13  DICEMBRE 2019
 
Le startup salveranno il mondo?

Le startup salveranno il mondo?

 

Introduzione

Negli ultimi dieci o quindici anni il fenomeno delle startup è cresciuto, anche in Italia, sull’onda di una robusta spinta mediatica. Rispetto ad altre, questa è la forma di impresa che ha goduto del più straordinario sostegno culturale. E questo a sua volta si è tradotto in sostegno istituzionale, con il varo di diverse agevolazioni e misure di incentivazione che hanno creato un canale privilegiato rispetto alle altre imprese.

Nel 2012 il cosiddetto “Decreto crescita 2.0” ha introdotto una specifica strategia nazionale per le startup innovative, preparata dal rapporto Restart Italia ed elaborata per conto del ministero dello Sviluppo economico da una task force di esperti. Nell’ambito del Decreto-Legge 179/2012 una specifica differenziazione ha riguardato le startup innovative “a vocazione sociale” (SIAVS, in acronimo), in quanto operanti in settori di particolare valore sociale. Gli ambiti di attività di questa categoria di startup sono stati definiti con riferimento alla Legge 155/2006, creando quindi un parallelismo rispetto all’impresa sociale. Non però dal punto di vista degli incentivi, che restano negati alle imprese sociali e sono stati invece garantiti alle SIAVS. Supponendo, non a torto, che le finalità legate al benessere della collettività non sarebbero risultate particolarmente attraenti per gli investitori, alle SIAVS sono stati concessi specifici benefici fiscali, maggiorati rispetto alle altre startup, al fine di compensare il minore ritorno sugli investimenti derivante dalle loro attività di interesse sociale. Creando di fatto un’asimmetria tra startup e imprese sociali, a svantaggio di queste ultime.

Come le startup innovative hanno rappresentato, nella comunicazione pubblica, l’avanguardia dell’innovazione imprenditoriale, così le startup a vocazione sociale sono state presentate come la punta avanzata in fatto di innovazione sociale, in grado di colmare l’arretratezza delle forme tradizionali di impresa sociale attraverso una robusta iniezione di tecnologia, in particolare digitale. All’epoca della loro comparsa, le startup hanno occupato tutta la scena e sono apparse come la promessa di una rinascita economica e sociale del nostro Paese. A dispetto di ogni evidenza.

Poco importa infatti che alle promesse non siano seguiti i fatti. Anche negli anni successivi, e fino ai nostri giorni, le policy riguardanti le startup innovative hanno continuato ad essere sostenute con un costante incremento degli strumenti agevolativi. Fino al piano nazionale Impresa 4.0 che ha portato a venti le forme di agevolazioni disponibili. Un unicum nel sistema nazionale.

In un Paese piuttosto refrattario alle politiche industriali, il tema delle startup è stato tra i pochi esempi di impegno duraturo – anche in termini di risorse pubbliche – che ha attraversato l’azione di più governi riscuotendo un consenso politico sempre molto ampio. Benché i numeri difficilmente diano ragione di questo entusiasmo, come vedremo.

Come si spiega dunque la fiducia riposta nelle startup, anche a vocazione sociale, e i vantaggi di cui hanno goduto malgrado non fossero supportati da un’analisi evidence-based?

L’origine di questo pregiudizio positivo va individuata nella diffusa convinzione che le startup abbiano un ruolo insostituibile nell’aumento della capacità produttiva, in particolare in quanto fattore di crescita della produttività legata all’innovazione tecnologica. Ad esse si è guardato come il principale motore per recuperare lo svantaggio che in Italia le imprese tradizionali hanno accumulato in termini di innovazione e, dunque, come leva per la creazione di nuova occupazione qualificata, specie nei settori più avanzati e knowledge-driven. Nel contempo, si è sostenuto che questa connaturata dimensione innovativa potesse contribuire in modo sostanziale anche all’inclusione e al progresso sociale, dando corpo ad una nuova e promettente stagione di innovazione sociale. Un compito che la creatività legislativa del nostro Paese ha riservato alle startup a “vocazione sociale”, ma che in realtà nel resto del mondo è considerato una cosa sola con la dimensione innovativa delle startup, indipendentemente dal loro ambito di azione. In Italia forse si è peccato di zelo, con la creazione di una apposita forma giuridica, ma comunque nel resto del mondo l’idea che le startup potessero svolgere un ruolo speciale nel generare impatto sociale in fondo è stata presente sin dall’inizio del loro percorso.

