SETTEMBRE 2017
 

Bisogni sociali

Il secondo aspetto comune emergente dalle definizioni analizzate ha a che fare con la capacità dell’innovazione sociale di intercettare e rispondere a bisogni sociali insoddisfatti. L’approccio dell’università di Stanford è qui il più vago dei quattro. Per Phills e colleghi, infatti, vi è sufficiente consenso riguardo a cosa costituisce un bisogno o un problema sociale, così come quali sono gli obiettivi sociali degni di valore: la giustizia, l’onestà, la salvaguardia dell’ambiente, il miglioramento della salute, l’arte, la cultura e l’educazione sono tutti esempi in questo senso (Phills et al., 2008 - p. 38). Anche l’approccio pragmatico parla genericamente di “bisogni sociali” (Murray et al., 2010 - p. 3) ma, poche righe dopo, pone l’attenzione, in particolare, su quei “problemi sociali intrattabili” (ibidem) che non possono essere affrontati né dal mercato, per assenza di adeguati incentivi, né dallo stato, per eccessiva rigidità e compartimentazione del proprio agire, né, infine, dalla società civile, carente di competenze e risorse necessarie per rendere scalabile un’innovazione. L’approccio sistemico, sebbene non ne faccia esplicito riferimento nella definizione, utilizza anch’esso l’espressione “problemi sociali intrattabili” (Westley, Antadze, 2010 - p. 3) per riferirsi a problemi come, per esempio, quello dei senza tetto, della povertà o delle malattie mentali, i quali, non solo non sono adeguatamente affrontati dalle istituzioni esistenti, ma che spesso sono addirittura ulteriormente radicalizzati dal loro inadeguato funzionamento. Ancora più radicale, in questo senso, è l’approccio di Moulaert e colleghi. A loro avviso, infatti, l’egemonia del paradigma politico-economico neoliberista, negli ultimi trent’anni, non avrebbe fatto altro che sostenere l’adozione di strategie di sviluppo centrate sul binomio innovazione tecnologica-mercato, gettando stati, regioni e città in una vorticosa competizione globale ma, di fatto, aumentando la distanza tra i processi di innovazione e i reali bisogni della popolazione (MacCallum et al., 2009; Moulaert et al., 2013). Per questo motivo, l’innovazione sociale è concepita dagli autori come un’opportunità per sviluppare un approccio meno tecnocratico all’innovazione, capace di avere come punto di partenza proprio quei “bisogni umani alienati” (Moulaert, 2009 - p. 12) progressivamente persi di vista sia dal mercato che dallo stato. Più in generale, quindi, sebbene con livelli di specificità diversi, risulta esserci sufficientemente accordo riguardo alla centralità per la definizione dell’innovazione sociale della capacità di rispondere a bisogni sociali insoddisfatti nelle istituzioni esistenti, soprattutto a causa della loro complessità e trasversalità.

 

Relazioni sociali

L’ultimo tratto ricorrente nelle quattro definizioni analizzate ha sicuramente a che fare con la capacità dell’innovazione sociale di trasformare le relazioni sociali implicate nella risposta ad un dato bisogno sociale. Nuovamente, l’approccio manageriale è forse il più vago dei quattro. La soluzione sviluppata dall’innovazione sociale deve essere non solo più efficace, efficiente, sostenibile o giusta delle soluzioni esistenti, non solo deve rivolgersi ad un problema sociale, ma deve altresì produrre valore primariamente per la società nel suo complesso, piuttosto che per i singoli individui che l’hanno sviluppata (Phills et al., 2008 - p. 36). Sebbene non venga chiarito in che modo sia possibile valutare l’effettiva distribuzione del valore prodotto da una data innovazione sociale, gli autori sono più espliciti riguardo al modo attraverso cui raggiungere un tale risultato. Infatti, è il concetto di cross-sector fertilization (ibidem - p. 40) ad indicare l’importanza di processi come lo scambio di idee e valori, la trasformazione dei ruoli e delle relazioni sociali, l’utilizzo congiunto di risorse pubbliche, filantropiche e private; in altre parole l’importanza di creare nuove connessioni e dinamiche tra i confini del pubblico e del privato, del profit e del non profit, dello stato e del mercato. Questa stessa capacità dell’innovazione sociale di creare nuove connessioni e relazioni sociali è enfatizzata anche dai restanti approcci. La definizione proposta da Geoff Mulgan e colleghi, ad esempio, fa riferimento alla capacità dell’innovazione sociale di creare “nuove relazioni sociali e collaborazioni” (Murray et al., 2010 - p. 3) e, nello specifico, di “aumentare la capacità di agire della società” (ibidem). Quella sviluppata dalla scuola canadese parla di innovazioni che “cambiano profondamente le routine fondamentali, i flussi di risorse e di autorità e le credenze del sistema sociale” (Westley, Antadze, 2010 - p. 2), cioè cambiano il funzionamento del sistema sociale nel suo complesso. Infine, l’approccio critico sottolinea proprio come il soddisfacimento dei bisogni umani alienati passi attraverso la trasformazione delle relazioni sociali; in altre parole, come proprio la trasformazione delle relazioni sociali alla base di un dato bisogno sia il mezzo attraverso cui produrre innovazione sociale. In definitiva, sembra che tutti e quattro gli approcci, pur con linguaggi ed enfasi diverse, mettano l’accento sulla capacità dell’innovazione sociale, non solo di introdurre una novità, non solo di prendere in considerazione e di rispondere a bisogni sociali insoddisfatti, ma anche di trasformare il tessuto sociale alla base di quei bisogni, facendo così mutare il modo stesso di funzionare della vita sociale.

