10  DICEMBRE 2017
 

Novecento: il legame sociale ridefinito dalla rivoluzione fordista

La tendenza verso la spersonalizzazione del sistema produttivo si rafforza nel momento in cui, nei primi decenni del Novecento, entrano in funzione le tecniche produttive del taylorismo (parcellizzazione delle operazioni e sequenze operative in linea) e del fordismo (concentrazione di linee formate da molte macchine nella stessa fabbrica, usando l’energia elettrica, facilmente trasportabile e decentrabile ai tanti motori richiesti).

Le imprese, di conseguenza, diventano organizzazioni di grande dimensione, con fabbriche che mettono in linea centinaia o migliaia di macchine, specializzate ciascuna in una operazione elementare strettamente codificata e programmata. L’imprenditorialità diffusa viene rapidamente messa alle corde, cosicchè molte piccole imprese chiudono o sono assorbite dalle maggiori. La soggettività, che in precedenza si concentrava nell’imprenditorialità diffusa, si trasferisce ai vertici – ristretti ed elitari – delle poche grandi imprese che monopolizzano i mercati, nei diversi settori.

Le relazioni assumono così forma gerarchica, di comando, da un lato, e di pura esecuzione degli ordini ricevuti, dall’altro. Non c’è solo spersonalizzazione delle relazioni, ma anche di imposizione degli standard e delle procedure che operano top-down, oggettivizzando, per così dire, il lavoro dipendente.

Dal punto di vista cognitivo, il sapere resta proprietario, ma adesso si accumula all’interno della singola organizzazione, nella logica dell’integrazione verticale che sviluppa soluzioni e macchine firm specific, destinate all’uso interno e difficilmente utilizzabili da altri. La conoscenza non va più sul mercato ma ci vanno i prodotti (che la incorporano), ricercando i massimi volumi possibili. Infine, la generazione di senso, nel capitalismo fordista, dà luogo a due grandi trasformazioni. Da un lato, la necessità di vendere le grandi quantità dei prodotti standard di massa dirotta l’attenzione delle imprese e delle persone verso il consumo, che diventa l’altra faccia dell’efficienza produttiva delle fabbriche. Il consumo di massa sposta l’accento dai bisogni (necessari) ai desideri (creati o indotti), e pone al centro della scena economica il marketing e i servizi commerciali, che cercano di “catturare” l’attenzione e la spesa dei potenziali consumatori. Dall’altro, la riduzione dei compiti assegnati alle persone (lavoratori, consumatori, finanziatori) a funzioni standard irrompe nell’organizzazione sociale, svalorizzando le soggettività individuali e dando spazio a nuove soggettività di tipo collettivo.

Partendo dal lavoro, prima di tutto. Mentre il lavoro individuale viene “oggettivizzato” dal comando aziendale e dai rapporti di mercato, il lavoro riesce invece a recuperare spazi di soggettività organizzandosi in forma collettiva (nel sindacato o nei partiti politici): la produzione di massa, che livella le condizioni dei singoli lavoratori riducendole a funzioni esecutive standard, è la condizione che permette al lavoro di sviluppare identità collettive – negli stabilimenti, nelle imprese, nei territori, nelle classi sociali - che superano le differenze e le diffidenze tra persone.

Un livellamento simile avviene per i soggetti che finanziano (la massa dei piccoli azionisti e risparmiatori) e per i soggetti che consumano (i consumatori di massa), anche se in questi casi lo sviluppo di soggettività collettive rimane allo stato nascente, e si limita nella maggior parte dei casi a far scomparire le differenze tra una persona e l’altra. Oggettivizzando così il senso della funzione: il consumatore consuma e basta (nelle forme dettate dal marketing); il finanziatore finanzia e basta (nelle forme dettate dalle banche o dalle corporations finanziate).

Nel fordismo, in definitiva, il legame sociale subisce una grande trasformazione, perché diventa più gerarchico e impersonale, ma, al tempo stesso, recupera alcune soggettività (quelle politiche e sindacali) in forma collettiva, dando luogo ad un sistema sociale in cui lo Stato del welfare e la contrattazione sindacale hanno un potere organizzatore e di guida rilevante.

 

Post-fordismo flessibile: la re-invenzione plurale del legame sociale

Le cose cambiano quando, dagli anni sessanta al 2000, il fordismo entra in crisi (per eccesso di rigidità), dando spazio ad una de-costruzione individualista delle strutture regolate e negoziali emerse durante l’epoca fordista. Il neo-liberismo delle politiche varate negli anni Ottanta cerca di riattivare la dinamica del mercato in settori in precedenza organizzati secondo norme o secondo contratti collettivi, procedendo anche sulla via delle privatizzazioni del welfare e di aziende pubbliche.

