattutto la circolazione di un diffuso sentimento di cooperazione in vista di un obiettivo comune da raggiungere è sotto la spada di Damocle del venir meno degli incentivi. In altri termini, la diffusione della fiducia autentica, intesa come “risorsa morale” dei soggetti coinvolti nella relazione (Hirschman, 1984), è la base più solida per favorire processi di rigenerazione urbana sostenibili.

 

Conclusioni

Obiettivo di questo scritto è stato quello di individuare gli “strumenti” in grado di favorire il superamento della condizione di degrado urbano che caratterizza Piazza Mercato di Napolida diversi decenni. In particolare, ci si è chiesti, quale sia la tipologia di “cooperazione” maggiormente in grado di spingere gli agenti economici a preferire comportamenti atti a favorire la “riqualificazione urbana” del territoio in esame. La “cooperazione strumentale e condizionale”, che nasce da sistemi di enforcement, quale è appunto il contratto di rete, e/o la “cooperazione non strumentale” che nasce dalla fiducia genuina ed interpersonale tra gli agenti?

A giudizio degli sutori, nell’area di Piazza Mercato, solo una “cooperazione non strumentale”, che si nutre di fiducia genuina ed interpersonale, può creare le giuste premesse per una rigenerazione urbana a misura delle persone e dei territori, in grado di auto-alimentarsi attraverso circuiti virtuosi di sviluppo (investimenti, attrazione dei turisti, insediamento di nuove attività, iniziative di formazione, progetti innovativi, etc). La rete, come ogni processo di innovazione, funziona solo se si attivano paralleli processi di cambiamento che trasformano la cultura organizzativa del contesto stesso. Emerge quindi con sempre maggiore evidenza il fatto che ogni tentativo di riprogettare, rigenerare organizzazioni come territori debba misurarsi soprattutto con variabili culturali.

La creazione, lo sviluppo e il consolidamento della fiducia interpersonale e del capitale sociale si ritiene possa rappresentare la precondizione, indipendentemente dalla sottoscrizione di accordi, per l’avvio di un efficace e duraturo processo di rigenerazione urbana che si alimenta di reciprocità.

 

Note

1. Come è noto, attraverso il dilemma del prigioniero si trattano le situazioni in cui la risoluzione di un problema dipende dalle scelte fatte da più agenti decisionali, detti giocatori, in condizioni di interazione strategica.

2. Nuovo istituto giuridico introdotto dal Decreto Legge 10 febbraio 2009, n. 5, convertito in Legge 9 aprile 2009, n. 33 (“Misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi”), oggetto di ulteriori modifiche (Legge n. 134/2012 e Legge n. 221/2012, di conversione del Decreto Legge n.179/2012) che ne hanno integrato e completato la disciplina. Non rientra tra gli obiettivi di questo scritto analizzare gli aspetti normativi.

 

Bibliografia

Alesina A., La Ferrara E. (2002), “Who Trust Others?”, Journal of Public Economics, 85, pp. 207-234.

Axelrod R. (1985), Giochi di reciprocità. L'insorgenza della cooperazione, Feltrinelli, Milano.

Bruni L. (2006), Reciprocità. Dinamiche di cooperazione, economia e società civile, Mondadori, Milano.

Fukuyama F. (1995), Trust: The Social Virtues and The Creation of Prosperity, Free Press, New York (trad. it. Fukuyama F. (1996), Fiducia, Rizzoli, Milano).

Hirschman A.O. (1984), “A Dissenter’s Confession: ‘The Strategy of Economic Development’ Revisited”, in Meier G.M., Seers D. (eds.), Pioneers in Development, World Bank Publication, New York.

Mela A. (2006), Sociologia delle città, Carocci, Roma.

Musella, Verde (2017), “La rigenerazione urbana come opportunità per uno sviluppo umano del territorio”, in SRM - Fondazione Banco di Napoli (a cura di), Sviluppo locale e rigenerazione urbana nel Mezzogiorno. Obiettivi e valori per una riqualificazione sostenibile della città di Napoli, Giannini Editore.

von Neumann J., Morgenstern O. (1953), Theory of Games and Economic Behavior, Princeton University Press, Princeton.

Putnam R.D. (1993), Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy, Princeton University Press, Princeton (trad. it. Putnam R.D. (1994), La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano).

Sen A.K. (1981), Etica ed Economia, Laterza, Bari.

Sen A.K. (1999), Development as Freedom, Oxford University Press, Oxford.

SRM - Fondazione Banco di Napoli (2017), Sviluppo locale e rigenerazione urbana nel Mezzogiorno. Obiettivi e valori per una riqualificazione sostenibile della città di Napoli, Giannini Editore.

 

Melania Verde Università degli Studi di Napoli "Federico II"