SETTEMBRE 2017
 

Il modello collaborativo della tripla elica

Un framework interpretativo rilevante, ampiamente rivalutato ed utilizzato negli ultimi anni, è il modello della tripla elica (Etzkowitz, Leydesdorff, 2000). Tale approccio è stato inizialmente adottato per l’analisi delle dinamiche esistenti fra gli attori chiave (governo, imprese e università) nei processi di innovazione e di trasferimento della conoscenza ed oggi è sempre più utilizzato come riferimento analitico per lo studio dei processi di innovazione sociale, in particolare per ciò che riguarda la previsione di una quarta elica costituita da “società fondata su cultura e informazione” o “società civile” (Carayannis, Campbell, 2009).

In condizioni di collaborazione fra le tre principali eliche, quindi, i modelli di produzione e di trasferimento della conoscenza hanno la capacità di generare format innovativi e più efficienti in grado di trasformarsi non solo in nuovi modelli sociali, ma anche in dispositivi istituzionali che portano alla creazione di un ecosistema d’innovazione (Figura 2).

fig02Figura 2. Una configurazione del modello della tripla elica, con sovrapposizioni negative e positive fra gli attori chiave | Fonte (Leydesdorff, 2015)

Per questo motivo sposteremo l’analisi dalle relazioni bilateriali fra gli attori chiave (pubblica amministrazione e impresa sociale) alle interazioni di ecosistema, indagando la natura e l’evoluzione di queste organizzazioni attraverso la qualità e la varietà di relazioni collaborative che esse instaurano con gli attori della tripla elica.

 

Le domande di ricerca

Definiamo dunque come organizzazioni plurali quelle organizzazioni con una maggiore propensione ad instaurare relazioni collaborative con i tre attori delle tripla elica. Le nostre domande di ricerca sono le seguenti.

Quanto è diffusa la propensione delle imprese sociali a stabilire relazioni collaborative rispetto al framework proposto dalla tripla elica?

C’è una relazione positiva fra l’intensità delle relazioni collaborative e le key performance areas delle imprese sociali nel contesto italiano?

Le aree chiave di performance, rifacendosi al dibattito in letteratura, possono essere rappresentate come segue.

Composizione dei ricavi: intesa come variabile che spiega la dimensione qualitativa della sostenibilità economica delle imprese sociali, ritenendo che una minore dipendenza da risorse pubbliche, alla luce dei trend di restrizione dei saldi di finanza pubblica, sia indice di migliori prospettive di sostenibilità economica.

  • Ipotesi 1: al crescere della propensione alla plural organization la composizione dei ricavi diviene più equilibrata fra ricavi derivanti dalla pubblica amministrazione, ricavi derivanti dalle imprese e altri ricavi (fundraising e altro).

Qualità delle relazioni con gli altri attori (collaborative vs contrattuale): intesa come variabile che spiega la differenza fra relazioni formali o di natura “meramente” contrattuale (in cui le imprese sociali svolgono un compito specifico nella supply chain) e relazioni collaborative, intese come attività di co-progettazione e co-produzione in cui le imprese sociali sono coinvolte lungo tutto il ciclo di vita del progetto (ideazione, progettazione, produzione, valutazione).

  • Ipotesi 2: al crescere della propensione alla plural organization, la tendenza a stabilire relazioni di tipo collaborativo tende a crescere.

Livello di accountability: intesa come variabile che spiega la propensione a comunicare agli stakeholder la capacità dell’organizzazione di generare impatti sociali ed ambientali, e, in ultima analisi, la capacità di ribilanciare la società.

  • Ipotesi 3: al crescere della propensione alla plural organization, la tendenza ad essere accountable cresce.

Propensione all’innovazione: intesa come variabile che spiega la continua tensione dell’organizzazione a migliorare le modalità di progettazione e produzione delle proprie performance e, quindi, dei propri impatti (intesi, in ultima analisi, come capacità di ribilanciare la società).

  • Ipotesi 4: al crescere della propensione alla plural organization, la tendenza a favorire processi di innovazione cresce.

 

Metodi di ricerca

I dati dell’ultimo Censimento Istat dell’Industria e dei Servizi del 2011 (Istat, 2013) forniscono importanti evidenze circa l’evoluzione del settore non profit in Italia e consentono di confrontare l’andamento del settore con l’evoluzione del settore pubblico.

Le organizzazioni non profit (ONP) (definite dall’Istat INP, Istituzioni Non Profit) risultano essere 301.191, il numero di addetti retribuiti è di 680.811 e il numero di volontari è di 4.758.622. Come evidenziato nelle Tabelle 1 e 2, comparando i dati riferiti al 2011 con quelli del 2001 si è assistito ad una rilevante crescita del numero di organizzazioni attive (+28%), numero di addetti retribuiti (+39%) e numero di volontari (+43,5%). Allo stesso tempo, nei dieci anni considerati, il settore pubblico ha ridotto sia il numero di istituzioni attive, che il numero di lavoratori, oltre che il numero di volontari, fenomeno che dimostra in modo chiaro l’effetto della crisi sulla finanza pubblica e il conseguente ridimensionamento del pubblico impiego e, più in generale, delle risorse disponibili nel settore pubblico.

Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dalle dimensioni delle ONP italiane: solo il 5,5% di esse, infatti, ha più di 5 addetti retribuiti e in questo 5,5% è concentrato l’83,6% del totale degli addetti retribuiti del settore.

tab01Tabella 1. Evoluzione delle entrate del terzo settore e peso sul PIL in Italia | Anni: 1991-2001-2011 | Fonte: Censimento Istat 1991, 2001 e 2011

tab02Tabella 2. Confronto per addetti e organizzazioni attive fra terzo settore (NP) e settore pubblico (PA) | Anni: 2001-2011 | Fonte: Censimento Istat 2001, 2011

Per rispondere alle nostre domande di ricerca, tenuto conto dello scenario restituito dal Censimento Istat, è stato redatto un questionario qualitativo che abbiamo somministrato, nel corso del 2013, ai top manager delle ONP italiane. Sulla base dei dati sugli addetti (83,6% del totale degli addetti nel 5,5% di ONP con più di 5 addetti), abbiamo deciso di escludere le ONP con meno di 6 addetti dal nostro campione e di rivolgerci a quelle ONP, in questo caso imprese sociali, che operano nei seguenti settori: ambiente, servizi sociali, cultura, filantropia, educazione e ricerca, sanità, coesione sociale. Abbiamo ricevuto 612 risposte, un numero che consente di contenere l’errore campionario intorno al 4%. La Tabella 3 riassume le caratteristiche del campione.

tab03Tabella 3. La rappresentatività del campione

Per poter rispondere alla prima domanda di ricerca abbiamo proposto un item per indagare le relazioni delle imprese sociali con i diversi attori della tripla elica (governo, imprese e università). A questa domanda poteva essere fornita più di una risposta, in modo da valutare se le relazioni instaurate fossero bilaterali, multilaterali o sistemiche (coerentemente con l’approccio della tripla elica).

Come sottolineato da Leydesdorff (2015), mentre nelle relazioni classiche Stato-Mercato sono prevalenti due tipi di sistemi di interazione – quelli relativi alle dinamiche di equilibrium-seeking e quelli che si riferiscono ai meccanismi normativi di controllo delle interazioni pubblico-privato – nell’analizzare le relazioni sottese ad un’economia knowledge-based occorre considerare una terza forma di interazione: quella riferita alle dinamiche di ricerca continua di nuovi equilibri offerti dalla generazione sociale di conoscenza. Tale prospettiva offre l’opportunità di concepire il modello della tripla elica non solo come framework per analizzare i processi e le dinamiche del trasferimento di conoscenza dalla ricerca di base alla società civile, ma esso diviene anche un utile strumento epistemologico per comprendere come l’innovazione si manifesta in un sistema socio-economico contemporaneo nel quale agiscono diversi stakeholder.

 

Risultati

I primi risultati (in risposta alla prima domanda di ricerca) mostrano la diffusione delle pratiche collaborative fra le imprese sociali osservate, fornendo evidenza del numero di attori con cui avviene l’interazione. Le possibili configurazioni collaborative sono:

  • singola elica (il gruppo di imprese sociali interagisce con uno solo dei tre attori della tripla elica);
  • doppia elica (il gruppo di imprese sociali interagisce con due dei tre attori della tripla elica);
  • tripla elica (il gruppo di imprese sociali interagisce con tutti e tre gli attori della tripla elica).

fig03Figura 3. Livello di diffusione di singola, doppia e tripla elica nelle imprese sociali italiane

Come mostrato in Figura 3, l’approccio più diffuso è quello della singola elica, con il 40% del campione che dichiara di avere relazioni con un singolo attore. Il 35% delle imprese sociali intervistate ha dichiarato di stabilire relazioni con due attori, e il 26% ha dichiarato di stabilire relazioni collaborative con i tre attori della tripla elica. Una quota residuale, pari all’8% del campione (44 imprese) dichiara di non avere alcun tipo di relazione con gli stakeholder della tripla elica. Andando ad approfondire la composizione delle relazioni si osserva che (Tabella 4):

  • le imprese sociali che operano in relazioni da doppia elica escludono le relazioni con la pubblica amministrazione solo nel 3% dei casi, indicando quindi la centralità del rapporto con il settore pubblico
  • le imprese sociali che operano in relazioni da singola elica hanno come unico interlocutore la pubblica amministrazione nell’89% dei casi.

tab04Tabella 4. Dettaglio dell’orientamento collaborativo delle imprese sociali da doppia e singola elica

La risposta alla prima domanda di ricerca, oltre fornire un framework circa la propensione all’orientamento collaborativo, ha consentito di suddividere il campione in tre cluster e di riferire ad essi le risposte fornite agli item relativi alla seconda domanda di ricerca (in modo da poter verificare le ipotesi formulate sopra):

  • cluster 1: gruppo di imprese sociali che adottano la tripla elica;
  • cluster 2: gruppo di imprese sociali che hanno relazioni con 2 attori;
  • cluster 3: gruppo di imprese sociali che hanno relazioni con 1 attore.

