SETTEMBRE 2017
 
Quanto sono plurali le imprese sociali?

Quanto sono plurali le imprese sociali?

Abstract

Il ‘900 è stato il secolo delle dicotomie, la principale delle quali, in campo socio-economico, ha riguardato la relazione fra Stato e Mercato, indicativa di un quadro geopolitico fortemente connotato: da un lato i Paesi occidentali a forte prevalenza di Mercato, dall’altra lo Stato (paesi dell'est), con l’Europa alla ricerca di una terza via di equilibrio che si è concretizzata nell’introduzione di logiche di welfare state per la redistribuzione del valore e il bilanciamento delle dinamiche sociali. Un equilibrio che si fonda su una complessa rete di relazioni e scambi fra i tre principali attori del sistema socio-economico: lo Stato, le imprese for profit e le organizzazioni della società civile. La crisi del 2007-08 ha generato un forte calo della capacità di profitto (in particolare per le società non finanziarie), creando una spirale negativa che ha contagiato gli altri settori, in particolare ridimensionando la capacità del welfare di redistribuire valore attraverso politiche e servizi pubblici, a fronte anche di una crescente domanda di assistenza, tutela e servizi sociali.

Questo scenario sembra riproporre domande di ricerca già indagate da autori quali Weisbrod (1972), che tentò di teorizzare le ragioni della nascita e dello sviluppo del settore non profit in un’economia capitalista. Allo stesso tempo Salomon e Anheier (1998) concettualizzarono sei teorie per spiegare lo sviluppo del settore in relazione a specifiche dinamiche socio-economiche. Nel dibattito si inserisce anche Mintzberg (2015) che introduce il concetto di settore plurale, definendolo come quell’insieme di organizzazioni che, non essendo possedute o controllate né dallo Stato né da investitori privati, agiscono per il ribilanciamento della società. Estendendo la sua teoria, si potrebbe affermare che la missione sociale di queste organizzazioni si sostanzia con il raggiungimento di impatti sociali ed ambientali, e ha come effetto aggregato quello di creare condizioni di ribilanciamento delle disuguaglianze e quindi, ritornando a quanto introdotto da Weisbrod, di colmare quelle aree di insoddisfazione sorte per via dell’incapacità del settore pubblico e del settore for profit di far fronte a tutte le esigenze sociali.

Questo saggio ha l’obiettivo di verificare empiricamente il comportamento e le performance delle organizzazioni plurali, sperimentando la proposta concettuale di Mintzberg nell’ecosistema di imprese sociali e di organizzazioni non profit italiane. Per identificare la loro propensione ad agire come organizzazioni plurali è stato utilizzato il framework teorico della tripla elica, che rappresenta gli ambiti di collaborazione tra tre attori del sistema socio-economico (Stato, imprese, università).


The 20th century was a century of dichotomies. The main dichotomy in the socio-economic field concerned the relationship between the State and the Market: on the one hand, Western countries expressed a strong prevalence of the Market; on the other, Eastern countries expressed a prevalence of the State; Europe was in the middle, looking for a third path of balance introducing a welfare state logic for the redistribution of value and the balance of social dynamics. This equilibrium is based on a complex network of relationships and exchanges between the three major players in the socio-economic system: Government, for-profit organizations and civil society organizations. The crisis (2007-08) has led to a strong fall in profitability (especially for non-financial organizations), producing a negative contamination for the other sectors, in particular by reducing the welfare capacity of redistributing value through policies and services in the face of growing demand for assistance, protection and social services.

This context seems to repropose research questions already investigated by authors such as Weisbrod (1972), who tried to theorize the reasons for the birth and development of the non-profit sector in a capitalist economy. At the same time Salomon and Anheier (1998) conceptualized six theories to explain the sector's development in relation to specific socio-economic dynamics. Mintzberg (2015) introduces the concept of plural sector, defining it as the amount of organizations that, being neither owned nor controlled by the Government nor by private investors, act to rebalance the society. By extending its theory, it could be argued that the social mission of these organizations is to achieve  social and environmental impacts, and as a combined effect it creates conditions for rebalancing inequalities.

This paper aims to empirically test the behavior and performance of plural organizations by experimenting with Mintzberg's conceptual proposal in the ecosystem of social enterprises and non-profit organizations in Italy. In order to identify their attitude to act as plural organizations, the theoretical framework of the triple helix was used, which represents the areas of collaboration between three actors of the socio-economic system (Government, industry, universities).