 

Quale trasformazione delle relazioni sociali?

Proprio quest’ultimo aspetto, a nostro avviso, deve essere considerato con maggior attenzione per tentare di meglio qualificare le definizioni e, di rimando, il concetto di innovazione sociale. La domanda da porsi, infatti, è la seguente: quale trasformazione delle relazioni sociali è necessario effettuare per poter parlare di innovazione sociale? I quattro approcci considerati, in questo senso, ci forniscono interessanti spunti di riflessione. Difatti, non limitandosi strettamente alle definizioni considerate ma allargando il campo di analisi ai loro approcci, è possibile far emergere l’attenzione verso specifiche forme di trasformazione delle relazioni sociali implicate nei processi di innovazione sociale. In altre parole, sebbene nelle definizioni sintetiche questo aspetto venga solo accennato, esplorando il loro più ampio contesto diventa possibile osservare come gli autori finiscano per evidenziare la particolare importanza di determinati tipi di innovazione sociale e, di conseguenza, per qualificare ulteriormente, anche se implicitamente, un concetto altrimenti troppo vago e generico. Senza uscire da una prospettiva sistemica, ad esempio, Westley e Antadze sottolineano fortemente l’importanza per i processi di innovazione sociale di “reinserire le popolazioni vulnerabili nelle istituzioni economiche, sociali e culturali mainstream, non solo come beneficiari di servizi o di trasferimenti di diritti ma anche come partecipanti attivi e contributori […]” (Westley, Antadze, 2010 - p. 5). Poveri, senza fissa dimora, persone con malattie mentali o sole devono essere coinvolte attivamente nel funzionamento del sistema sociale: non solo con il fine di migliorare la loro vita ma anche per rendere il sistema sociale il più resiliente possibile, cioè adatto ad affrontare le sfide che minacciano il suo funzionamento. Allo stesso modo Mulgan e colleghi, in Social Silicon Valleys (Mulgan et al., 2006), specificano come, sebbene il concetto di innovazione sociale possa avere dei confini molto ampi e flessibili, l’interesse debba concentrarsi su quelle innovazioni “che hanno cambiato gli equilibri di potere – dando a coloro che sono relativamente poveri o senza potere maggior controllo sulle loro vite e migliorando la giustizia sociale” (ibidem - p. 9). Non è un caso, quindi, che questi autori individuino le origini dell’innovazione sociale proprio nel periodo storico caratterizzato dalla crescente industrializzazione nella seconda metà del XIX secolo e, in particolare, che identifichino la nascita dei sindacati e delle cooperative, delle assicurazioni collettive e degli asili come esempi emblematici di innovazione sociale (ibidem - p. 11). Così come non è un caso che tra le dieci innovazioni sociali che hanno cambiato il mondo Mulgan e colleghi inseriscano il Fairtrade, Amnesty International, Oxfam oppure la Grameen Bank: tutte innovazioni che, in qualche modo, hanno migliorato la vita delle fasce più svantaggiate della popolazione, dando loro maggior capacità d’azione. Proprio il Fairtrade e il microcredito sono presi come esempio anche dall’approccio manageriale (Phills et al., 2008 - p. 39). Infatti, è il concetto stesso di “valore sociale” al centro della definizione ad indicare la necessità per l’innovazione sociale di creare valore non solo per gli imprenditori, gli investitori oppure per i consumatori ordinari ma anche per quelle fasce della popolazione i cui problemi non trovano soluzione né nel mercato né nelle istituzioni statali. Infine, ancora più evidente, è la direzione auspicata per la trasformazione delle relazioni sociali dall’approccio critico. Fin dalla definizione proposta è, infatti, esplicito l’obiettivo di questa trasformazione: migliorare “i sistemi di governance che guidano e regolano l’allocazione di beni e servizi” o, addirittura, creare “nuove strutture di governance e organizzazioni” (Moulaert, 2009 - p. 12). L’idea di fondo, definita sulle orme dell’approccio dell’Integrated Area Development (IAD)13 sviluppato dal network di Frank Moulaert, è quella di mantenere indissociabile il soddisfacimento dei bisogni sociali e la trasformazione in senso partecipativo e contributivo delle relazioni sociali alla base di quei bisogni. Gli esempi concreti di questa trasformazione si moltiplicano nei lavori del network: dalla creazione di gruppi e di comunità, alla costruzione di canali di comunicazione per le persone svantaggiate, fino alla costituzione di forme di democrazia a livello locale e, in particolare, a livello di quartiere o di vicinato (ibidem - p. 17). Per gli autori considerati, in altre parole, l’innovazione sociale deve portare a una vera e propria mobilitazione dal basso di forze economiche, sociali e politiche capaci di dare maggior potere alle persone deprivate sia di beni materiali che di servizi di base. Solamente in questo modo diventa possibile produrre, attraverso l’innovazione sociale, un reale impatto su problemi complessi come la povertà oppure l’esclusione sociale: agendo cioè sulla trasformazione del tessuto sociale alla loro base e, soprattutto, attribuendo maggior capacità di azione a coloro che non ne hanno.

