SETTEMBRE 2017
 
Impresa sociale e gender gap: un'analisi sulle cooperative sociali italiane

Impresa sociale e gender gap: un'analisi sulle cooperative sociali italiane

Abstract

Sebbene sia ormai accertato il ruolo centrale delle donne, in materia di imprenditorialità, in relazione allo sviluppo di una nazione, alla parità di genere e alla stabilità sociale, la situazione globale mette in evidenza ancora un persistente gap di genere nelle iniziative imprenditoriali. In generale è possibile affermare che “business has always been gendered” (Gamber, 1998) e che l’ambiente di riferimento ha sempre svolto un ruolo centrale nello sviluppo e nella crescita delle iniziative imprenditoriali femminili. Approcciare lo studio dei fenomeni imprenditoriali non può pertanto prescindere dall’analisi del contesto e dall’introduzione di aspetti istituzionali, sociali e culturali. A partire da queste considerazioni teoriche, diversi studi, incentrati principalmente sulle realtà for profit, hanno approfondito la tematica dell’imprenditoria di genere attraverso una “lente multilivello”, sottolineando le interconnessioni tra gli elementi macro e micro. Recentemente l’interesse alla tematica si è esteso anche al settore non profit, come dimostrano numerosi studi e alcuni tentativi di mappatura del fenomeno.

Il presente lavoro ha lo scopo di contribuire al dibattito sull’imprenditoria di genere e terzo settore attraverso un’indagine sulle cooperative sociali italiane: all’interno dell’approccio istituzionale e multilivello, si cercherà di individuare gli elementi che influenzano la creazione e l’attività di una cooperativa sociale, nonché la relazione tra genere e aspetti di natura organizzativa, strutturale e gestionale.


Though the central role of women in terms of entrepreneurship is now accepted – in relation to the development of a nation, gender equality and social stability – the global situation still highlights a persistent gender gap in entrepreneurial initiatives. It is possible to assert that "business has always been gendered" (Gamber, 1998) and that the social background has always played a central role in the development and growth of female entrepreneurial initiatives. In order to approach the study of entrepreneurial phenomena therefore we can’t forget the analysis of the context and the introduction of institutional, social and cultural aspects. Starting from these theoretical considerations, several studies, mainly focused on for-profit realities, have deepened the theme of gender entrepreneurship through a "multi-level lens", underlining the interconnections between the macro and micro elements. Recently, interest in that issue has also extended to the non-profit sector, as demonstrated many studies and some attempts to map the phenomenon.

This paper aims to contribute to the debate on gender entrepreneurship and third sector through a survey on Italian social cooperatives: within the institutional and multilevel approach, we will try to identify the elements that influence the creation and the activities of a social cooperative, as well as the relationship between gender and aspects of organizational, structural and management nature.

 

Introduzione

L’iniziativa imprenditoriale è a tutti gli effetti un elemento cruciale per la crescita economica e la creazione di occupazione (Blanchflower, Oswald, 1998; Parker, 2009); oltre ad una funzione legata allo sviluppo economico (Minniti et al., 2005; Brush et al., 2006), gli studiosi sono concordi nel riconoscere all’imprenditorialità al femminile, in particolare, un apporto fondamentale per l’incremento dell’uguaglianza di genere e la stabilità sociale (UN Women, 2015). Tuttavia il divario tra iniziative imprenditoriali maschili e femminili è tutt’ora molto ampio (European Parliament, 2015), presentando, nel 2012, un tasso medio di donne titolari di azienda nell’Unione Europea intorno al 29%, coerentemente con quanto avviene nel resto del mondo, dove tale rapporto si attesta intorno ad un terzo del totale (McClelland et al., 2005).

In generale è possibile affermare che “business has always been gendered” (Gamber, 1998: 216) ed il contesto di riferimento ha sempre svolto un ruolo centrale nello sviluppo e nella crescita delle iniziative imprenditoriali femminili (Doe, 2017). Eagly e Crowley (1986) affermano che la prevalenza degli uomini in campo imprenditoriale è essenzialmente legata alla cultura e alla struttura sociale – che definiscono comportamenti socialmente accettabili per uomini e donne – e non a una predisposizione biologica. In tal senso, l’imprenditorialità “takes place and has effects on different societal levels simultaneously” (Davidsson, Wiklund, 2001: 81), e “individual orientations are enmeshed and molded by economic, legal, normative and societal environments, supporting the thesis of entrepreneurship embedded-ness in specific social-cultural context” (Jamali, 2009: 233).

Approcciare lo studio dei fenomeni imprenditoriali, pertanto, significa non poter prescindere dall’analisi del contesto (Welter, 2010) e dall’introduzione di aspetti istituzionali, sociali e culturali (de Bruin et al., 2007), all’interno del più ampio e ben conosciuto institutional framework (North, 1990; Powell, DiMaggio, 1991; Meyer, Rowan, 1991; Scott, 1995, 2008, 2010).

A partire da queste considerazioni teoriche, diversi studi, incentrati principalmente sulle realtà for profit, hanno iniziato ad approfondire la tematica dell’imprenditoria di genere attraverso una “lente multilivello”, sottolineando le interconnessioni tra gli elementi macro (istituzioni normative, stereotipi maschili, sostegno dei governi, grado di sviluppo di un Paese) e quelli micro (valori e aspettative, credenze, motivazioni, capacità di riconoscimento delle opportunità) (Jamali, 2009; Elam, Terjesen, 2010; Klyver et al., 2013).

Recentemente si è registrato un aumento di interesse per le tematiche di gender entrepreneurship anche nel settore non profit, come dimostrano numerosi studi (Themudo, 2009; Hechavarria et al., 2012; Humbert, 2012; Huysentruyt, 2014; Urbano Pulido et al., 2014; Nicolás, Rubio, 2016) e alcuni documenti (European Parliament, 2015) e progetti europei (WEstart, 2015) finalizzati alla mappatura del fenomeno.

Il presente lavoro intende contribuire al tema attraverso un’indagine sulle cooperative sociali italiane; all’interno dell’approccio istituzionale e multilivello, si è cercato di individuare gli elementi che influenzano la creazione e l’attività di una cooperativa sociale, nonché la relazione tra genere e aspetti di natura organizzativa. L’indagine è stata condotta attraverso la creazione di un purposeful sample di otto cooperative sociali italiane gestite da donne, e si è concentrato sulla ricerca delle motivazioni, dei vincoli e delle opportunità alla base dell’iniziativa imprenditoriale e il rapporto tra genere, attività svolta e organizzazione.

Il paper è strutturato come segue. Dopo una descrizione del framework teorico e dell’analisi della letteratura sulle tematiche di genere e imprenditorialità nel terzo settore, viene presentata l’indagine sulle cooperative sociali femminili, di cui si discuteranno i principali risultati, per chiudere con alcune riflessioni e implicazioni future.

 

Framework concettuale

Negli ultimi anni vari studi si sono concentrati sul tema dell’imprenditorialità femminile proponendo nuove direzioni di analisi (Ahl, 2006; Hughes et al., 2012; Marlow, 2014), con particolare attenzione ad un ricerca multilivello in cui il fenomeno fosse considerato come un insieme interconnesso di elementi micro, meso e macro (de Bruin et al., 2007; Brush et al., 2009; Jamali, 2009; Welter, 2010; Jennings, Brush, 2013). In tal senso, si riconosce che ogni organizzazione – anche quella di natura sociale – è influenzata da diversi “ambienti” (istituzioni), strutturati e organizzati secondo differenti modalità (Scott, 2010).

In un recente lavoro, Bruton e colleghi (Bruton et al., 2010) sottolineano l’importanza dell’approccio “istituzionale” per l’analisi di un’ampia varietà di fenomeni, in particolare quelli di impresa, essendo particolarmente adatto per spiegare le forze che influenzano e determinano il successo imprenditoriale, a di là dell’utilizzo di risorse di tipo organizzativo.

Secondo North (1990), l’istituzione rappresenta “a guide to human interaction” e “the humanly devised constraints that shape human interaction” (p. 3): l’ambiente istituzionale, in tal senso, essendo il luogo dove si collocano le attività di un individuo, contribuisce a determinare le interazioni dello stesso. In particolare vengono distinte regole formali e informali, le prime spesso complementari alle seconde. La combinazione di entrambe definisce l’istituzione e fornisce la base per continue trasformazioni dell’istituzione stessa.

Scott (1995, 2008, 2010) riassume le forze istituzionali in tre categorie: regolative, normative e cultural-cognitive, “that provide stability and meaning to social life” (2008: 48). La prima classe riguarda la legislazione e si concentra sulla capacità delle istituzioni di limitare e regolare i comportamenti, attraverso norme e sanzioni. La seconda è rappresentata dalle regole che prescrivono diritti e doveri basati su interazioni sociali, professionali e organizzative (Bruton et al., 2010), mentre la categoria cultural-cognitiva è legata alle percezioni e alle decisioni individuali. Questi elementi sono profondamente intrecciati e interdipendenti l’uno dall’altro (Scott, 2008); il risultato è che le istituzioni così individuate determinano ciò che è appropriato o meno in un certo comportamento e rendono accettabili o meno certe azioni (Powell, DiMaggio, 1991) all’interno di un dato ordine sociale.

 

Review della letteratura

Storicamente gli studi su gender gap e imprenditorialità si sono concentrati sulle imprese for profit – soprattutto di grandi dimensioni – sebbene recentemente vi sia un’attenzione sempre maggiore al ruolo delle donne nel settore non profit, in termini di gestione, forza lavoro e, più in generale, di iniziativa imprenditoriale. I risultati di vari studi confermano che anche nel terzo settore esiste un divario tra donne e uomini, le prime sotto-rappresentate in ambiti gestionali e sottopagate rispetto ai colleghi maschi (Gibelman, 2000; Mesch, Rooney, 2008), sebbene, rispetto alle imprese for profit, siano numericamente prevalenti e il divario retributivo sia minore (Leete, 2000; Faulk et al., 2013; Preston, Sacks, 2010), con notevoli differenze, tuttavia, in relazione ai Paesi (Huysentruyt, 2014) e ai settori (Faulk et al., 2013; McGinnis, 2011; Salamon, Sokolowski, 2016).

In particolare negli studi su gender e terzo settore prevalgono i temi della disparità nelle posizioni di leadership, della differenza salariale e della composizione della forza lavoro, con un’attenzione specifica ai paesi anglosassoni (Gibelman, 2000; Mesch, Rooney, 2008; Sampson, Moore, 2008).

Dall’altra parte, vari studi hanno riguardato la sovra-rappresentazione (come forza lavoro) delle donne nel settore non profit. Le ragioni sono legate a diversi fattori, come la cosiddetta labour donation theory (Preston, 1989) per cui, dal momento che i salari nelle organizzazioni non profit tendono a essere inferiori, questo divario è considerato una sorta di donazione, attraverso la fornitura di beni e servizi con esternalità sociali. Altre possibili spiegazioni sono legate alla natura e alla tipologia del lavoro (tipicamente femminile), ai valori e premi intrinseci, alla grande offerta dei cosiddetti family-friendly benefits, all’opportunità di contratti di lavoro part-time e di settimane lavorative più brevi (Conry, McDonald, 1994; Lanfranchi, Narcy, 2015).

Nell’ambito dell’imprenditoria sociale, in termini di propensione e barriere di genere, la letteratura converge sull’esistenza di un divario tra approccio maschile e femminile, in particolare per quanto riguarda le caratteristiche personali e le opportunity recognition: gli uomini sono più legati a obiettivi di natura economica rispetto alle donne (Hechavarria et al., 2012; Nicolás, Rubio, 2016; Themudo, 2009), mentre queste ultime sono più portate a comportamenti altruistici, di natura sociale e ambientale (Eagly, Crowley, 1986; Eckel, Grossman, 1998; Huysentruyt, 2014; Urbano Pulido et al., 2014) e ad attività di volontariato (DiMaggio, Louch, 1997) con una avversione per la competizione e la concorrenza (Huysentruyt, 2014). Si segnala comunque la scarsità di analisi su altri elementi che possono presentarsi nella creazione di un’impresa sociale da parte di una donna (Gras et al., 2011; Humbert, 2012).

Una ricerca di Shaw e Carter (2007) – nonostante si concentri sull’imprenditoria sociale in generale e non femminile nello specifico – dimostra che esistono cinque fattori chiave che influenzano il processo di creazione di un’impresa sociale: riconoscimento delle opportunità, presenza di network, elementi di natura finanziaria, ruolo dell’imprenditore sociale, creatività e innovazione. In particolare, la loro analisi sottolinea che il riconoscimento di un divario nell’erogazione di servizi costituisce la forza trainante della creazione di un’impresa sociale, che risulta profondamente radicata nel territorio e ha molteplici fonti di finanziamento. Tutti gli imprenditori sociali che hanno partecipato all’indagine indicano inoltre il loro ruolo di forza trainante, mentre creatività e apertura mentale vengono viste come caratteristiche fondamentali della loro attività.

Molti di questi elementi si ritrovano anche in un recente policy brief del Parlamento Europeo (European Parliament, 2015), che conferma un divario di genere inferiore nelle imprese sociali rispetto alle imprese for profit, oltre che il ruolo cruciale svolto da ogni sistema giuridico nazionale nello sviluppo delle attività femminili, nonché la maggior complessità di accesso a finanziamenti per le imprese sociali.

 

Metodologia della ricerca

La presente ricerca, di tipo qualitativo, propone i risultati di un’indagine condotta nell’estate del 2016 su un campione di cooperative sociali italiane. Ai fini dello studio, come campione è stato scelto un cosiddetto purposeful sample (Patton, 2002); si tratta di una tecnica di campionamento non probabilistica – spesso caratterizzata da un piccolo numero di unità – utilizzata nella ricerca qualitativa per concentrarsi su particolari caratteristiche di una determinata popolazione scegliendo casi information rich. Il campione deve essere coerente con gli obiettivi e le ipotesi della ricerca e il numero dei casi dovrebbe rispettare il criterio di saturazione (vale a dire che essi debbono rappresentare l’intera popolazione e la loro analisi deve permettere di comprendere e coprire tutti gli argomenti) (Miles, Huberman, 1994).

Le cooperative sociali sono state scelte analizzando le organizzazioni con maggioranza di soci donne e con una donna nel ruolo di presidente. Come indicato nella Tabella 1, il campione comprende 8 cooperative sociali italiane (tipo A, tipo B e A + B), fondate nei cinque anni precedenti (per evidenziare le eventuali difficoltà nella fase di avvio), tuttora in attività.

tab01Tabella 1. Principali informazioni sul campione

È stato poi predisposto un questionario elettronico che, in base a quanto indicato da Fowler (2014), è stato pre-testato da due colleghi e da due donne con caratteristiche simili a quelle dei potenziali intervistati, al fine di ricevere suggerimenti e feedback. Sono state contattate quindi le cooperative sociali per ottenere l’indirizzo di posta elettronica del presidente al quale è stato inviato direttamente il questionario. Le informazioni sono state organizzate in tre diverse sezioni: informazioni generali sulla cooperativa sociale; informazioni personali sul presidente; cooperazione sociale e divario di genere, quest’ultima strutturata secondo il framework concettuale, allo scopo di evidenziare elementi culturale-cognitivi (identificazione delle opportunità, motivazioni, credenze personali etc.) e normativo-regolativi (ruolo della famiglia e di altre istituzioni, comportamenti sociali, situazione economica etc.).

Per le prime due parti, relative alle informazioni oggettive sulle organizzazioni (numero di membri, anno di fondazione, attività principale, etc.) e alle informazioni personali del presidente (età, status sociale, istruzione, precedente esperienza lavorativa) sono state strutturate domande aperte, mentre nella terza sezione sono state inserite domande a scelta multipla. Le alternative di risposta sono state pensate sulla scorta della letteratura precedentemente presentata e, nonostante la scelta multipla abbia il limite di “suggerire” la risposta, tali opzioni offrono al rispondente una migliore comprensione della domanda stessa, oltre a consentire una migliore analisi dei dati; limite che è stato parzialmente ridotto, tra l’altro, dalla possibilità di scegliere più di una risposta per ogni domanda e dalla presenza della categoria “altro” come opzione residuale.

tab02Tabella 2. Principali informazioni sul presidente della cooperativa

In particolare, l’ultima parte si è concentrata sui seguenti temi: motivazioni personali (Perché ha deciso di creare una cooperativa sociale?); ruolo istituzionale/familiare (Qual è stato il ruolo delle istituzioni nella creazione dell’imprese? Come la sua famiglia ha sostenuto la sua scelta?); contesto culturale (Esiste una visione stereotipata delle donne nel contesto imprenditoriale?); opportunità/vincoli (Quali sono stati i principali ostacoli alla costituzione della cooperativa sociale? Il settore non profit offre migliori opportunità di lavoro per le donne?). Infine, sono state preparate alcune domande sulla condizione femminile, sul ruolo del presidente, sulle relazione con i dipendenti e sulle attività, per analizzare le eventuali implicazioni di natura organizzativa.

Francesca Picciaia Università degli Studi di Perugia