11  NOVEMBRE 2018
 

Multiple constituency theory e impatto sociale

In una logica multi-stakeholder, Costa e Pesci (2016) introducono per la prima volta (Makela et al., 2017) la multiple constituency theory all’interno del dibattito sulla misurazione dell’impatto sociale e propongono un modello di misurazione che esula da standardizzazioni e criteri universali e viene invece co-costruito (nella logica del costruzionismo sociale di Herman e Renz, 1997) insieme agli stakeholder, che sono direttamente o indirettamente coinvolti nel processo di misurazione.

In effetti, l’attuale dibattito sulla misurazione dell’impatto sociale evidenzia una miriade di opinioni e posizioni che mancano di una logica unitaria che faccia da base condivisa per selezionare la misurazione più appropriata. La maggior parte degli sforzi sembra indirizzata verso l’elaborazione e la promozione di una metrica di misurazione, piuttosto che verso un approccio teorico in grado di individuare quale misura possa essere la più indicata per diverse realtà. Dall’altro lato, la necessità di introdurre una riflessione teorica è sembrata urgente (Ebrahim, Rangan, 2010; Makela et al. 2017) proprio a causa del crescente numero di approcci esistenti.

Attraverso un parallelismo tra la teoria organizzativa sulla misurazione della performance e quella sull’efficacia organizzativa, Campbell (1977) ha sottolineato come i criteri di efficacia debbano essere scelti in riferimento allo scopo della misurazione (ad esempio, confrontare le organizzazioni per scopi pubblici, analizzare gli elementi di efficacia, guidare le decisioni manageriali, aiutare gli investitori a scegliere tra diversi investimenti, ecc.). Kanter e Brinkerhoff (1981) hanno evidenziato che, nelle valutazioni organizzative, la definizione di efficacia si è allontanata dalle ipotesi razionalistiche e dalla possibilità di costruire una performance universale al fine di abbracciare una “visione politica” dell’organizzazione, intesa in senso relazionale e dialogico, in base alla quale gli stakeholder stabiliscono standard di performance basati sul loro punto di vista dell’efficacia organizzativa. La visione politica dell’organizzazione è in contrasto con l’approccio razionalistico, che implica in modo non realistico che le organizzazioni abbiano il controllo su tutte le variabili. L’approccio politico sostiene infatti che le organizzazioni non possano controllare tutti i fattori che influenzano la loro efficacia, di conseguenza, “la ricerca di standard oggettivi per le organizzazioni è diminuita. Connessioni multiple e ambienti multipli richiedono più misure” (Kanter, Brinkerhoff, 1981 - p.344).

Partendo da questi presupposti teorici (Zammuto, 1984; Herman, Renz, 1997), Costa e Pesci (2016) sostengono la testi secondo cui la misurazione dell’impatto sociale in un contesto non profit possa essere vista come un costrutto sociale nel quale ogni stakeholder può influenzare, co-definire e co-determinare la metrica di impatto sociale dell’organizzazione. In effetti, ogni stakeholder ha le proprie prospettive e percezioni riguardo all’impatto di una ONP in base ai sistemi di interazione con l’organizzazione stessa (Chan et al., 2015). Pertanto, nella misurazione dell’impatto sociale, le ONP devono considerare i loro stakeholder e le istanze sociali degli stessi durante l’intero processo di misurazione, non solo in un’ottica di consultazione o riflessione congiunta delle pratiche/metriche ex ante definite da terzi, ma come un vero processo di compartecipazione decisionale e strategica.

 

Il 5-step model approach e il ruolo degli stakeholder

Nella misurazione dell’impatto sociale, il coinvolgimento degli stakeholder avviene in tutte le fasi del processo, con enfasi diverse su ognuna di esse (Costa, Pesci, 2016), come di seguito evidenziato.

1. Identificazione degli stakeholder
Il primo passo nella valutazione dell’impatto sociale è la definizione degli stakeholder che influenzano o sono influenzati dall’agire della ONP. A tali fine è necessario mappare gli stakeholder per capire quali siano le relazioni tra di loro (Sandownik, 2013). Questa fase affronta due sfide principali (Chan et al., 2015): in primo luogo, allontana dalla prospettiva dell’organizzazione come fulcro centrale, in quanto essa diviene solo organo di coordinamento di più gruppi di stakeholder. In secondo luogo, il singolo stakeholder potrebbe assumere ruoli multipli e quindi appartenere a diverse categorie di stakeholder.