La prima ipotesi è confermata; infatti, come mostrato dalla Figura 4, la composizione dei ricavi appare più equilibrata per il cluster di imprese sociali che operano nella tripla elica.

Occorre premettere che il campione è bilanciato rispetto al rapporto fra ampiezza dei cluster e quota di ricavi che ciascun cluster realizza rispetto al totale del campione: il cluster 1, che rappresenta il 26% delle imprese sociali del campione, ha una quota di ricavi pari al 29% del totale del campione; il cluster 2, che rappresenta il 35% delle imprese del campione, ha una quota di ricavi pari al 37% del totale del campione: il cluster 3, che rappresenta il 40% del campione, ha una quota di ricavi pari al 35% del campione.

fig04Figura 4. Struttura dei ricavi dei tre cluster

Considerando tre fonti di ricavo (derivanti da pubblica amministrazione, imprese e fundraising), le imprese sociali che hanno relazioni collaborative con i tre attori hanno la minore quota di ricavi derivanti dalla pubblica amministrazione rispetto agli altri due cluster. Ciò è particolarmente significativo, in quanto, in un periodo storico di forte stress dei saldi di finanza pubblica, la diversificazione dei ricavi consente di essere più resilienti nel rispondere a probabili riduzioni di ricavi derivanti dalla PA.

È altrettanto interessante notare come il cluster 2 (doppia elica) mostri una composizione dei ricavi, sebbene meno equilibrata del cluster 1 (tripla elica), preferibile rispetto al cluster 3 (singola elica). Ciò rafforza l’ipotesi secondo cui al crescere della propensione collaborativa, e quindi al crescere della propensione alla plural organization, migliora la composizione dei ricavi.

fig05Figura 5. Relazioni collaborative vs adempitive rispetto ai tre cluster

Con la Figura 5 vengono mostrati i risultati relativi all’ipotesi 2, secondo cui al crescere della tendenza alla plural organization, la propensione a stabilire relazioni collaborative (rispetto a relazioni adempitive) cresce.

Per relazioni collaborative intendiamo:

  • Co-produzione: intesa come attività che coinvolge le imprese sociali in tutto il ciclo di definizione, gestione ed erogazione del servizio e può essere intesa sul livello micro (un servizio o un progetto), meso (un programma di più servizi/progetti) e macro (una politica che contempla uno o più programmi). In tale senso quindi, nei processi di co-produzione sono incluse le attività di co-progettazione e co-gestione (Brandsen, 2004), indicando quindi un coinvolgimento circolare e non solo un ingaggio delle imprese sociali come fornitori di beni e servizi nel classico senso dell’esternalizzazione.
  • Consultazione: intesa come attività di ascolto e coinvolgimento delle imprese sociali nei processi preparatori alla costruzione delle politiche o dei programmi da cui scaturisce il design dei servizi e dei progetti.

Per relazioni adempitive intendiamo:

  • Esternalizzazione: intesa come attività che viene delegata alle imprese sociali (generalmente dalla pubblica amministrazione, ma non solo) in una logica top-down. In questo caso le imprese sociali, dunque, non hanno né le capacità né il potere per incidere sulla definizione degli interventi per cui sono ingaggiate e si limiteranno ad erogare prestazioni in cambio di un riconoscimento monetario. Generalmente ciò avviene attraverso l’indizione di una gara o di un bando ad evidenza pubblica a cui le imprese sociali partecipano, per poi rispettarne le previsioni contenute nel testo e, quindi, adempiendo alle indicazione preimpostate dall’organizzazione che esternalizza. Tale tipologia di relazione è stata fortemente utilizzata grazie alla diffusione del paradigma del new public management e rischia di condurre le imprese sociali ad una condizione di dipendenza dalle commesse esternalizzate ed a limitare il proprio approccio collaborativo.
  • Advocacy: intesa come attività di aggregazione ed intermediazione di soggetti portatori di specifiche istanze e diritti. Svolgendo questa attività le imprese sociali divengono organizzazioni che esercitano una pressione per la promozione di specifici interessi, rischiando di smarrire la capacità di costruire soluzioni d’impatto sociale per i bisogni sociali più vasti.

Luigi Corvo Università di Roma “Tor Vergata”

Lavinia Pastore Università di Roma “Tor Vergata”

Andrea Sonaglioni Università di Roma “Tor Vergata”