In parallelo la finanza, liberata dal controllo stretto esercitato in precedenza dagli Stati nazionali sulle banche e sui movimenti di capitale, diventa una fonte di arricchimento ma anche di destabilizzazione. I flussi di capitale, infatti, scavalcano le frontiere, diventando un fattore trans-nazionale, sottratto di fatto a regolazioni pubbliche (nazionali) di qualunque specie.

Il legame sociale viene violentemente messo alle corde da questi due “colpi di coda”, che erodono il potere contrattuale dei soggetti collettivi insediati nell’ordine fordista precedente (Stato, concertazione sindacale, welfare garantito). La destabilizzazione del sistema fordista non è tuttavia fine a se stessa. Infatti essa, specialmente in alcuni contesti, apre la strada ad un processo di ri-costruzione, convergente verso un nuovo paradigma: il capitalismo flessibile.

Quest’ultimo, che si consolida nel periodo 1970-2000, in Italia prende la forma dell’impresa diffusa, addensata nei distretti industriali; in Giappone quella delle filiere del just in time e della lean production; negli Stati Uniti quella dell’outsourcing che sviluppa la logica dell’extended enterprise, proiettata nella rete delle forniture esterne.

La direzione di marcia segnata da queste forme di organizzazione della produzione e della società non è, dunque, meramente quella della de-strutturazione liberista o finanziaria. Piuttosto, è quella auto-organizzatrice che prende piede in quei rapporti di prossimità – in certi luoghi, in certe filiere, in certi contesti di business – in cui si sono conservati legami sociali impliciti, che vengono riattivati e messi “al lavoro”, per la produzione di valore in forme flessibili.

Il legame sociale, in questo passaggio, si ripersonalizza, dando nuovamente spazio alle soggettività individuali (del singolo imprenditore, lavoratore, risparmiatore, consumatore). Per certi aspetti è come se la modernità dirompente dei primi due paradigmi (capitalismo di mercato, fordismo della grande impresa) facesse un passo indietro, recuperando alcune caratteristiche delle comunità produttive pre-moderne. Infatti:

  • Le relazioni si addensano in nuove forme inter-personali (di territorio in Italia, di fornitura indotta in Giappone, di supply chain negli Usa). La relazione in questi nuovi assetti non è più né oggettivizzata dall’automatismo di mercato, né demandata al comando della grande impresa, ma comincia a prendere la forma a rete. Ossia quella di una stabile relazione tra parti che possono dividersi il lavoro in modo affidabile, grazie al fatto che hanno in comune sia una base di conoscenze condivise sia il senso del vivere e lavorare adottato da ciascuno;
  • Le conoscenze impiegate nella produzione cambiano natura, perché si dà largo spazio al sapere pratico, derivato dall’esperienza diretta, e informale, elaborato dalle persone che usano la conoscenza codificata delle macchine. Questo sapere deve la sua potenza cognitiva al fatto che le conoscenze individuali sono integrate in un capitale sociale di esperienze e capacità sedimentato, in Italia, nel territorio (distretto industriale), e dunque patrimonio comune di tutti coloro che in quel territorio fanno esperienze di vita e di lavoro. Dappertutto (nell’Italia dei distretti, nel Giappone della lean production, negli Stati Uniti dell’extended enterprise) il sapere che più conta cessa di essere quello esplicito e codificato, e diventa invece la conoscenza embedded, implicita nella rete creata dal legame sociale di prossimità.
  • Il senso della vita e del lavoro che coinvolge i produttori, i lavoratori, i finanziatori e i consumatori recupera la dimensione individuale del progetto di vita, ancorato alla singola persona, e alla “coralità” coesiva dell’ambiente locale in cui tale progetto deve svilupparsi (Becattini, 2015). Non si lavora più per il profitto (e basta), o per il consumo (e basta), ma per un progetto di auto-realizzazione che corrisponde al senso condiviso presente nella comunità di appartenenza e fatto proprio (implicitamente) da ciascuno dei suoi membri.

La modernità dei distretti industriali, della lean production e delle filiere estese di outsourcing, dà luogo alla ricerca di un nuovo rapporto tra l’astrazione scientifica (che resta la fonte della conoscenza riproducibile) e la complessità di prodotti, processi, situazioni che non possono più essere governate dall’alto o da codici anonimi.