2. Categorizzazione degli stakeholder
Una volta identificati gli stakeholder, non è realistico presumere che il potere, l’urgenza e la legittimità delle istanze da loro manifestate siano percepite come ugualmente importanti dall’organizzazione (Mitchell et al., 1997); pertanto, la loro influenza può variare notevolmente. Nella pratica può risultare difficile adottare una definizione ampia di stakeholder (Rixon, 2010), con conseguente “engagement burnout” (Brown, Hicks, 2013). La classificazione fornita da Clarkson (1995), che suddivide gli stakeholder in primari e secondari, può aiutare a restringere il campo.

3. Comprensione della natura dei loro interessi
Questa fase è finalizzata alla comprensione dei bisogni degli stakeholder e delle loro istanze conoscitive (Sadownik, 2013), attraverso un’attenta valutazione delle differenze nelle percezioni dei vari gruppi di stakeholder e un efficace coinvolgimento degli stessi (Brown, Hicks, 2013; Rixon, 2010).

4. Valutazione delle metriche rilevanti al fine di misurare l’impatto sociale in termini di stakeholder chiave e dei loro bisogni rilevanti
La definizione delle metriche non può essere eseguita in autonoma e in maniera unidirezionale da parte della ONP; al contrario, gli stakeholder sono parte integrante nella determinazione delle misure utilizzate e nella definizione delle informazioni da raccogliere e validare (Brown, Hicks, 2013). Come ha sottolineato Rixon (2010), “i punti di vista di tutti i principali stakeholder dovrebbero essere considerati nella selezione delle misure chiave” (p. 348) al fine di soddisfare al meglio i bisogni cognitivi dei vari soggetti interessati.

5. Analisi dei feedback degli stakeholder riguardo sia le metriche utilizzate che l’intero processo adottato
Al fine di garantire la responsabilità in tutto il processo, le ONP devono costantemente impegnarsi in una consultazione attiva degli stakeholder in modo che possano avanzare le proprie percezioni sull’impatto dell’organizzazione (Rixon, 2010).

In tutte queste fasi è necessario mantenere un dialogo continuo con i diversi stakeholder, al fine di evitare un rapporto unilaterale ONP-stakeholder, ma favorire un sistema relazionale di cui fanno parte tutti gli stakeholder. Pertanto, nell’approccio multiple-stakeholder, il coinvolgimento degli stessi non dovrebbe verificarsi solo alla fine del processo (nella fase di feedback), ma deve invece caratterizzare l’intero iter di misurazione attraverso un ciclo continuo di identificazione degli stakeholder e definizione delle priorità e strategie di coinvolgimento (Bourne, Walker, 2005). Infatti, riconoscere l’esistenza di molti punti di vista non è sufficiente per attivare un efficace stakeholder engagement.

Le forme di stakeholder engagement possono prevedere diffusione di informazioni, partecipazione a sondaggi, tavole rotonde, focus group, finanche a consultazioni più profonde attraverso le quali gli stakeholder hanno l’opportunità di influenzare l’organizzazione avanzando proposte sui processi decisionali della ONP (Friedman, Miles, 2006).

Nel processo di coinvolgimento degli stakeholder ai fini della misurare dell’impatto sociale è necessario prendere in considerazione alcune questioni primarie. In primo luogo, le ONP devono coinvolgere le parti interessate “appropriate” adottando “metodologie che garantiscano l’inclusione dei processi di coinvolgimento e che rappresentino in modo equo il gruppo degli stakeholder che devono raggiungere un accordo” (Brown, Hicks, 2013 - p. 93). In secondo luogo, il processo di coinvolgimento implica che la gestione degli stakeholder possa bilanciare interessi tra loro in conflitto, specialmente quando gli stakeholder provengono da gruppi e culture diverse o quando esercitano potere e influenza ineguali (Friedman, Miles, 2006). Infine, l’engagement per la selezione della metrica più appropriata dovrebbe tenere conto delle possibili difficoltà degli stakeholder nello sviscerare il concetto di misurazione.