 

Per una concezione capacitante dell’innovazione sociale

Alla luce delle riflessioni presentate diventa evidente la necessità di concentrarsi su una miglior specificazione della dimensione della trasformazione delle relazioni sociali implicata nel concetto di innovazione sociale. Se, infatti, sembra essere sufficientemente condiviso il riferimento alla dimensione dell’innovazione, così come alla dimensione del soddisfacimento dei bisogni sociali, più frammentato e indefinito rimane, invece, il riferimento al potenziale di trasformazione delle relazioni sociali da parte dell’innovazione sociale. In particolare, come abbiamo visto, sebbene tutti e quattro gli approcci in qualche modo auspichino una trasformazione del tessuto sociale da parte dei processi di innovazione sociale e, ancora più precisamente, auspichino una trasformazione capace di dirigersi verso le fasce svantaggiate della popolazione, dando loro maggior potere e, quindi, maggior capacità di azione, nessuno di essi risulta essere in grado di chiarire effettivamente la direzione di questa trasformazione. Per questo motivo, senza pretese di fornire una definizione alternativa di innovazione sociale, riteniamo possa essere utile proporre un dialogo tra il concetto di innovazione sociale e il concetto di generatività sociale.

 

Generatività sociale

Formulato negli anni ‘50 del secolo scorso dallo psicologo Erik Erikson (1950; 1968) e successivamente ampliato attraverso la definizione di una vera e propria “psicologia della generatività” da parte di Dan McAdams e colleghi (McAdams, de St. Aubin, 1992; McAdams et al., 1998; McAdams, Logan, 2004), il concetto di generatività si inserisce in una più ampia teoria alla cui base si trova una concezione dello sviluppo dell’esistenza individuale lungo una sequenza di otto fasi. In particolare, la settima fase, segnando il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, apre il dilemma tra generatività e stagnazione. Mentre la prima porta il soggetto ad aprirsi al mondo circostante mediante il prendersi cura di quelle che saranno le future generazioni, la seconda conduce il soggetto alla chiusura individualistica e, di conseguenza, all’incapacità di mettere al mondo qualcosa che, rivolgendosi all’altro, sopravviva alla propria esistenza.

Il concetto di generatività rappresenta la base per un recente lavoro di ricerca volto a costruire, attraverso il concetto di generatività sociale (Magatti, Giaccardi, 2014; Cappelletti, 2015; Cappelletti et al., di prossima pubblicazione), un corrispettivo sociologico di quello sviluppato in ambito psicologico. In particolare, l’ipotesi di partenza vede la possibilità di concepire la generatività non solo come un’azione individuale ma anche come una vera e propria azione sociale, capace di dare vita a forme organizzative di diversa natura in grado di durare nel tempo. In questo senso, diviene possibile parlare non solo di “innovazione generativa” ma anche di “organizzazioni generative” (Cappelletti, 2015 - p. 120) per riferirsi a quelle forme emergenti e, successivamente, istituzionalizzate, frutto dell’azione generativa. Proprio la possibilità di non esaurirsi nel processo di innovazione e di successiva istituzionalizzazione ma di essere in grado di rivolgersi alle nuove generazioni rendendole a loro volta capaci di agire generativamente, rappresenta, tuttavia, la peculiarità della generatività sociale. Al cuore della generatività sociale si trova, infatti, non solamente la capacità di mettere al mondo qualcosa di nuovo e di prendersene cura, ma anche la capacità di lasciare andare quanto generato, affinché possa contribuire alla successiva autonoma realizzazione personale e sociale di altri soggetti.