Il capitalismo flessibile (1970-2000) recupera l’intelligenza collettiva implicita nelle comunità, facendo leva sui fattori di comunità sopravvissuti al fordismo. I primi sistemi post-fordisti di successo sono in effetti quelli che emergono in territori non ancora colonizzati dalle grandi imprese fordiste. Ossa in luoghi che danno spazio ai rapporti di prossimità: in Italia, prima di tutto, il Nordest, fascia adriatica, Italia centrale. Ma una novità rilevante di questa epoca sono anche le filiere fiduciarie basate sulla leadership riconosciuta di alcune grandi imprese (come in Giappone), che adottano la modernità del fordismo (parcellizzazione e lavorazioni sequenziali) impiegando soluzioni flessibili e usando l’intelligenza delle persone, per modificare i programmi e far fronte alle fluttuazioni della domanda. Emerge anche la consapevolezza, in alcune corporations americane, di quanto sia rilevante – anche al fine di rendere sostenibile il profitto nel lungo periodo – il legame da stabilire con fornitori stabili dell’extended enterprise, sperimentando rapporti di interdipendenza sottratti al puro mercato e affidati ad una assunzione di responsabilità reciproca.
Il legame sociale torna ad essere importante e a recuperare il ruolo delle persone: ma resta ancorato a rapporti di prossimità (territoriale, aziendale, fiduciaria) che lo radicano il certe culture e ne ostacolano la riproduzione su larga scala, nonostante le imitazioni e gli apprendimenti trasversali, che ovviamente non mancano.

 

La nuova natura del legame sociale, nella transizione digitale in corso

Dal 2000 in poi, il recupero delle residue intelligenze comunitarie o fiduciarie cessa di essere il focus dell’evoluzione in corso nel capitalismo moderno, perché entrano in gioco due fattori nuovi di grande portata: la globalizzazione e la digitalizzazione.

Abbiamo già detto come queste due variabili cambino in profondità la natura del legame sociale impiegato nella produzione di valore. La relazione, come abbiamo visto, si configura adesso come forma di collaborazione intraprendente tra persone e imprese che operano nella rete digitale, incrociando l’offerta di capacità disponibili con la domanda di prodotti e servizi ancorata a bisogni e ancor più a desideri emergenti. Lavorando on demand la tecnologia delle macchine – che hanno cessato di imporre agli uomini la loro rigidità delle origini – consente di gestire un certo livello di varianza, ammettendo l’intervento dell’intelligenza umana quando i problemi da affrontare superano un certo livello di complessità. Il legame sociale che serve, in un contesto del genere, è quello che consente di gestire l’interdipendenza nella filiera, o nella sharing economy, dando spazio all’innovazione intraprendente delle persone. Anche perché si deve responsabilmente tenere conto del fatto che il valore viene sempre di più co-prodotto, adottando forme organizzative coerenti con l’open innovation, che consentono a ciascuno di usare il capitale, le capacità, le conoscenze di altri, con i vantaggi conseguenti.

La conoscenza, in queste reti, diventa fonte di valore attraverso processi moltiplicativi che aumentano di molto i volumi propagando modelli e programmi codificati nel grande mercato mondiale, lungo canali trans-settoriali e trans-territoriali. Si superano di molto, in questo modo, i “numeri” corrispondenti alla scala proprietaria (propria dell’epoca fordista) e a quella di prossimità (tipica del capitalismo distrettuale). Inoltre la conoscenza viene in parte condivisa, nelle reti collaborative – o anche – se codificata – fornita talvolta gratuitamente, facendo leva sul suo costo zero di riproduzione e di trasferimento. I commons cognitivi accessibili in rete diventano così parte fondamentale delle capacità di immaginazione, di progettazione, di vendita, ma anche di sense-making condiviso (Rullani et al., 2014).

Grazie alla logica della condivisione cognitiva prende forma, nel capitalismo digitale, un’intelligenza collettiva (o per lo meno condivisa) che riesce a sommare il sapere e le capacità di apprendimento di tanti nodi individuali o locali, aumentando sia la potenza esplorativa del sistema nel suo insieme, sia le possibilità di differenziazione identitaria a disposizione di ciascuno, nella divisione globale del lavoro che ne consegue.