Il vento che ha gonfiato le vele di questo fenomeno è venuto dalla Silicon Valley. E, come per altri fenomeni nati in quell’area, si è trattato di un movimento cui non è mancata una componente ideologica. Il concetto di startup è la celebrazione dell’incontro tra il mito della frontiera e una certa vena di utopismo tecnologico che da quel mito ha preso origine. Tra le sue ascendenze non è difficile riconoscere gli elementi di quella controcultura libertaria, nata nel ‘68 sulla West Coast americana, che agli individui riconosceva un potere illimitato di perseguire i propri sogni senza doversi piegare a (quasi) nessuna limitazione o vincolo.

L’ideologia della startup si riassume nell’impetuosa volontà di cambiare il mondo per volgere a fin di bene gli spiriti animali del capitale e del libero mercato. Il motto di Google all’inizio della sua ascesa era Don’t be evil, affiancato nel 2015 – alla nascita di Alphabet, il conglomerato di cui oggi Google fa parte – da un imperativo altrettanto impegnativo: Do the right thing. Mentre la missione sociale di Facebook è riassunta nel motto Connecting people, building community, and bringing the world together. Esempi eloquenti di una vena etico-sociale che ha intrecciato il destino delle nuove stelle dell’imprenditoria digitale con l’impegno a favore di una missione umanitaria, in cui l’individuo con la sua intraprendenza sfrutta l’incolmabile vantaggio di cui gode rispetto alla lentezza e alla pesantezza dello Stato. Da cui il passo successivo dell’ambizioso programma: puntare sulle startup per risolvere i problemi della società anziché continuare a fare affidamento sull’intervento pubblico (e, nel caso italiano, su un obsoleto Terzo settore).

Il modello della startup si è presentato in pubblico come la sintesi tra un manifesto economico fondato sul concetto di innovazione dirompente ed una aspirazione etica al cambiamento sociale. Programma senza dubbio affascinante. Eppur, oggi, alla luce dell’evoluzione delle aziende che più rappresentano quel modello di impresa piuttosto scricchiolante.

Partite in un garage, le startup di maggiore successo sono finite per occupare ingombranti posizioni di monopolio. Per di più spesso spesso sfruttando innovazioni già presenti nel sistema e sviluppate nella maggioranza dei casi grazie a finanziamenti pubblici (difficile su questo punto contraddire le tesi di Mariana Mazzucato).

Il potere dei monopolisti digitali – nati come startup e cresciuti a forza di steroidi – è praticamente incontrollato e l’impegno a "non essere cattivi” o “fare la cosa giusta” è diventato sempre più difficile da mantenere. Al di là della retorica del mondo connesso in cui ogni individuo può esaltare il proprio talento a prescindere dall’ambiente in cui è inserito, oggi si è sempre più consapevoli che esiste anche un’altra faccia della medaglia, quella oscura di un sistema che sfrutta la raccolta di dati per rafforzare il vantaggio economico di pochi colossi. Un sistema in cui il modello di sharing economy è stato piegato ad altri fini rispetto alle intenzioni e ai proclami originari. Dove alla richiesta di condividere i dati personali di tutto corrisponde il monopolio dei profitti di pochi. Gli utenti condividono mentre le aziende crescono a dismisura, spesso piegando alle proprie esigenze non soltanto la privacy individuale ma anche il ruolo sociale della comunicazione. Con innegabili rischi di manipolazione dell’opinione pubblica, come il caso di Cambridge Analytica ha messo in luce con eloquente chiarezza.

Per questa ragione è tempo di riconsiderare il mito delle startup, correggendo la narrativa secondo cui sarebbe questo il modello cui va riconosciuto il ruolo di campione indiscutibile del progresso economico e sociale. Magari per scoprire come le tradizionali imprese sociali, pur assai meno cool e alla moda, abbiano ottenuto risultati più significativi delle mitiche startup in termini sia economici che occupazionali. Smentendo il pregiudizio secondo cui l’impresa sociale sarebbe una forma imprenditoriale dalla natura intrinsecamente meno innovativa e indicando così un’alternativa al rischio di manipolazione del discorso pubblico al quale gli unicorni dell’economia digitale ci hanno esposto.

 

Il fenomeno italiano delle startup

Le startup innovative, stando ai dati della relazione annuale del ministero dello sviluppo economico pubblicata nel dicembre 2017, hanno conosciuto un trend di sviluppo costante a partire dal loro riconoscimento legislativo nel 2012. Al 31 dicembre 2017 in Italia si contavano 8.391 startup, con una crescita di oltre 3 mila unità rispetto alla stessa data del 2015. Un risultato in parte dovuto all’introduzione della nuova procedura, utilizzata da 4 startup su 10, che ha consentito la registrazione online e a costo zero. Di queste le startup a vocazione sociale, a settembre 2017, erano appena 154.