Per questo motivo, la generatività sociale può essere definita come un’azione nella sfera economica, politica, sociale o culturale che, in risposta ad uno stimolo esterno14, mette al mondo qualcosa di nuovo oppure rigenera qualcosa di già esistente con il fine di promuovere la capacitazione dell’altro: direttamente attraverso il suo empowerment oppure indirettamente attraverso il miglioramento del contesto circostante (Cappelletti et al., di prossima pubblicazione). Risulta quindi naturale identificare anche per il concetto di generatività sociale le tre dimensioni trasversali già individuate per l’innovazione sociale. La dimensione dell’innovazione è qui concettualizzata come la capacità di mettere al mondo qualcosa di nuovo oppure di recuperare qualcosa di già esistente, in opposizione alla postura passiva tipica del consumatore moderno; la dimensione della risposta a un bisogno sociale insoddisfatto viene qui tradotta come la capacità di farsi interrogare da uno stimolo esterno che, investendo il soggetto, lo spinge all’azione generativa. Più interessante, tuttavia, è il riferimento alla terza dimensione, ossia la trasformazione delle relazioni sociali. Il concetto di generatività sociale poggia infatti sulla possibilità di stabilire tra il soggetto e l’altro o, più in generale, tra le generazioni presenti e quelle future, un legame sociale “capacitante”, cioè un legame sociale fondato sulla possibilità della realizzazione autonoma dell’altro (ibidem). Affinché quanto generato non si esaurisca nel processo di innovazione e istituzionalizzazione è infatti necessario che l’azione generativa porti con sé la possibilità che altri siano in grado a loro volta di agire generativamente, o perché diretti beneficiari dello sviluppo delle proprie capacità personali oppure perché indirettamente sostenuti da condizioni contestuali favorevoli all’iniziativa personale. In questo senso, la trasformazione delle relazioni sociali implicata nell’azione generativa non porta solamente a rispondere ad un dato bisogno emergente nel presente ma anche a far si che si apra la possibilità per le generazioni future di rispondere a loro volta alle sfide del proprio tempo, in un movimento a spirale che continuamente si riapre nel tempo e nello spazio.

 

L’approccio delle capacità

A differenza delle definizioni e degli approcci fin qui considerati il concetto di generatività sociale prova a meglio qualificare la direzione del processo inaugurato dal rapporto tra bisogno sociale e innovazione sociale. Non si tratta solo di saper cogliere bisogni sociali insoddisfatti, i quali non trovano risposta né nel mercato né dallo stato. Non si tratta neppure solamente di rispondere in modo innovativo a quei bisogni, facendo si che siano soddisfatti. Come i quattro approcci intuiscono, si tratta soprattutto di trasformare il tessuto sociale alla base di quei bisogni, modificando il funzionamento del sistema sociale in modo durevole (approccio sistemico), sviluppando nuove relazioni e collaborazioni (approccio pragmatico), creando benefici per la società nel suo complesso (approccio manageriale) oppure dando vita a nuove forme di governance (approccio critico). In particolare, come è possibile leggere tra le righe dei testi considerati, per parlare di innovazione sociale i beneficiari di questa trasformazione delle relazioni sociali devono appartenere alle fasce più svantaggiate della popolazione: coloro che da beneficiari di servizi o di trasferimenti di diritti devono diventare partecipanti attivi e contributori (approccio sistemico), che devono avere maggior controllo sulle loro vite (approccio pragmatico), che devono beneficiare del valore sociale creato (approccio manageriale) e che devono essere parte di strutture e organizzazioni capaci di dare loro voce e potere di azione (approccio critico).

Per questi motivi, un’interessante evoluzione del concetto di innovazione sociale potrebbe essere data dal dialogo con l’approccio delle capacità15. Questo è stato sviluppato, prima parallelamente e poi congiuntamente, da A. Sen (1992; 1999) e M. Nussbaum (2000; 2006; 2011), andando a definirsi sia come una vera e propria teoria della giustizia sociale che come un sistema per la valutazione comparata della qualità della vita. L’idea di fondo è di spostare il focus dell’attenzione dai diritti formali di cui godono le persone alle loro libertà sostanziali, cioè alle scelte che queste sono effettivamente in grado di compiere o non compiere nella loro vita. In particolare, si tratta di individuare quale miglior indicatore per la qualità della vita di una persona le “capacità” di cui dispone, cioè le opportunità di realizzazione autonoma che è in grado di scegliere liberamente nei diversi ambiti dell’esistenza: dalla salute alle relazioni sociali, dall’espressione dei propri sentimenti alla capacità di decisione politica16.

