11  NOVEMBRE 2018
 

 

Conclusioni

L’attitudine imprenditoriale è “una capacità di vedere e pianificare il futuro e la voglia di prendersi in prima persona la responsabilità dei rischi necessari a realizzare la propria visione” (The European House-Ambrosetti, 2015), ma anche di mettere a frutto le opportunità che si presentano nel corso della vita lavorativa. Tale predisposizione permette di alimentare valori che vanno al di là del singolo imprenditore e delle attività di impresa e che permettono di contribuire allo sviluppo economico e sociale dell’intera società.

Tutto il valore prodotto da un’attività imprenditoriale è, infatti, ultimamente di natura sociale; tuttavia solamente una parte di esso è catturata attraverso la misurazione del valore economico e finanziario prodotto dall’impresa, valore soggetto per natura alle logiche dei prezzi di mercato e che è stato storicamente osservato attraverso i principi e gli strumenti della contabilità aziendale. Oggi, tuttavia, l’impresa produce un valore più ampio rispetto a quello meramente economico e finanziario.
Per tale ragione è necessario tenere in considerazione il valore sociale prodotto, un valore di cui le diverse tipologie di stakeholder beneficiano in misura differente all’interno di percorsi evolutivi che nel corso del tempo si realizzano all’interno dell’impresa e del suo ecosistema di riferimento.

In altre parole, l’imprenditore ha una funzione sociale chiave, in quanto “nel perseguire il suo disegno imprenditoriale per il benessere proprio e della propria impresa, contribuisce a realizzare il bene comune e trasformare positivamente la società” (de Molli, 2013). Il paradosso dei nostri tempi è che il mondo dell’impresa, for profit o non profit, sebbene produca ogni giorno valore sociale non è in grado di darne evidenza. Soltanto alcuni imprenditori nel corso della storia (si pensi a Rockefeller, Carnegie, Ford e Adriano Olivetti in Italia) hanno compreso la rilevanza del valore aggiunto sociale da loro prodotto attraverso la propria attività imprenditoriale e ne hanno dato evidenza, perseguendo “quel grande progetto di impegno sociale noto come capitalismo del benessere (welfare capitalism)” (Zamagni, 2013).

Ma quali sono le motivazioni per cui le imprese, soprattutto quelle sociali, dovrebbero interessarsi a misurare e valutare l’impatto sociale da esse prodotto? Anzitutto per ragioni legate al fatto che la produzione di valore aggiunto sociale aumenta il capitale reputazionale dell’imprenditore e, di conseguenza, dell’impresa stessa. Come sostiene Peter F. Drucker (Drucker, 1993), infatti, “le imprese di successo sono quelle che si concentrano sulle responsabilità piuttosto che sul potere, sulla tenuta di lungo periodo e sulla reputazione della società piuttosto che accumulare risultati di breve termine l’uno sopra l’altro”. Uno degli indicatori contenuti dell’indagine condotta annualmente dal Global Entrepreneurship Monitor (GEM, 2014) mira a rilevare la percentuale di persone che avviando un’impresa di successo hanno raggiunto un alto livello di reputazione e rispetto da parte della società. Ciò ha conseguenze positive sull’aumento della domanda da parte dei consumatori nei confronti dell’impresa, in quanto essi si possono avvalere del proprio potere di acquisto per orientare l’offerta e incidere sul valore (economico, sociale e ambientale) prodotto dall’impresa (voto col portafoglio - Becchetti et al., 2008).

La seconda ragione per cui l’interesse degli imprenditori verso il dare evidenza del valore aggiunto sociale da loro prodotto dovrebbe raggiungere alti livelli di consapevolezza risiede nella correlazione esistente tra valore sociale prodotto nei confronti dei propri dipendenti e aumento della produttività del lavoro di questi ultimi. Studi recenti (Oswald et al., 2013) dimostrano come livelli di benessere dei lavoratori incidono positivamente sulla loro produttività in una percentuale che oscilla tra il 10 e il 12%. La consapevolezza dei collaboratori rispetto alle azioni intraprese dall’imprenditore nei loro confronti è un elemento che alimenta la competitività dell’impresa e al contempo il benessere dei lavoratori. Produrre valore aggiunto sociale per i propri lavoratori e darne evidenza attraverso la sua misurazione, quindi, costituisce un importante elemento per lo sviluppo delle imprese.

Infine, un ulteriore punto di forza per gli imprenditori che optano per misurare e valutare il proprio impatto sociale risiede nell’accresciuto potere di negoziazione e nella maggiore capacità di dialogare con e influenzare le istituzioni locali.

Dati recenti evidenziano come l’Italia si trovi al 49° posto a livello globale per tasso di imprenditorialità (Zoltan et al., 2015) e che ciò sia dovuto principalmente ad una scarsa attitudine imprenditoriale del nostro Paese: solo 1 italiano su 10 valuta concretamente la possibilità di aprire un’impresa, mentre 7 su 10 non ha mai neppure pensato a tale opportunità. Per poter uscire da questa crisi, invece, serve “una società ad alta attitudine imprenditoriale […] caratterizzata innanzitutto da una forte prospettiva verso il futuro, […] capace di pianificare strategicamente i propri obiettivi sul lungo periodo, innovativa, dinamica, concorrenziale e in grado di valorizzare chi assume su di sé le responsabilità dei propri rischi” (The European House-Ambrosetti, 2015).

Per alimentare un processo di crescita a livello nazionale in termini imprenditoriali e, in particolare, della componente (che fino ad oggi risulta essere deficitaria) di imprenditorialità sociale, ovvero parte di tessuto economico-produttivo che nel suo agire concorre altresì a riequilibrare le dimensioni sociali (equità, inclusione sociale e benessere) dell’ecosistema in cui si inserisce, oggi più che mai le imprese sociali stesse devono partire dall’acquisizione di una forte consapevolezza dell’impatto da loro stesse generato e fare dell’evidenza derivante dalla misurazione del valore aggiunto sociale prodotto la base per incrementare la propria competitività, inclusività e generatività di nuovi e innovativi percorsi di sviluppo delle comunità e dei territori.

 

Note

1. Il Disegno di Legge “Delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale” presentato dal Presidente del Consiglio dei ministri (Matteo Renzi) e dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali (Giuliano Poletti) di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze (Pier Carlo Padoan) (n. 2617, ora n. 1870) è stato approvato dalla Camera dei Deputati il 9 aprile 2015 e trasmesso dal Presidente della Camera dei Deputati alla Presidenza del Senato il 13 aprile 2015 (Governo Italiano, 2015).

2. Inspiring Impact è un progetto decennale promosso da Association of Charitable Foundations (ACF), Association of Chief Executives of Voluntary Organisations (ACEVO), Building Change Trust, Charities Evaluation Services, Evaluation Support Scotland (ESS), National Council of Voluntary Organisations (NCVO), New Philanthropy Capital (NPC) e Substance.

3. Lanciato nel 2001 a New York, Acumen è un fondo non profit di venture capital sociale che offre investimenti di capitale in forma di erogazioni liberali, debito ed equity per iniziative imprenditoriali sociali.

 

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Stefano Zamagni Università degli Studi di Bologna

Paolo Venturi Aiccon

Sara Rago Aiccon