DICEMBRE 2016
 
Design Networking. Sistemi locali di economie collaborative

Design Networking. Sistemi locali di economie collaborative

Abstract

L’esperienza realizzata con il progetto La RES Rete Economia Sociale, sui beni confiscati alle mafie nei luoghi delle Terre di Don Peppe Diana – vasto territorio della provincia di Caserta – reinventa lo sviluppo locale nelle filiere dell’agroalimentare, del turismo sociale e della comunicazione, animandosi attraverso l’impegno concreto delle persone che hanno lavorato per determinare le nuove regole che realizzino una rete locale di relazioni economiche e sociali. La pratica sociale della collaborazione, estesa ai settori produttivi nonprofit e for profit, si fonda sulla solidarietà e sulle buone pratiche ed è documentata attraverso i progetti legati ai luoghi dove si sono compiuti. Questo articolo registra lo stato dell’arte, si fonda su un passato denso e ripercorre le fasi realizzative del design networking, racchiude le idee e le prospettive future secondo un modello di sviluppo che parte dal basso e diffonde e fa conoscere il territorio attraverso un racconto collettivo.


The experience realized with the project La RES Rete Economica Sociale (Economic and Social Network), on the “mafia” confiscated goods in the area of Terre di Don Peppe Diana - a vast territory near Caserta - reinvents the local development of agroalimentary, social tourism and communications industries, by concretely engaging people who worked to determine new rules that realize a local network of economic and social relations. Cooperation as a social practice, extended to both nonprofit and for profit productive sectors, is based on solidarity and best practices, and is documented by projects strictly linked to the places where they have been realized. This article focuses on the current states, is founded on a rich past, and goes through the realization phases of design networking; it also collects ideas and future perspectives according to a bottom-up development model, and makes the territory known thanks to a collective story telling.

 

Un network di saperi contestuali

L’attualità della rappresentazione dei luoghi deriva da un processo di continua trasformazione dei caratteri fisici e immateriali dei contesti di vita. I caratteri distintivi dei luoghi sono il risultato di un processo di trasformazione che condensa una fenomenologia in continua evoluzione e riflette le dinamiche culturali e sociali che si producono localmente.

La realtà dei territori, fortemente antropizzati, espressione della complessa interazione dei sistemi produttivi e socio-economici, rivela la natura del rapporto uomo-ambiente e del sistema delle relazioni. Le intersezioni funzionali create dalle diverse sfere di interesse sono generatrici di economie locali che trasformano gli ambiti territoriali in comprensori di attività produttive e di servizi connessi molto specifici. La rete delle relazioni locali fondata sul capitale sociale, ovverosia sulle relazioni familiari e di amicizia, che caratterizzano le attività sociali, culturali e produttive, rappresenta la specializzazione che ogni territorio dispiega. Becattini parla di “sapere contestuale, l’insieme delle conoscenze non codificate che maturano a livello delle diverse imprese e del loro tessuto di relazioni locali” (Becattini, 1989).

Oggi la sfida è nell’ibridazione con processi collaborativi innovativi che rivitalizzano il sistema di valori, e dei saperi contestuali. Il territorio si prefigura ambito di integrazione culturale e di collaborazione economica; un paesaggio delle relazioni, caratterizzato da attività produttive e formative, da scambi di produzioni e di idee. Esempio dell’affermarsi di pratiche innovative nei processi di trasformazione dell’esistente che si fonda su un tipo di offerta multisettoriale ed integrata.

 

Economia relazionale, qualità sociale, convivenza responsabile

Il contributo della collettività nella costruzione dell’identità visiva di interi territori, oggi identificati come “Terra dei Fuochi” nell’Agro aversano in provincia di Caserta, è stato per molto tempo vanificato da scelte e imposizioni di varia natura. La pressione delle mafie, con il loro sistema di complicità diffusa e pervasiva, ha comportato la disintegrazione dei legami sociali basati sulla reciprocità e fiducia. Legami che si sviluppano all’interno di una società sana dove la fiducia reciproca è un “tessuto visibile” (Genovesi, 1754) fondato su principi civili solidi il cui uso è a vantaggio di tutti. L’appartenenza ad un tessuto originario comune impone dei vincoli, l’adesione e la condivisione delle persone rafforzano i legami strutturali. Il senso di comunità si riflette sull’insieme delle relazioni esistenti a fondamento dei fenomeni aggregativi di un dato territorio.