Infine, queste forme di intelligenza collettiva alimentano anche l’elaborazione condivisa del senso, da parte di soggettività inter-personali e inter-imprenditoriali che nascono dal basso e si organizzano come comunità di senso: movimenti di opinione, filiere produttive, gruppi di consumo o di cittadinanza che danno forma a visioni, ideali e progetti comuni, su temi di interesse economico e sociale, che vanno oltre le mere convenienze utilitaristiche e individuali.

Le comunità di senso possono diventare fonte di valore se, nel loro campo di impegno, traducono il senso condiviso in una idea motrice corrispondente: un’idea capace di creare valore nel campo dei bisogni o dei desideri delle persone, che, in modo convergente – riconoscendo la sua importanza – sono disposte a pagare la qualità distintiva dei prodotti o servizi che ne derivano. Nel sistema attuale stanno emergendo idee motrici forti, che sono spesso ancorate a comunità di senso, nel campo dell’alimentazione, della salute, degli stili di vita (moda, arredamento, abitazione, contesto urbano), della mobilità, del rapporto con l’ambiente, della cultura e formazione, del turismo o anche delle modalità di servizio che i produttori propongono alla domanda (produzione flessibile, personalizzata, on demand, interattiva).

Il legame sociale che emerge da queste trasformazioni è sostanzialmente diverso da quello ereditato dal passato: ossia dal mix di fordismo, neo-liberismo post-fordista e capitalismo flessibile, arrivati fino a noi direttamente dal novecento. Esso si basa sull’idea della collaborazione intraprendente in rete: un legame sociale che mette insieme l’integrazione di capacità complementari, nella società, e la creatività intraprendente di ciascuno, condizionata dagli investimenti e rischi corrispondenti. Il tutto tenuto insieme da una cornice di un senso condiviso, che rende affidabile sia la collaborazione che l’intraprendenza.

 

Mutualismo cooperativo e idee motrici: un percorso di apprendimento per tappe, che deve sperimentare nuove possibilità

Il mutamento, nel corso del tempo, del ruolo svolto dal legame nella produzione e nell’organizzazione del sistema sociale moderno ha segnato in modo riconoscibile anche le forme di mutualismo che si sono sviluppate nelle diverse epoche e che, con il cambiamento dei paradigmi dominanti, si sono adattate a contesti diversi da quello di origine.

Come è noto, nel capitalismo mercantile dell’Ottocento si è sviluppato un mutualismo cooperativo rilevante soprattutto per sopperire ai “fallimenti del mercato” in tutta una serie di campi: nella finanza (banche cooperative), nel lavoro (cooperative di produzione), nel consumo (cooperative di distribuzione e di servizio), nell’assistenza sanitaria e previdenziale (mutue). In tutti questi campi, sono nate cooperative che – mettendo insieme energie e risorse individuali – supplivano all’assenza o alle carenze del “libero mercato”, ancorato a convenienze monetarie di breve termine.

Questa solida infrastruttura mutualistica, che era complementare al legame di mercato nel primo capitalismo industriale, è entrata in collisione con l’affermazione del paradigma fordista nel corso del novecento. Su due versanti principali: a) le economie di scala imposte, in tutti i settori (compresi i servizi), dall’efficienza della produzione di massa; b) le prestazioni di welfare, che – nella cornice fordista – sono offerte in forma universale dallo Stato, restringendo lo spazio disponibile per le offerte private e cooperative di servizi concorrenti.

In risposta alla prima sfida, il mutualismo ha messo i campo i consorzi, che sommano le capacità produttive e di vendita di molti produttori di piccola scala, che, consorziandosi, hanno potuto continuare a produrre il loro latte, vino, prodotti alimentari, servizi (e altro), contando – per alcune funzioni critiche – sulle economie di scala realizzate dal consorzio.

Nel campo dei servizi di welfare, invece, il mutualismo cooperativo ha dovuto cedere il passo, in molti campi, all’universalismo delle prestazioni pubbliche finanziate dalla fiscalità generale. Si è realizzata, in questi campi, una differenziazione tra ruoli complementari: i servizi pubblici hanno fornito le prestazioni standard (sanitarie, scolastiche, previdenziali ecc.), mentre quelli basati sulla cooperazione tra privati hanno assunto un ruolo integrativo, specialmente nei campi in cui possono essere mobilitate le risorse dei contratti collettivi di lavoro (ad esempio sanità e previdenza integrative), di istituzioni territoriali (enti locali e altri soggetti pubblici) o quelle del volontariato, nelle comunità territoriali. Il cosiddetto “terzo settore” è così entrato a pieno titolo tra le risorse complementari che la società fordista poteva mettere in campo per completare il proprio assetto di welfare.