 


Introduzione

Il ‘900 è stato il secolo delle dicotomie. La principale dicotomia in campo socio-economico ha riguardato la relazione fra Stato e Mercato, indicativa di un quadro geopolitico fortemente connotato: da un lato, una parte di pianeta in cui a prevalere è stata la logica di Mercato (ovest); dall’altro, una parte in cui si è a lungo sperimentato un modello in cui lo Stato ha avuto una preponderanza significativa (est); e un continente, l’Europa, alla ricerca di una terza via di equilibrio che ha preso la forma della social-democrazia per ciò che attiene il dibattito politico e si è concretizzato nell’introduzione di logiche di welfare state quale modalità di redistribuzione del valore e di bilanciamento delle dinamiche sociali.

Questo equilibrio si fonda su una complessa rete di relazioni e scambi fra i tre principali attori del sistema socio-economico: lo Stato, le imprese for profit e le organizzazioni della società civile. La capacità di conseguire profitto da parte delle imprese ha rappresentato (e in larga parte ancora rappresenta) il meccanismo di generazione del valore da cui, da un lato lo Stato, mediante la tassazione, recuperava le risorse per attuare politiche redistributive di welfare state, dall’altro la società, attraverso il lavoro, veniva coinvolta nei processi produttivi acquisendo un reddito legato al proprio profilo professionale.

La crisi del 2007-08 ha generato un forte calo della capacità di profitto (in particolare per le società non finanziarie), creando una spirale negativa che ha contagiato altri settori. La quota di valore prelevato dallo Stato con la tassazione si è ridotta, alterando i saldi di finanza pubblica e facendo lievitare i debiti; ciò ha ridimensionato la capacità del welfare di redistribuire valore attraverso politiche e servizi pubblici, e si è scontrato con la crescita della domanda di assistenza, tutela e servizi sociali. Allo stesso tempo si è ridotta la quota di società coinvolta nei processi produttivi delle imprese attraverso il lavoro e ciò ha prodotto un ulteriore riverbero di domanda di ammortizzatori sociali e sussidi di disoccupazione verso lo Stato.

Tale spirale ha spinto l’OECD a pubblicare la raccomandazione “Breaking Out of Policy Silos: Doing More with Less” (OECD, 2010), puntando sul potenziale incremento di efficacia ed efficienza del settore pubblico per ridurre il gap fra domanda e offerta di beni e servizi pubblici. Tale impostazione pare non essere stata sufficiente, e in assenza di risposte efficaci da parte dei governi, si è assistito a diversi tentativi, alcuni molto sperimentali, di auto-produzione e auto-organizzazione da parte dei cittadini, che, attraverso l’istituzione o il rafforzamento delle organizzazioni della società civile hanno tentato di praticare la resilienza e di proporre nuovi modelli di welfare.

 

Tra elementi teorici e contestuali: il settore plurale in Italia

Lo scenario descritto rimanda ad un classico problema di public choice: di fronte ad una crescente domanda di beni e servizi pubblici, il public decision maker deve scegliere come allocare le risorse pubbliche (sempre più scarse) per massimizzare il beneficio sociale derivante dai beni e servizi pubblici. Nel fare ciò sceglierà quella quantità di beni e servizi che corrisponde alla domanda esercitata dall’elettore mediano, inteso come l’elettore che meglio esprime e sintetizza le preferenze della (maggioranza della) popolazione.

A riguardo Burton Weisbrod (1972) segnalava un problema non da poco: tale decisione lascerà insoddisfatto sia chi esprime una domanda maggiore di beni e servizi pubblici, sia chi manifesta una domanda minore. Tale insoddisfazione è alla base dello sviluppo delle organizzazioni private non orientate al profitto che, in assenza di risposte soddisfacenti da parte del settore pubblico, tenderanno a supplire la mancanza di offerta di beni e servizi attraverso forme di auto-produzione e di resilienza.

Tuttavia, in questo periodo storico, tale fenomeno sembra essere molto più visibile che in passato in quanto l’ampiezza e la profondità della crisi intervenuta a partire dal 2007 non ha eguali nella storia del capitalismo e le difficoltà dei governi nel fornire soluzioni hanno impattato negativamente sui livelli di fiducia dei cittadini verso le istituzioni, in particolare nei paesi con un più elevato livello di debito pubblico (Figura 1).

fig01Figura 1. Il ruolo del debito pubblico e la fiducia nei governi | Fonte (OECD, 2013)

L’Italia è il paese con il terzo debito pubblico più alto del mondo e su cui la forbice fra la domanda di beni e servizi da parte dei cittadini (in special modo quelli colpiti dagli effetti della crisi) e la capacità di offerta da parte del settore pubblico ha prodotto un’area di insoddisfazione consistente, osservabile attraverso la riduzione delle possibilità di partecipazione ai processi produttivi (tasso di disoccupazione, aumento dei neet ecc.) e la caduta della fiducia dei cittadini verso le istituzioni (indice di fiducia, tasso di partecipazione alle elezioni ecc.). Si è quindi compreso come, particolarmente in periodi di forte crisi e in special modo per i paesi ad alto debito pubblico (fra cui l’Italia), l’area di insoddisfazione per la mancanza di risposte dello Stato e del mercato for profit alla domanda di beni e servizi di (crescenti) quote di cittadini, apre lo spazio per la nascita e lo sviluppo di organizzazioni private non orientate al profitto che tentano di dare risposta a bisogni sociali inevasi.

