11  NOVEMBRE 2018
 

Risultati e discussione

La Tabella 5 riporta i risultati delle analisi econometriche. Emerge un effetto positivo e fortemente significativo (p<0,01) della coesività sulla probabilità di aumento del fatturato complessivo (colonna 1), così come rispetto all’incremento degli ordinativi esteri (colonna 2). Conferme sulla virtuosa relazione coesività-competitività internazionale si ottengono anche dal positivo effetto marginale, sebbene con un livello inferiore di significatività9 (p<0,1), rilevato con riferimento alla probabilità di essere impresa esportatrice (colonna 3). Quindi, al crescere del grado di coesività dell’impresa, cioè della sua propensione alla RSI, migliorano le performance economiche, favorite anche da una maggiore apertura verso mercati di sbocco oltreconfine. Più in generale, ciò sembra, molto verosimilmente, essere il riflesso anche di una crescente attenzione da parte della domanda sui contenuti “sociali” del “come” i beni sono stati prodotti.

Questa particolare caratteristica dell’impresa legata a comportamenti improntati verso una maggiore attenzione nei confronti degli stakeholder contribuisce ad imprimere una spinta anche alla crescita occupazionale: è positivo e particolarmente significativo (p<0,01) l’effetto marginale della coesività sulla probabilità di aumento del numero di occupati dell’azienda (colonna 4). Tale risultato non è da ascrivere, verosimilmente, solo ai positivi risultati economici dell’impresa, perché verifiche sulla robustezza del legame tra la coesività e la RSI dimostrano che il grado di coesione dell’impresa mostra una relazione positiva e fortemente significativa (p<0,01) sulla probabilità di essere un’impresa non massimizzatrice del profitto (colonna 5): cioè attenta alla sostenibilità socio-economica, tra cui rientra anche la creazione di occupazione e di benessere (vedi Tabella 3 sulla descrizione della variabile «stakehold»).

rinaldi5Tabella 5. Coesività, performance di impresa e RSI | Nota: In tabella sono riportati i coefficienti relativi agli effetti marginali del modello probit. La variabile dipendente è riportata sopra le colonne. Standard error in parentesi. *** p<0,01 ** p<0,05 * p<0,1.

Quindi, i risultati che emergono dalle stime indicano che tra RSI e performance d’impresa non esiste un tradeoff ma una virtuosa relazione, secondo cui la RSI contribuisce a rendere il modo di fare impresa competitivo e socialmente utile e sostenibile. Una relazione che sembra trovare ulteriori conferme su come l’attenzione al territorio di riferimento dal punto di vista della produzione, che può essere vista come un volto della coesione e della RSI, si rifletta positivamente sulle performance di impresa. Infatti, la volontà di aumentare, o comunque di non diminuire, le sedi di produzione in Italia («sedi_ita_aumstaz») mostra un effetto positivo e fortemente significativo (p<0,01), nonché particolarmente incisivo dato l’elevato livello del coefficiente, sulla probabilità di aumento del fatturato, dell’occupazione e di vendere nei mercati internazionali.

Una controprova di tale risultato è data dall’assenza di significatività dell’effetto marginale degli investimenti produttivi all’estero su entrambi i risultati economici relativi a fatturato e ordinativi esteri. E anche se è vero che l’effetto di tale tipologia di investimenti rispetto alla capacità di vendere all’estero mostra una certa significatività (p<0,05), è altrettanto vero che si tratta sempre di una relazione inferiore, tanto per significatività stessa quanto per valore del coefficiente, rispetto alla scelta di produrre in Italia. Si rilevano semmai gli investimenti all’estero di tipo commerciale (distribuzione e promozione) una determinante nel favorire il miglioramento delle performance dell’impresa, visti gli effetti marginali particolarmente significativi sulla probabilità di incremento del fatturato e degli ordinativi esteri, nonché sulla propensione all’export (p<0,01); e in parte anche sulla probabilità di aumento dell’occupazione (p<0,05).

Tra le altre variabili di controllo si rilevano almeno quattro risultati degni di nota: gli effetti marginali significativi tra l’1% e il 5% dell’innovazione sui risultati economici aziendali (fatturato e ordinativi esteri); la contrapposizione di segno del coefficiente della distrettualità tra quello negativo rispetto alla probabilità di aumento del fatturato (p<0,05) e quello positivo rispetto alla propensione all’export10 (p<0,01); la minore probabilità delle piccole imprese di vedere sui mercati esteri e di riuscire ad incrementare l’occupazione; infine, la minore probabilità di esportare delle imprese localizzate nel Sud e Isole, confermando i risultati di recenti studi sulle relazioni tra dimensione, localizzazione geografica e performance di impresa (Pini, Quirino, 2016).

 

Conclusioni

La stagione delle grandi crisi – prima finanziaria, poi dell’economia reale e, infine, sociale – ha messo in discussione il credo neoliberista che l’impresa debba mirare solo al profitto, esaltando invece il ruolo della responsabilità sociale d’impresa (RSI). Dato il crescente bisogno di evitare l’esclusione sociale, sono ora giudicate particolarmente preziose le imprese responsabili verso gli stakeholder. Può però venire il sospetto che vi sia un tradeoff tra RSI e performance d’impresa. In effetti, se favorire l’inclusione sociale deprimesse i risultati dell’impresa, ciò potrebbe rivelarsi insostenibile. Se invece non ci fosse tradeoff, l’adesione dell’impresa alla RSI ne darebbe un miglioramento indiscusso.

Su dati tratti da un’indagine Unioncamere, abbiamo studiato quel tradeoff. Nello specifico, anziché considerare la propensione dell’impresa all’RSI – che spesso sfugge a una rilevazione formale, specie nella realtà italiana di imprese medio-piccole e familiari – ci siamo concentrati sul presupposto dell’RSI, cioè il grado di coesività dell’impresa. Infatti, un’impresa è coesiva se ha un’alta propensione alle relazioni con gli stakeholder ed è improbabile che un’impresa si preoccupi dei suoi stakeholder se non è in relazione con essi. Quest’ultima ipotesi è stata supportata dai risultati delle nostre regressioni. Tuttavia, il risultato chiave che abbiamo ottenuto è che il tradeoff richiamato non esiste: imprese più coesive – e quindi più orientate all’RSI – hanno performance in media migliori delle loro omologhe meno coesive. Dunque, almeno nei nostri dati, essere coesive non comporta penalità ma, semmai, benefici: le imprese coesive non sono un sogno – qualcosa di bello però insostenibile – ma una realtà. La coesività dà risultati win-win: rende le imprese più utili socialmente e più performanti.

Consapevoli dei limiti della ricerca incentrata su un analisi cross-section che si basa solo un segmento particolare del tessuto produttivo, sviluppi ulteriori potrebbero riguardare l’ampliamento tanto dal punto di vista dimensionale, osservando anche le imprese al di sotto dei 20 addetti, quanto da quello settoriale, coprendo un ventaglio più ampio di attività economiche, senza trascurare anche ulteriori approfondimenti di natura territoriale.

 

Note

1. I primi approcci al tema sono stati sviluppati nei rapporti realizzati da Fondazione Symbola – Unioncamere (2014; 2016).

2. Sul concetto di capitale sociale come rete, cfr. (Migheli, 2011).

3. Altre esperienze dalle quali si possono desumere panoramiche di letteratura sulle relazioni tra capitale sociale e aspetti economici sono quelle di Durlauf e Fafchamps (2004) e Migheli (2012b).

4. Sull’importanza del capitale sociale per lo sviluppo delle imprese, cfr. anche Teachman et al. (1997) e Healy (2001).

5. «Il capitale relazionale viene definito e delimitato dall’insieme di tutti i soggetti con i quali, a diverso titolo, l’impresa intrattiene delle relazioni che abbiano un impatto diretto o indiretto con le sue principali variabili economiche» (Migheli, 2012a).

6. Alcune delle informazioni di carattere strutturale, quali ad esempio il settore di attività e la localizzazione, sono desunti dai dati di archivio.

7. Anche Fafchamps e Minten (2001) sottolineano l’importanza della relazionalità con i fornitori e con i clienti ai fini del successo dell’impresa.

8. In tema di territorio e capitale relazionale, si arriva a toccare il concetto di milieu innovateur (Aydalot, 1986; Aydalot, Keeble, 1988; Camagni, 1991; Ratti et al., 1997; Camagni, Capello, 2002).

9. Merita precisare che il livello del p-value è solo di poco superiore al 5%.

10. Tale risultato sembra confermare in parte le difficoltà di un modello di relazionalità che sta evolvendo verso forme più ampie di firm relationship, ma che gode ancora del vantaggio del forte collegamento con i mercati esteri costruito nei decenni passati. Per approfondimenti sulle cause della crisi dei distretti, cfr. Varaldo (2004), Iannuzzi e Berardi (2012). Più recentemente, per analisi sulle diversità di performance tra distretti in risposta alla crisi economica, cfr. Coltorti (2013), Bellandi e Coltorti (2014).

Giovanni Ferri Università di Roma LUMSA

Marco Pini Unioncamere - Si.Camera

Alessandro Rinaldi Unioncamere - Si.Camera