A fronte del totale delle società di capitali, attive ed inattive, le startup rappresentano quindi lo 0,51% della popolazione delle imprese italiane. Sotto il profilo dell’occupazione le startup con almeno un dipendente sono poco meno del 40% del totale, con un numero totale di addetti pari a 10.847. Il numero medio per startup è pertanto di 3,25 unità. Se a questi si aggiungono i soci (34.480), che nel modello di gestione delle startup ricoprono abitualmente un fondamentale ruolo operativo, si ha un totale complessivo di 42.247 unità, con un aumento del 25,4% rispetto alla stessa data dell’anno precedente. Un progresso notevole, ma con cifre assolute piuttosto contenute (specie se confrontate con i numeri del Terzo settore produttivo). L’incidenza sul totale degli occupati, a livello nazionale, è infatti inferiore allo 0,2%. Una percentuale che dovrebbe suggerire prudenza nell’indicare le startup come principale motore della creazione di nuovi posti di lavoro.

In termini di prestazioni finanziarie, le startup registrate fino a dicembre 2017 (o quantomeno quel 58,8% che ha redatto un bilancio) mostrano un valore medio della produzione di circa 155 mila euro, con una produzione complessiva pari a poco più di 761 milioni di euro. Considerando il numero medio di 3,25 dipendenti, sopra citato, non si può quindi certo dire che la pratica dei bassi salari sia un’esclusiva delle cooperative sociali.

Tra le startup innovative prevale una maggioranza di società in perdita (57% del totale), così come anche gli indici di redditività registrano valori negativi per la maggior parte di esse. Comprensibilmente, trattandosi di imprese di recente costituzione e ad elevato contenuto tecnologico, anche l’indice di indipendenza finanziaria delle startup è peggiore rispetto a quello delle altre società di capitali italiane (0,31 contro 0,38). A fronte di questo quadro, negli ultimi quattro anni le startup innovative italiane hanno ricevuto circa 600 milioni di euro di prestiti coperti da garanzia pubblica (contro, è bene ricordarlo, un importo a favore delle imprese sociali che è prossimo allo zero). Mentre (dati della Survey condotta dal MISE nel 2016) solo l’8,2% delle startup innovative ha ricevuto in fase di costituzione finanziamenti in equity da società di venture capital, business angel, o altre imprese. Per le startup innovative a vocazione sociale i numeri sono così esigui che non è neppure disponibile il dato disaggregato relativo agli investimenti privati intercettati.

Data la recente costituzione della maggior parte delle startup innovative censite, comprese quelle a vocazione sociale, è probabilmente prematuro trarre delle conclusioni riguardo alla vitalità del fenomeno. Occorre attendere qualche anno per valutarne il reale impatto sull’economia italiana. Ragione per cui è anche meglio non eccedere nell’enfasi posta su questo modello di impresa. I numeri sopra riportati indicano un trend in crescita ma ancora fortemente di nicchia e non necessariamente superiore, specie in ambito sociale, rispetto all’andamento del totale delle imprese italiane. Sopravvalutarne l’importanza può determinare uno squilibrio nelle scelte di policy a svantaggio di altre opzioni, forse meglio posizionate sia per affinità con la struttura produttiva italiana che per offerta di servizi di interesse generale effettivamente richiesti dagli utenti. Inoltre, evitare di sovraccaricare le startup, tecnologiche e sociali, di aspettative troppo ambiziose può andare a vantaggio del loro stesso sviluppo. Un eccesso di retorica a proposito delle loro virtù non è un buon viatico. Chissà che spegnendo qualche riflettore non possano invece svolgere più efficacemente la loro funzione, all’interno di un ecosistema basato sul pluralismo delle forme di impresa.

 

L’ecosistema mancante

Uno dei fattori che vengono spesso citati per giustificare le difficoltà che si frappongono ad un robusto sviluppo delle startup italiane è, come si è detto, la carenza di investimenti da venture capital. Anche se in realtà la stessa Survey del MISE indica come buona parte degli startupper (34,1%) si dichiari pienamente soddisfatta delle fonti di finanziamento a propria disposizione, contro un 21,7% che ritiene insufficiente la disponibilità finanziaria a propria disposizione.

In questa sorta di disallineamento cognitivo riguardo all’importanza del capitale di rischio l’Italia è in buona compagnia. Anche nel resto di Europa si lamenta la mancanza di una massa critica di capitale di ventura. Ma ad uno sguardo più attento sono altri gli elementi che in realtà condizionano negativamente la crescita delle startup nel nostro continente e cui è necessario porre attenzione.