 

Le sei teorie di Salamon e il dibattito sulla semantica del settore non profit

Per comprendere il fenomeno descritto occorre ripercorrere le principali teorie che spiegano lo sviluppo di tali organizzazioni; in particolare, proponiamo l’approccio di Salamon e Anheier (1998), che consente di comparare in senso longitudinale l’evoluzione di queste organizzazioni nel tempo (in Italia, ad esempio, le organizzazioni non profit nel 1990 comprendevano il 2,9% di lavoratori retribuiti e volontari e i settori prevalenti erano servizi sociali e istruzione). I due autori si concentrano su sei teorie principali:

  • teoria dell’eterogeneità: una domanda insoddisfatta di beni pubblici o quasi-pubblici in situazioni di eterogeneità della domanda porta alla nascita di organizzazioni non profit;
  • teoria dell’offerta: le organizzazioni non profit, create da imprenditori che mirano alla massimizzazione di ritorni non monetari, costituiscono un riflesso dell’eterogeneità della domanda;
  • teoria della fiducia: in condizioni di asimmetrie informative, tali da rendere costoso il monitoraggio e da condurre al sospetto di profitto, il vincolo alla non distribuzione del profitto rende le organizzazioni non profit più meritevoli di fiducia;
  • teoria del welfare state: il processo di industrializzazione conduce al moderno sistema di welfare che spiazza le organizzazioni private non profit;
  • teoria dell’interdipendenza: a causa dei minori costi di transazione (in una fase iniziale), le organizzazioni non profit anticipano il governo nella fornitura di beni di pubblica utilità, ma, per via dei “fallimenti” del volontariato, si instaurano nel tempo relazioni sinergiche con il settore pubblico;
  • teoria delle origini sociali: le dimensioni e la struttura del settore non profit sono un riflesso delle caratteristiche del complesso sistema di relazioni, classi e regimi sociali in cui è coinvolto.

Queste teorie sono rilevanti nell’economia di questo saggio in quanto consentono di rappresentare l’intero spettro di possibilità interpretative dell’evoluzione del settore non profit italiano. In particolare, la teoria del welfare state appare particolarmente significativa in quanto consente di verificare l’ipotesi avanzata da Weisbrod circa la nascita e lo sviluppo di queste organizzazioni (presenze di aree di insoddisfazione non coperte da offerta di beni e servizi pubblici). In sintesi, a causa della crisi e della conseguente decrescita degli investimenti e della spesa pubblica in servizi sociali, si osserva una crescita del settore non profit. Nel contesto italiano, come verrà precisato in seguito, l’evoluzione del settore negli ultimi vent’anni pare confermare questa teoria.

Tuttavia in Italia il settore è caratterizzato da specificità che hanno portato ad un differente significato della terminologia utilizzata per delineare l’ampiezza del comparto e descrivere le caratteristiche principali delle organizzazioni che ne fanno parte.

Più in generale, come osservato in un recente lavoro di ricerca di Salamon e Sokolowski (2016), mentre nei paesi anglosassoni il concetto di settore non profit è legato all’evoluzione delle charities, al coinvolgimento dei volontari e al vincolo di non distribuzione dei profitti, nei paesi dell’Europa continentale e in alcuni paesi del Sud Europa, fra cui l’Italia, la terminologia settore non profit viene spesso accompagnata da terzo settore ed economia sociale, intendendo una concezione più ampia, che riguarda anche il mondo delle cooperative (in particolare quelle sociali), delle mutue e di altre organizzazioni che offrono beni e servizi anche al mercato.

Il lavoro di Salamon e Sokolowski identifica alcune caratteristiche fondamentali delle organizzazioni di terzo settore. In particolare: sono “organizzazioni”, sia formali che informali; di natura privata; autonome; spontanee; limitate, totalmente o significativamente, nelle possibilità di distribuzione ad investitori, soci o altri stakeholder di ogni tipologia di surplus generato.