È proprio l’identità dei luoghi ad esprimere le caratteristiche distintive che agiscono in maniera diversa sul senso di appartenenza delle persone ad un luogo. Caratteri che non determinano immediatamente i processi aggregativi di un territorio, ma che per realizzarsi hanno bisogno dell’acquisizione del “senso di comunità”, che descrive “le dimensioni di legame con un luogo esplicitando dimensioni emotive e cognitive connesse ai luoghi nella considerazione delle possibilità di mutui rapporti che superino l’indifferenza reciproca; esso contempla infatti la fiducia reciproca, la soddisfazione dei bisogni e la possibilità di accesso alle risorse consentite” (Arcidiacono, 2016). Il senso di comunità attiva la creazione di connessioni tra le persone, la rete di relazioni fiduciarie che comportano il coinvolgimento e la partecipazione attiva per lo sviluppo della comunità; il senso del “noi”, la responsabilità sociale, il possesso di capacità/competenze e la percezione/consapevolezza del proprio potere sono le caratteristiche qualificanti dell’edificio. Senza di queste, non vi è sviluppo di comunità; e “non può esserci promozione del benessere nel senso globale del termine in assenza di senso di responsabilità sociale, di potere e di competenze” (Martini, Sequi, 1995). Si annunciano gli elementi che secondo McMillan e Chavis (1986) soddisfano la costruzione del senso di comunità di un luogo: l’appartenenza, che esprime il senso di esistere ed essere parte di una comunità reale; il potere, inteso come la capacità di una comunità di esercitare la propria influenza (e quindi anche il potere di autodeterminazione e di decisione nelle scelte); la soddisfazione dei bisogni e degli scambi, che hanno conseguenze gratificanti e aumentano il piacere delle persone di appartenere ad una comunità vincente; inoltre, la connessione emotiva con la conseguente condivisione di simboli, che creano facili connessioni in presenza di eventi di vita della comunità rispetto alla possibilità di affrontare un rischio e di superarlo.

Le comunità di senso territoriali, costruite su una forte intesa aggregativa tra le persone, si predispongono alla sfida delle reti globali. La struttura delle reti comunitarie fondata sulle reti familiari, della parentela, del comunitario allargato, associativo e generalizzato, assume un significato fondamentale nella restituzione della realtà del capitale sociale dei territori: “esse sono lo spazio di base in cui i processi identitari possano trovare supporto ed espressione. In questo senso, associazioni, gruppi di autoaiuto e di pressione sociale, di difesa dei diritti fondamentali, di promozione dei diritti di cittadinanza, dell’ambiente, ecc., hanno la funzione di agire sull’ambiente rendendolo più rispondente ai bisogni della comunità e dei suoi membri” (Arcidiacono, 2016).

 

I nodi della rete intorno ai 'beni liberati'

Il progetto La RES Rete Economia Sociale è stato il driver per la creazione di una rete imprenditoriale, grazie allo strumento giuridico del contratto di rete (L. 9/04/09, n. 33) che ha consentito l’aggregazione di imprese in base ad un rapporto di collaborazione organizzata e duratura, pur nella reciproca autonomia e individualità.

Nasce la Rete di imprese per lo sviluppo locale, con lo scopo di contribuire alla lotta alla criminalità organizzata, promuovendo uno sviluppo alternativo a quello criminale, dandone prova attraverso l’instaurazione di un’economia sociale. L’adozione di strategie e di azioni comuni tese a minare dal basso il cosiddetto "capitale sociale mafioso" (desertificandolo), agisce proprio nel contesto sociale, laddove la rete di relazioni, alimentata dai membri delle organizzazioni criminali, è fortemente radicata. I vincoli, quindi, di una fitta rete di complicità diventano opportunità concrete che si sviluppano grazie a pratiche di collaborazione aperte a nuove forme di imprenditorialità costruite nel sociale. La necessità di un sostanziale cambiamento, di una svolta nella gestione del territorio, è partita da un processo di riappropriazione degli spazi di vita; spazi pubblici, spazi di attività produttive, spazi par attività civiche che rinascono con l’obiettivo di ristabilirne il senso e il ruolo. Ciò ha richiesto un’azione di riappropriazione dei beni sottratti alle organizzazioni criminali, i cosiddetti beni liberati, che diventano i nodi della rete, intorno ai quali si concentrano le opportunità di sviluppo. I beni confiscati configurano i nodi di una rete sociale ed economica, manifesto del territorio che si rende di nuovo accessibile e coglie l’opportunità di rinnovare la sua mission, fondando la crescita in termini sociali, guidata dal rispetto per l’ambiente e per le regole del vivere civile e della legalità. Il modello di sviluppo sostenibile nei territori dominio delle mafie è un tema centrale per le regioni del meridione d’Italia, e sollecita una risposta che Fondazione con il Sud fa sua nel 2010 con un “Invito Sviluppo Locale 2010, Fondazione Con il Sud”, indirizzato ad otto aree territoriali delle regioni Calabria, Campania e Sicilia.