Quando, dopo gli anni Settanta, si entra nella dinamica accidentata dal post-fordismo liberista e individualista, il ruolo del mutualismo diventa, di fatto, più importante per differenza: in una società in cui ciascuno pensa per sé e il mercato per tutti (si fa per dire), è infatti una fortuna poter disporre di strutture che coltivano il legame sociale con cui intervenire sui casi di emarginazione o impoverimento. Questa risorsa può essere valorizzata soprattutto nei luoghi in cui si addensano le attività del capitalismo flessibile. Che apportano ricchezza locale e un attivismo delle persone rivolto ai propri progetti di vita, ma anche alla qualità del contesto sociale in cui si trovano ad operare. Di conseguenza, il terzo settore cresce ed acquista, in quegli anni, una visibilità che in precedenza non aveva nelle dinamiche sociali precedenti.
Il cambiamento diventa più radicale quando, dopo il 2000, comincia a svilupparsi il paradigma del capitalismo digitale/globale.

In questo caso, tuttavia, emerge – come abbiamo detto – una cesura tra le precedenti forme del mutualismo (le cooperative e i consorzi che hanno attraversato il fordismo e il primo post-fordismo) e la nuova collaborazione intraprendente che si afferma nelle reti. E che ha un contenuto mutualistico, in senso lato, implicando processi di condivisione di senso capaci di superare, da un lato l’utilitarismo individualistico del mercato e, dall’altro, i limiti dei legami di prossimità, vincolati all’esperienza pratica, diretta, delle cose.

Per ricongiungere i due percorsi evolutivi – quello storico del mutualismo cooperativo, e quello attuale della collaborazione intraprendente a sfondo sociale – è certamente necessario condurre una battaglia culturale che rimetta il mutualismo al centro dell’attenzione come elemento portante della svolta che – attraverso la rivoluzione digitale – sta investendo la modernità nel suo insieme. L’intelligenza collettiva che – grazie alla condivisione in rete – consente ormai di guardare oltre l’orizzonte individuale, locale e aziendale impone una trasformazione della modernità, che, infatti, sta lentamente diventando riflessiva: non più soltanto una “macchina” finalizzata all’aumento della produttività e del valore economico, ma una mente sociale capace di pensare anche al senso e alla sostenibilità di quanto emerge dalle interazioni tra persone, tra imprese e tra luoghi (Rullani, 2010).

In questa cornice, che rimette al centro della transizione in corso il legame sociale, occorre trovare un terreno sperimentale comune in cui raccordare il modello cooperativo, da rigenerare (Borzaga, Zandonai, 2015 – p. 4) con iniziative di collaborazione intraprendente che nascono nel presente.

Un punto di ancoraggio importante, per saldare le innovazioni emergenti con i loro effetti e significati sociali, è dato dallo sviluppo di alcune idee motrici che – puntando alla costruzione di “nuovi mondi” in cui abitare nel campo dell’alimentazione, della salute, dell’abitare, del produrre ecc. – saldano la creazione di senso e di valore con la ricerca consapevole di coesione sociale.

L’impresa sociale di cui oggi abbiamo bisogno, nella transizione verso il nuovo paradigma, è quella che riesce a collaborare allo sviluppo di un’idea motrice significativa e largamente condivisa, su cui possono convergere – per ragioni differenti, ma ugualmente forti – singole persone, comunità di senso, sistemi territoriali, iniziative di volontariato e mutualistiche di diversa natura.

E’ nella pratica del fare insieme che si possono trovare i fattori su cui fare leva per rinnovare la propria identità, convergendo verso forme coerenti con le nuove possibilità e i nuovi protagonistiche che popolano il nostro tempo. Scoprendo così la sorprendente giovinezza di qualcosa – di cui siamo portatori – che pensavamo invecchiata e forse desueta, solo perchè sta con noi da molto tempo.

 

Note

1. La prima piattaforma di crowd work è quella varata da Amazon e denominata AMT (Amazon Mechanical Turk): nasce nel 2005 ed ha 500mila iscritti. Freelancer ne conta 14,5 milioni, Upwork 8 milioni. Il modello dunque si va diffondendo e prefigura un nuovo tipo di lavoro, basato sull’autonoma professione ma appoggiato ad una base di servizi comuni.

 

Bibliografia

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Enzo Rullani Università Ca' Foscari di Venezia