Rispetto a queste caratteristiche, molto si è discusso in letteratura circa la loro appropriatezza e la capacità delle stesse di rappresentare una costellazione di organizzazioni così differenziate fra diversi contesti territoriali e diversamente legiferate nei vari paesi. Tuttavia, una delle critiche più profonde riguarda il vincolo totale o parziale alla distribuzione dei profitti quale elemento connotativo delle organizzazioni di terzo settore. Tale vincolo, come evidenziato da Marthe Nyssens e Jacques Defourny (2016), rischia di porre le non profit institution “pure” al centro della costellazione del terzo settore e di relegare altre organizzazioni dell’economia sociale (cooperative sociali, imprese sociali ecc.) ai margini. Gli autori, in risposta al paper di Salamon e Sokolowski, propongono di adottare un approccio integrativo, ponendo due centri di gravità nella costellazione: le organizzazioni non profit e le organizzazioni dell’economia sociale.

Il passaggio dall’approccio modulare, proposto da Salamon e Sokolowski, a quello integrativo, proposto da Nyssens e Defourny, lasciano intravedere la possibilità di estendere tale framework a molteplici forme organizzative che si muovono entro questo ambito (ad esempio i movimenti sociali, gli ordini religiosi, le organizzazioni informali che operano in diversi campi come lo sport, la cultura, etc.). Da questa lettura prende spunto Henry Mintzberg (2015), che introduce il concetto di settore plurale, definito come quell’insieme di organizzazioni che, non essendo possedute o controllate né dallo Stato né da investitori privati, agiscono per il ribilanciamento della società. Nel pervenire alla definizione di settore plurale Mintzberg passa in rassegna le terminologie più utilizzate, fra cui quelle identificate dagli autori citati, e descrive come nessuna di esse sembri centrare l’essenza che identifica tali forme organizzative. Il termine plural, invece, convince maggiormente l’autore: “I propose the word plural because of the variety of associations in this sector as well as the plurality of their membership and ownership. Not incidental is that the word starts with a p: when I have introduced it in discussion groups, plural has entered the conversations naturally alongside public and private” (Mintzberg, 2015).

Come ulteriore notazione, in questo saggio ci riferiremo al termine impresa sociale intendendo non la forma giuridica (introdotta dal d.lgs. 155/2006), bensì il modello imprenditoriale, organizzativo e di governance che assume come obiettivo quello di massimizzare l’impatto sociale generato dai propri processi sotto un vincolo di sostenibilità economica.

Aldilà della questione terminologica, che ha la sua significatività per cogliere l’oggetto del presente lavoro, è interessante notare il legame che Mintzberg stabilisce fra queste organizzazioni e la necessità di ribilanciare la società. Estendendo la sua teoria, dunque, potremmo dire che la missione sociale di queste organizzazioni, che si sostanzia con il raggiungimento di impatti sociali ed ambientali, ha come effetto aggregato quello di creare condizioni di ribilanciamento delle disuguaglianze e quindi, ritornando a quanto introdotto da Weisbrod, di colmare quelle aree di insoddisfazione sorte per via dell’incapacità del settore pubblico e del for profit di far fronte a tutte le esigenze sociali.

Possiamo quindi introdurre due elementi aggiuntivi rispetto a quelli finora esposti, uno legato ad una lettura di taglio economico, l’altra di tipo manageriale. Da un punto di vista economico, possiamo caratterizzare le organizzazioni plurali come quelle organizzazioni tese alla massimizzazione dell’impatto sociale sotto un vincolo di sostenibilità economica. Tale approccio porta a considerare il vincolo della non (o parziale) distribuzione del profitto come conseguenza della tensione dell’organizzazione ad utilizzare tutte le sue risorse, incluso il valore aggiunto generato, per la creazione di effetti sociali positivi e, in ultima istanza, finalizzati a ribilanciare la società. Tale vincolo, dunque, da elemento costitutivo ex ante, diviene conseguenza della mission sociale ex post. Da un punto di vista manageriale ciò ha delle significative implicazioni in termini di pensiero strategico e di conseguente implementazione. Per massimizzare l’impatto sociale, infatti, oltre ad un considerevole cambiamento di metriche assunte per la misurazione e valutazione delle performance organizzative, vi è un differente approccio alle strategie di relazione con l’ambiente esterno, muovendo da strategie competitive a strategie collaborative con quelle organizzazioni che, per diversi motivi, possono contribuire a migliorare la capacità d’impatto dell’organizzazione.

Luigi Corvo Università di Roma “Tor Vergata”

Lavinia Pastore Università di Roma “Tor Vergata”

Andrea Sonaglioni Università di Roma “Tor Vergata”