Come si può intuire, l’approccio delle capacità costituisce una base fondamentale per il concetto di generatività sociale sopra analizzato. Infatti, se il fine ultimo dell’azione generativa è quello di capacitare direttamente o indirettamente non solo coloro che nel presente sono portatori di un bisogno insoddisfatto ma anche le nuove generazioni (cioè coloro che avranno a loro volta la libertà di scegliere se e come agire nei confronti dei loro contemporanei e delle loro future generazioni), l’approccio delle capacità e l’approccio della generatività sociale risultano accomunati dall’enfasi sull’autonoma realizzazione della libertà personale. E questa realizzazione, sebbene mai garantita proprio per la sua intrinseca natura relazionale e non meramente individualistica, per essere tale deve poggiare su un ambiente economico, politico, sociale e culturale favorevole. Ciò che distingue i due approcci concerne i meccanismi di attribuzione delle capacità. Mentre l’approccio di Sen e Nussbaum mantiene uno sguardo macroscopico, considerando gli stati nazionali quali principali promotori e garanti della capacità individuali, l’approccio della generatività sociale considera la possibilità che ogni forma di relazione sociale possa essere potenzialmente capacitante, sia a livello interpersonale che a livello organizzativo. Detto altrimenti, se da una parte lo sfondo entro cui trovano senso e garanzia le libertà sostanziali individuali è quello statale, dall’altra parte è altresì necessario estendere lo sguardo ai processi di capacitazione provenienti dall’intero tessuto sociale, includendo così sia la società civile che il mercato17. Per l’approccio della generatività sociale, infatti, gruppi sociali, associazioni e imprese possono concorrere alla promozione diretta e indiretta delle capacità al pari delle istituzioni statali.

In questo senso, il concetto di innovazione sociale potrebbe essere ricondotto non solo alla capacità di rispondere in modo innovativo a bisogni sociali insoddisfatti, non solo alla capacità di trasformare le relazioni sociali alla base di quel bisogno ma anche alla capacità di trasformare in senso capacitante quelle relazioni sociali, cioè di far si che l’innovazione sociale introdotta attribuisca direttamente o indirettamente delle capacità di azione ai suoi beneficiari. L’orizzonte temporale dell’innovazione sociale rischia, difatti, di essere schiacciato sul presente, sotto forma di una mera risoluzione immediata di problemi sociali. In realtà, è forse sempre più necessario estendere l’orizzonte temporale e sociale dei processi di innovazione, avendo come riferimento ultimo proprio quelle generazioni future che a loro volta saranno chiamate a risolvere i problemi del loro tempo. Introdurre la dimensione della capacitazione nel concetto di innovazione sociale non solo permetterebbe di meglio qualificare il pur necessario processo di trasformazione delle relazioni sociali ma eviterebbe di ridurre il potenziale del concetto ad un semplice meccanismo di problem solving traslato in ambito sociale.

 

Conclusione

Attraverso l’analisi di quattro definizioni afferenti a quattro diversi approcci tra i più rilevanti nel dibattito attuale, è stato possibile identificare alcune dimensioni trasversali del concetto di innovazione sociale. Quest’ultimo può essere caratterizzato dalla capacità di introdurre un’innovazione, di rispondere a bisogni sociali insoddisfatti e di trasformare le relazioni sociali alla base di questi bisogni. Si è cercato di mostrare come, tra questi tre snodi chiave, è senz’altro l’ultimo a costituire quello più problematico. Infatti, sebbene i diversi approcci indichino tra le righe una possibile direzione per quanto riguarda la trasformazione delle relazioni sociali implicate nell’innovazione sociale, non sono effettivamente in grado di introdurre questa qualificazione all’interno delle definizioni proposte. Allo stesso tempo, come abbiamo mostrato, proprio la specificazione della trasformazione delle relazioni sociali può costituire una preziosa opportunità per far uscire il concetto di innovazione sociale dalla sua attuale vaghezza, evitando contemporaneamente di ridurlo ad un mero processo di problem solving sociale. In questo senso, attraverso l’approccio della generatività sociale e l’approccio delle capacità, si è cercato di individuare una possibile traiettoria attraverso cui meglio qualificare l’innovazione sociale in senso capacitante.

Davide Lampugnani Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Patrizia Cappelletti Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano