SETTEMBRE 2017
 

I risultati mostrano che le imprese sociali che hanno la tendenza ad operare con i tre soggetti della tripla elica hanno una maggiore propensione a stabilire relazioni collaborative, mentre quelle che interagiscono con un singolo attore (anche considerando che questo attore è quasi sempre la pubblica amministrazione) sono più probabilmente ingaggiabili in relazioni adempitive. Ciò ci porta a confermare l’ipotesi 2.

Passando all’ipotesi 3, possiamo osservare (Figura 6) come le imprese sociali del cluster 1 abbiano una maggiore tendenza a rendicontare i risultati ai propri stakeholder. Per esprimere il livello di accountability abbiamo chiesto alle imprese se pubblicano documenti di rendicontazione sociale (Bilancio Sociale, Bilancio Ambientale, Bilancio di Genere) e se conducono rilevazioni sistematiche di soddisfazione degli utenti. Abbiamo quindi costruito un indice fra 0 e 1 e possiamo constatare che, al crescere della propensione ad essere plurali (ad interagire con più attori), cresce la tendenza ad essere accountable. Ciò conferma l’ipotesi 3.

fig06Figura 6. Indice di accountability per i tre cluster

In ultimo, abbiamo verificato l’ipotesi 4, analizzando la relazione fra i cluster e la propensione a generare innovazione (Figura 7). Considerando la forte correlazione fra il framework teorico della tripla elica e i processi di innovazione, tale analisi appare particolarmente rilevante in quanto consente di verificare se è confermata la teoria secondo cui gli ecosistemi innovativi nascono e si evolvono con maggiore probabilità in presenza di relazioni collaborative che interessano i tre attori fondamentali dei contesti socio-economici tipici delle economie fondate sulla conoscenza. I risultati mostrano che le imprese sociali del cluster 1 hanno una propensione all’innovazione significativamente più alta rispetto agli altri cluster, e che il cluster 2 ha risultati migliori del cluster 3. Ciò conferma l’ipotesi 4.

fig07Figura 7. Indice di innovazione per i tre gruppi

 

Conclusioni

I risultati di questa ricerca forniscono lo spunto per una serie di riflessioni circa il ruolo e la funzione che le imprese sociali possono svolgere in questo periodo storico. Come anticipato, l’equilibrio individuato nel ‘900 fra i tre attori del sistema socio-economico ha acquisito come elemento centrale il profitto generato dalle imprese e, di conseguenza, la capacità del settore pubblico di provvedere a rimediare agli scompensi (o esternalità) attraverso la tassazione e le politiche di welfare. La caduta della capacità di profitto, manifestatasi con la crisi degli anni 2007-08, ha messo sotto forte stress la finanza pubblica proprio nel momento in cui la società domandava (e domanda) maggiori e migliori servizi pubblici e, più in generale, una capacità di soluzione dei bisogni da parte delle politiche di welfare.

fig08Figura 8. Quota di profitto delle società non finanziarie e tassi di variazione congiunturale | Anni: 2009-2015 | Fonte (Istat, 2015)

L’impresa sociale, dunque, si inserisce in un contesto particolarmente complesso e si trova nel mezzo del gap fra la crescita di domanda di servizi sociali e la riduzione di possibilità finanziarie della pubblica amministrazione. Tale condizione, accentuata dalle trasformazioni prodotte dall’innovazione tecnologica e da nuovi paradigmi socio-economici, ha fatto emergere il tema dell’ibridazione fra modelli di business, organizzativi e approcci imprenditivi. Impresa sociale, dunque, quale possibile sintesi fra le esigenze di sostenibilità economica di chi opera nel mercato e l’urgenza di offrire soluzioni (prodotti, servizi, e non solo) in grado di rispondere ai bisogni sociali in modo duraturo, fino a portare alla fuoriuscita dal bisogno.

La manifestazione di tale capacità, che definiamo impatto sociale, diviene quindi il tema centrale su cui ripensare il ruolo e la funzione dell’impresa sociale. Per tale ragione abbiamo proposto l’identificazione dell’impresa sociale come quell’organizzazione che tende alla massimizzazione dell’impatto sociale sotto il vincolo di sostenibilità economica.

Il contributo fornito da Henry Mintzberg (2015) offre una chiave di lettura interessante per cogliere la traiettoria dell’impatto in chiave sistemica, intendendo l’impatto sociale come il contributo che un’organizzazione è in grado di fornire al ribilanciamento della società. Mintzberg sostiene inoltre che tali organizzazioni appartengono al settore plurale, ovvero un settore che opera in collaborazione con i due attori chiave (Stato e imprese) e facilita l’aggregazione della cittadinanza nelle relazioni con essi. Il ribilanciamento, dunque, è da intendersi sia in chiave economica (disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza), che in chiave democratica (accesso alle relazioni con gli attori che muovono le principali decisioni circa lo sviluppo di un contesto sociale).

Il modello che meglio interpreta tale vocazione collaborativa è quello della tripla elica: le organizzazioni in grado di operare con i tre attori dell’elica (Stato, imprese e università) sono più verosimilmente le organizzazioni che meglio interpretano il ruolo di organizzazioni plurali.

Per tale ragione, i risultati della presente ricerca forniscono delle indicazioni particolarmente interessanti: in tutti i casi esplorati emerge che le imprese sociali che collaborano con i tre attori della tripla elica sono quelle maggiormente in grado di affrontare la sfida della generazione di impatto sotto il vincolo di sostenibilità economica. Nello specifico, le imprese sociali con orientamento collaborativo mostrano di avere una struttura dei ricavi più equilibrata rispetto alle tre fonti principali (ricavi da pubblica amministrazione, imprese e fundraising), con una minore dipendenza dalla PA e ciò, considerando i già citati vincoli della finanza pubblica, le pone in condizioni di migliore sostenibilità economica.

Allo stesso tempo esse tendono ad avere un orientamento maggiore all’accountability e ciò diviene determinante per i processi di rendicontazione degli impatti generati e del livello di soddisfacimento dei bisogni degli stakeholder. Considerando, inoltre, che tali organizzazioni prediligono relazioni collaborative (a dispetto di relazioni definite “adempitive”, o di compliance), risulta ancora più rilevante il tratto di organizzazioni plurali, capaci cioè di influenzare l’intero processo di costruzione degli interventi attraverso attività di co-produzione e non più di mero adempimento in esternalizzazione.

In ultimo, queste stesse imprese sociali mostrano una innovation readiness maggiore delle altre; ciò conferma la teoria alla base del modello della tripla elica, secondo cui gli ecosistemi collaborativi aprono a prospettive di sviluppo in cui la dimensione economica e quella sociale trovano una sintesi nel concetto di sostenibilità e i modelli di business godono dell’ibridazione fra orientamenti differenziati ma convergenti nella prospettiva del valore condiviso come portato del valore pubblico – inteso come estensione degli outcome delle politiche e dei programmi della PA –, del valore aggiunto di natura economica – inteso come maggior valore che l’impresa è in grado di creare con l’attivazione dei processi produttivi – e del valore sociale quale elemento di capitalizzazione degli impatti sociali generati nella logica del ribilanciamento della società.

 

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Luigi Corvo Università di Roma “Tor Vergata”

Lavinia Pastore Università di Roma “Tor Vergata”

Andrea Sonaglioni Università di Roma “Tor Vergata”