La risposta per il territorio di Caserta, noto con l’appellativo di Gomorra, è stata chiaramente formulata da alcune organizzazioni del terzo settore impegnate sul territorio in attività sociali e di accompagnamento. L’intento dell’invito della Fondazione era di arrivare ad una mobilitazione di tutte le forze sane locali per creare occasioni di sviluppo a partire dalla riscoperta e accessibilità, attraverso la valorizzazione delle risorse esistenti.

Il modello di intervento individuato si fonda su un’idea di sviluppo multisettoriale del territorio, dove le organizzazioni locali del terzo settore hanno progettato una serie di azioni che integrano la dimensione sociale ed economica. La riscoperta della dimensione culturale dei luoghi con la valorizzazione del capitale umano e dei rapporti interpersonali è al centro del nuovo modello di sviluppo. Le azioni progettate, i cui interventi hanno ricevuto un sostegno concreto nella fase di attuazione, sono state vagliate in fase di elaborazione e poi sottoposte a selezione. Il percorso ha previsto una prima fase di ideazione progettuale, da parte di un Nucleo Promotore Locale, composto da almeno cinque soggetti, di cui almeno tre appartenenti a organizzazioni del volontariato o del terzo settore, seguita da una fase di progettazione esecutiva, per le idee progettuali pre-selezionate dalla Fondazione. I progetti esecutivi valutati positivamente hanno ricevuto un contributo, che copre l’80% del costo totale dell’intervento. L’istituzione del Nucleo Promotore Locale, composto da 16 soggetti, in prevalenza organizzazioni del terzo settore, dopo una prima fase di ideazione, ha realizzato la progettazione esecutiva partecipata, allargando ad altri soggetti la partnership, con la partecipazione di istituzioni pubbliche, università, organizzazioni datoriali e soggetti privati for profit. Il progetto La RES Rete di Economia Sociale nasce, quindi, da un processo di condivisione e partecipazione attiva degli attori locali dello sviluppo, individuando quale soggetto responsabile della partnership l’associazione Comitato don Peppe Diana.

 

Connessioni territoriali

Il contesto territoriale interessato dal progetto La RES è una parte della provincia di Caserta, area ad ovest dell’Agro aversano e del Litorale Domitio. Un’area soggetta a profonde dinamiche di esclusione sociale e di degrado ambientale ed urbano. L’economia territoriale è a vocazione agricola, dove spiccano produzioni di eccellenza (mozzarella di bufala, ortofrutta etc.), con un comparto del turismo balneare che, a causa dell’elevato livello d’inquinamento delle acque e dopo il sisma del 1980, è pressoché scomparso, provocando l’abbandono del patrimonio immobiliare occupato in prevalenza da immigrati extracomunitari. A questi settori, negli ultimi decenni, si è aggiunto il comparto edilizio, alimentato da forme di speculazione – edilizia e dalla spesa pubblica statale e locale – in gran parte condizionata dalla criminalità organizzata. Il sistema economico locale e molte Amministrazioni pubbliche sono sotto il giogo della camorra e delle economie criminali. I proventi che derivano dal giro di affari illeciti della camorra (traffico di droga, di rifiuti tossici e nocivi, di esseri umani, usura, racket, ecc.) hanno creato una sorta di economia circolare, condizionando le dinamiche imprenditoriali e politiche del territorio e la libera concorrenza, penalizzando le imprese sane, le produzioni di qualità e la civile convivenza.

Un contesto territoriale in cui la carenza di infrastrutture e servizi, in cui i diritti dei liberi cittadini sono “privilegi” concessi a pochi e controllati da strutture economiche di natura camorristica. L’evidenza più problematica di questo intreccio malavitoso è nelle condizioni di degrado ambientale, che si riflette sulla salute della popolazione, con livelli di mortalità, morbilità e qualità della vita tra i più preoccupanti di tutto il territorio campano e nazionale. Il contrasto alla rete della criminalità organizzata da parte dello Stato ha avuto un notevole incremento negli ultimi anni, soprattutto sul versante repressivo dell’aggressione alla parte finanziaria detta dei “colletti bianchi”, con il sequestro di ingenti patrimoni accumulati illecitamente ed indebitamente. Sul territorio, infatti, sono concentrati più del 60% dei beni confiscati alla camorra della provincia e, nello stesso ambito territoriale, sono presenti le esperienze più significative e simboliche d’uso sociale degli immobili recuperati alla camorra, legate ad un innovativo sistema d’integrazione socio-sanitaria (progetti terapeutico-riabilitativi individuali sostenuti dai Budget di Salute) e di attività produttive nell’agroalimentare.

 

Local Design Networking

 

Produzione secondo lo sviluppo sociale

Lo sviluppo locale rappresenta un’opportunità concreta per rispondere alla competizione tra città, regioni e stati nell’attrazione di investimenti e nell’inclusione in circuiti virtuosi economici e culturali internazionali. Parallelamente, diventa un meccanismo propulsivo per ripensare la gestione del territorio in modo rispettoso delle identità e delle vocazioni dei sistemi locali, prestando attenzione al soddisfacimento dei bisogni e alla valorizzazione delle potenzialità delle persone. Il paradigma su cui si fonda lo scenario evolutivo dello sviluppo locale propone un modello strategico multisettoriale che comprende ed interviene opportunamente nel complesso sistema delle relazioni esistenti e da immaginare. Esso si fonda su un modello di scambi e relazioni che prevedono l’interazione in rete, in cui si evidenziano caratteri quali: la ricerca o scouting in termini di conoscenza delle risorse locali, per far emergere e coltivare il talento individuale; l’utilizzo dell’innovazione tecnologica in modo diffuso e trasversale, con la costruzione di reti collaborative; la capacità di accoglienza e tolleranza di cui si sostanzia la società dell’inclusione; una diversa concezione del tempo, in uno scenario in cui lo sviluppo è sempre più legato alla capacità di costruzione sul territorio di un clima istituzionale e di scambi economici, in base a relazioni fiduciarie che si costruiscono nel lungo termine.

 

Reti multifunzionali

La cooperazione sociale mirata al local development esplicita la sua azione sul territorio attraverso una fitta rete di relazioni materiali ed immateriali tra persone con diverse competenze, gradi di conoscenza, e i luoghi deputati centri di attività produttive e culturali. Il sistema relazionale della cooperazione sociale può considerarsi come un network di attori le cui azioni sono strettamente correlate e interdipendenti. I diversi sistemi di produzione di beni – tangibili, intangibili e digitali – sono caratterizzate dalle seguenti dinamiche: lavorare in filiera; prendere dal territorio le risorse e trasformarle in conoscenze e relazioni (capitale sociale, imitazione, lavoro qualificato, servizi); mobilitare le persone ponendo le relazioni familiari ed interpersonali al servizio della comunità attiva; convergere nella costruzione delle componenti di un network.

Questo significa gestire la struttura a rete con conseguente perdita dei confini, le cui caratteristiche dominanti sono l’influenza dell’ambiente esterno e l’effettiva comunicazione con lo stesso. Emergono le interazioni che avvengono di volta in volta tra le varie componenti del sistema, in modo che possano dialogare tra loro e generare opportunità attraverso l’integrazione delle competenze, per creare nuovo valore aggiunto. L’affermarsi della società della conoscenza, che peraltro contempla al proprio interno ampi settori di produzione tradizionale, poco investiti dalle innovazioni, trasmette a tutti i livelli della rete i valori della nuova Networked Information Economy. La peculiarità del sistema culturale della cooperazione sociale – local development oriented – fa sì che esso diventi un campo di studio privilegiato per la produzione e propagazione di gradi di innovazione eterogenei. Il processo di innovazione avviene all’interno di una rete di organizzazioni che sono coinvolte nel filtraggio di idee e nella creazione di nuovi processi, prima culturali e sociali, poi produttivi; l’innovazione introdotta deve superare ad ogni passaggio valutazioni e confronti, deve, cioè, essere valutata con quanto è stato pensato, prodotto e gestito in precedenza. Emerge quindi la necessità di processi capaci di generare sistemi di produzione e distribuzione legittimati da un gruppo, da un sistema di attori, le cui competenze specifiche sono predisposte alla collaborazione e cooperazione, all’interno del processo di innovazione.

Le risorse della cooperazione sociale producono conoscenza grazie alla struttura di distribuzione orizzontale si stabilisce il ruolo di coloro i quali la creano, affiancati da figure che la traducono, e altri ancora che la applicano, inventando procedure e strumenti attuativi innovativi. Il cosiddetto capitalismo delle reti innesca opportunità di conoscenza diffusa, propagandosi da un nodo all’altro della rete e sviluppandosi in modo orizzontale, sovvertendo le regole della propagazione verticale, processo tipico del capitalismo ortodosso. Ma la rete locale da sola non basta, dovrà cogliere la sfida di estendersi in senso trans-territoriale e multisettoriale; cercando nuovi interlocutori ed aumentando lo spazio delle interazioni, convertendo l’intelligenza fluida, bene intangibile, capace di mediare tra imprese, lavoratori della conoscenza, utenti, finanziatori e territorio.

Maria Antonietta Sbordone Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli - Seconda Università degli studi di Napoli