In sintesi, adottando un approccio multiple constituencies e di stakeholder engagement, si riescono a distinguere i bisogni conoscitivi degli stakeholder e l’incontro di tali bisogni fa emergere metriche che sono disegnate “su misura” per catturare l’impatto delle singole organizzazioni. È infatti necessaria una varietà di parametri per cogliere la varietà degli impatti e delle richieste degli stakeholder (Harlock, 2013; Chan et al., 2015).

 

Il disegno metodologico

Il presente caso studio illustra l’applicazione dell’approccio multiple constituencies e dello stakeholder engagement al progetto MARAC (Multi-Agency Risk Assessment Conferences) del Servizio Politiche Sociali della Provincia Autonoma di Trento (PAT), un processo per la valutazione del rischio e successiva presa in carico delle donne vittime di violenza. L’esperienza MARAC è già nota in altri contesti europei, in particolare nel Regno Unito, dove al 2011 erano presenti 250 tavoli multi-stakeholder nei quali le diverse agenzie che vengono in contatto con donne vittime di violenza si riuniscono periodicamente per condividere le informazioni in loro possesso e identificare in maniera puntuale i possibili casi ad alto rischio (CordisBright, 2011).

Dal punto di vista metodologico la presente ricerca si basa su una participatory action research (PAR) (Piercy et al., 2011) condotta nel 2016 assieme ai componenti del tavolo MARAC attivato dalla PAT. La PAR mantiene le caratteristiche della più tradizionale action research – che vede il ricercatore direttamente coinvolto sul campo per apportare cambiamenti nelle organizzazioni (es. situazioni di criticità riscontrate) – con l’aggiunta di un elevato grado di engagement di tutti gli attori nella definizione e risoluzione della problematica di affrontare (nel presente caso, la misurazione dell’impatto sociale). Nella PAR il ricercatore si adopera affinché i diversi stakeholder possano sentirsi veri e propri partner della ricerca, garantendo un elevato empowerment tra i membri del gruppo (Piercy et al., 2011). In questo modo la soluzione proposta non viene vista come “imposta” o “definita da terzi”, in quanto i soggetti coinvolti si sentono tutti parimenti partecipi nella definizione di soluzioni e strategie, risultato di una miscellanea di volontà, intenti ed esperienze pratiche condivise (Coghlan, Brydon-Miller, 2014).

Coerentemente con quanto definito dalla metodologia PAR, nel corso del 2016 sono stati condotti sei focus group presso il Servizio Politiche Sociali, ai quali hanno partecipato tutte le agenzie coinvolte nel tavolo MARAC: Questura di Trento, Commissariato del Governo, Carabinieri, Polizia Locale, Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari, Provincia Autonoma di Trento, Ordine degli Assistenti Sociali. Oltre ai focus group sono state condotte analisi e osservazioni ulteriori, attraverso un approccio di tipo interpretativo.

 

La violenza sulle donne in Italia e in Europa, tra vecchi paradigmi e nuovi percorsi

La violenza sulle donne è un fenomeno demograficamente e geograficamente diffuso; secondo i dati Istat (2017) le vittime sono donne di qualsiasi nazionalità, età, livello culturale ed economico. Descrivere a livello quantitativo e qualitativo il fenomeno risulta complesso, in quanto ciò che viene rilevato a livello amministrativo (attraverso strumenti di indagine su denunce per reati afferenti all’area della violenza e sulle utenti dei servizi antiviolenza) rappresenta solo la punta dell’iceberg: il sommerso è molto più consistente rispetto a ciò che viene analizzato. La paura e la vergogna della donna sono infatti un ostacolo alla presentazione di una denuncia e alla richiesta di aiuto ai centri competenti.

Indagini condotte sia a livello internazionale che nazionale cercano di ampliare lo spettro di osservazione al fine di descrivere un quadro quanto possibile rappresentativo della realtà. Considerato che i sistemi di rilevazione dei dati utilizzati a livello europeo, nazionale e locale si basano su metodologie differenti, che gli strumenti di indagine possono vertere su oggetti non sempre coincidenti e che i tempi di analisi sono diversi, comparare i dati raccolti risulta arduo se non possibile. Ciononostante avere un quadro complessivo con i necessari “distinguo” è utile per ricostruire una visione di sistema, che vada oltre il micro contesto locale, per poter poi elaborare politiche efficaci.

 

La violenza sulle donne in Europa

Un’importante fonte dati per stimare il fenomeno della violenza sulle donne a livello europeo è rappresentata da un’indagine condotta nel 2012 dall’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali (European Union Agency for Fundamental Rights - FRA), che ha utilizzato la metodologia delle interviste vis-à-vis coinvolgendo circa 42mila donne di età compresa tra i 18 e i 74 anni che vivono in ognuno dei 28 Paesi dell’Unione Europea, selezionate in modo casuale, con una media di 1.500 interviste in ogni Stato membro.

Dall’indagine emergono innanzitutto differenze tra i vari Paesi: si va da un’incidenza tra il 30% e il 40% per Finlandia, Danimarca e Lettonia, fino ad una fascia medio-bassa (10-20%), dove si colloca l’Italia, assieme a Spagna, Portogallo, Irlanda, Polonia, Croazia, Slovenia, Austria e Grecia. Tali differenze possono indicare sia reali diversità nei tassi di vittimizzazione, sia altri fattori: in alcuni Paesi è “culturalmente meno accettabile” rivelare episodi di violenza ad altre persone, come gli intervistatori, e in tal caso il tasso di vittimizzazione risulterà sottostimato; allo stesso modo, una maggiore parità di genere in un Paese potrebbe comportare livelli più elevati di rivelazione della violenza, essendo più probabile che, in una società con migliori condizioni di parità, gli abusi siano più facilmente resi pubblici.

Nei dodici mesi precedenti la rilevazione, circa 13 milioni di donne dell’Unione Europea hanno subìto una violenza fisica (corrispondente al 7% delle donne di età compresa fra i 18 e i 74 anni) e 3,7 milioni una violenza sessuale (2%). Una donna su venti (5%) è stata stuprata dall’età di 15 anni. Circa il 12% delle donne ha indicato di avere subìto una forma di abuso o atto sessuale da parte di un adulto prima dei 15 anni (21 milioni di donne). Il 18% delle donne ha subìto atti persecutori dall’età di 15 anni, mentre il 5% ne è stata vittima nei dodici mesi precedenti l’indagine. Questo significa che 9 milioni di donne nell’Unione Europea hanno subìto atti persecutori in un periodo di dodici mesi.

 

La violenza sulle donne in Italia e in Trentino

In Italia la violenza sulle donne è un fenomeno diffuso. Dall’indagine Istat del 2014 sulla “Sicurezza delle donne” emerge che 6.788.000 donne hanno subìto una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita (32% delle donne tra i 16 e 70 anni, ossia quasi una donna su tre) (Istat, 2017) (20,2% violenza fisica, 21% violenza sessuale, 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri). Le straniere hanno subìto violenze fisiche o sessuali in misura simile alle italiane; fra le straniere risulta più frequente la violenza fisica (25,7% contro il 19,6% delle italiane), mentre meno quella sessuale (16,2% contro 21,5%).

Le violenze più gravi sono commesse da partner o ex partner. Gli stupri sono imputabili nel 62,7% dei casi a partner, nel 3,6% a parenti e nel 9,4% ad amici. Anche le violenze fisiche (schiaffi, calci, pugni e morsi) sono per la maggior parte opera di partner o ex partner. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8% fra tutte le violenze commesse da sconosciuti). Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni. Rispetto ad un’analisi effettuata nel 2006, l’Istat ha registrato una maggiore capacità delle donne di uscire da relazioni violente o di prevenirle grazie ad una maggiore consapevolezza; più frequentemente le vittime considerano la violenza subìta un reato, sono più propense a presentare denuncia alle forze dell’ordine, ne parlano con qualcuno e cercano aiuto presso i servizi antiviolenza.

Vittime di atti persecutori da parte di un ex partner nell’arco della propria vita (stalking) sono state, nel 2014, il 21,5% delle donne fra i 16 e i 70 anni (pari a 2.151.000).

Le donne vittime di omicidio volontario, nel 2016 (dato più recente), sono state 149 (0,48 ogni 100mila). Rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea l’incidenza è contenuta: tra i 22 Paesi per i quali si dispone di dati recenti, si registrano valori inferiori solo in Lussemburgo e Austria (rispettivamente 0,36 e 0,39 omicidi ogni 100mila donne). Le donne sono uccise soprattutto in ambito familiare o da conoscenti; nel 2016, più della metà degli omicidi è opera di partner o ex partner (51%), meno di parenti (22,1%) o conoscenti (6%). Gli sconosciuti sono il 14,1%, per un residuo 6,7% di autori non identificati. Nello stesso anno, solo il 2,8% degli uomini è stato ucciso da partner o ex partner, il 13,1% da un altro parente e l’8% da un conoscente; ciò significa che in meno di un quarto dei casi (23,9%) vittima e carnefice si conoscono: sono infatti alte le quote degli omicidi di uomini commessi sia da sconosciuti (38,6%) sia da autori non identificati (37,5%) .

Per rilevare il fenomeno della violenza sulle donne in Trentino è utilizzato un sistema di raccolta dati che considera sia le denunce connesse a episodi di violenza sulle donne presentate alle forze dell’ordine e alle procure presso i tribunali di Trento e Rovereto, sia il numero e le caratteristiche delle donne che beneficiano dei servizi antiviolenza. In particolare, gli enti della rete antiviolenza registrano le informazioni relative alle vittime attraverso la compilazione di un form online (protetto da codice alfanumerico con chiave di criptazione unidirezionale) che garantisce il rispetto delle disposizioni in materia di riservatezza dei dati e permette un’analisi disaggregata degli stessi.

Le denunce per reati assimilabili a violenza contro le donne (le cui vittime sono donne e i cui presunti autori sono uomini) relative all’anno 2016 sono state complessivamente 532, a fronte di un numero di donne tra i 20 e i 64 anni in Trentino pari a 158.166 (Osservatorio Provinciale sulla Violenza di Genere, 2016). Nello stesso anno, i procedimenti di ammonimento di competenza della Polizia sono stati 232, di questi 181 per violenza domestica (percosse - art. 581 Cp) e per lesioni dolose (art. 582) e 51 per atti persecutori (stalking - art. 612 bis). Nello stesso arco temporale sono stati emanati 169 provvedimenti di ammonimento (Osservatorio Provinciale sulla Violenza di Genere, 2016).

In Trentino tale dato risulta significativo in rapporto alla media nazionale, sebbene il numero delle denunce e dei provvedimenti di ammonimento rappresenti una minima parte del fenomeno reale. Ciò può essere interpretato considerando la (probabile) maggior propensione alla denuncia da parte delle donne presenti in provincia di Trento (rispetto ad altri territori) determinata dalla consapevolezza della presenza di una rete articolata di servizi a favore delle vittime di violenza e dalla particolare sensibilità sulla tematica degli operatori sia delle istituzioni pubbliche che degli enti del terzo settore che entrano in contatto diretto con le donne. Tale attenzione è il frutto anche di un complesso e articolato progetto formativo in materia, che coinvolge in modo integrato professionisti appartenenti a enti diversi.

I servizi antiviolenza si articolano in servizi di accoglienza residenziale (casa rifugio, case di accoglienza, alloggi in autonomia) e non residenziali (che offrono sostegno, orientamento, consulenza psicosociale e legale). Nel 2016, 101 donne si sono rivolte ai servizi residenziali (con 100 minori al seguito) e 352 ai non residenziali (con 454 figli), per un totale di 554 figli hanno assistito alla violenza esercitata sulla madre; un dato che ha portato alla programmazione di specifici corsi di formazione per gli operatori sul tema della violenza assistita.

Ericka Costa Università degli Studi di Trento

Laura Castegnaro Provincia Autonoma di Trento