Un caso illuminante è quello del Regno Unito, dove tra la fine degli anni ‘90 e il primo decennio del secondo millennio si è assistito ad un fenomeno rivelatore. A seguito di un’energica azione di sostegno pubblico alla ricerca nel settore life science è nata una moltitudine di startup in ambito farmaceutico e biotecnologico. Molte di queste non hanno trovato difficoltà, in un ambiente finanziario ben sviluppato come quello britannico, nel reperimento di risorse finanziarie in forma di capitale di rischio per sostenere la propria crescita. Tuttavia, una volta raggiunta la fase in cui tali startup erano pronte per il grande salto, è accaduto che quasi tutte siano state acquisite da grandi gruppi industriali statunitensi, che hanno rilevato in blocco know-how e brevetti sviluppati dai centri di ricerca inglesi, per valorizzarli all’interno delle proprie strategie aziendali. È intervenuto dunque un fenomeno di “decapitazione”, con il trasferimento negli USA dei poteri decisionali e strategici, in cui decisiva è stata non tanto la disponibilità di risorse finanziarie quanto piuttosto l’inserimento delle nascenti iniziative imprenditoriali all’interno di imprese globali con adeguate capacità di commercializzazione e di accesso ai mercati. Nella catena alimentare delle imprese di maggiore successo è più facile che il pesce grande mangi il pesce piccolo, piuttosto che al piccolo sia dato il tempo di crescere. La Gran Bretagna se ne è accorta a proprie spese, quando ha investito per diventare culla mondiale di startup biotech ed ha finito per portare acqua al mulino del Big Pharma americano.

Questo esempio illustra una semplice verità alla quale spesso non si presta adeguata attenzione. Nell’ecosistema che consente alle startup di crescere – e che permette a qualcuna di esse di diventare il mitico unicorno miliardario – non è solo il venture capital a fare la differenza. Gli elementi che concorrono al successo di una startup sono più articolati e rinviano al contesto imprenditoriale, alle dimensioni del mercato, alle infrastrutture istituzionali. Focalizzarsi sulla centralità del capitale di rischio significa riflettere il punto di vista dei venture capitalist più che quello degli imprenditori. La realtà è che i primi hanno bisogno dei secondi piuttosto che il contrario. La differenza non è da poco.

Per il capitale di rischio il modello della startup è l’impresa ideale. È fatta per produrre il massimo del profitto nel più breve tempo possibile. Il rendimento delle poche startup di successo ha da essere così mirabolante da compensare i molti fallimenti. Non serve che l’impresa duri nel tempo ma è più importante che cresca a ritmi esplosivi. Rispondendo ad una logica darwiniana, se è destinata a fallire è bene che lo faccia in fretta così da permettere all’investitore di cambiare velocemente cavallo. In breve: la startup è un tipo di impresa fatta su misura per l’investitore finanziario e per il suo approccio di breve termine. Peccato però, come si è detto, che nell’ottica dell’impresa le cose stiano diversamente. Le condizioni della crescita sono più complesse e l’accesso alla finanza è solo uno degli elementi del gioco. L’ecosistema deve essere molto più composito e non ci sono scorciatoie che garantiscano un facile successo. E ciò è vero in particolare per le startup a vocazione sociale, alle quali gli investitori finanziari sono ancor meno interessati.

Purtroppo questa lezione fondamentale tende spesso ad essere dimenticata, da questa parte dell’oceano, tra quanti sono impegnati a predisporre policy e strumenti per lo sviluppo delle startup. L’atteggiamento del policy maker troppo spesso è quello della coltivazione in vitro. Quasi fossero una specie da sviluppare in provetta, sottovalutando l’importanza del contesto. Proprio il contrario di quanto accade invece con le imprese sociali, che dal contesto nascono e con uno specifico contesto sviluppano il proprio indistricabile rapporto.

 

I percorsi non lineari dell’innovazione

C’è ancora un ultimo aspetto che vale la pena citare in questa breve riflessione sul mito della startup. Riguarda il tema dell’innovazione, in generale, e di quella sociale in particolare, nonché la presunzione che il modello delle startup sia il più adatto al suo sviluppo. La combinazione di velocità e orientamento tecnologico, secondo la vulgata corrente, sarebbero gli ingredienti indispensabili al centro di ogni processo di innovazione. Più delle altre forme di impresa, le startup sarebbero le depositarie della magica formula in grado di stare al passo con l’accelerazione imposta dai tempi.

Anche qui, però, la realtà è alquanto diversa dalla sua rappresentazione. Per almeno due motivi. Il primo riguarda le fonti del processo innovativo. Le startup sono quanto di più distante si possa immaginare rispetto al mito della scoperta, esemplificato dal laboratorio di Thomas Edison, ovvero il mito dell’inventore autosufficiente che gestisce in autonomia tutti gli elementi necessari alla creazione del nuovo prodotto. Benché nelle startup l’incidenza delle spese in R&S sia in media più alta rispetto alle altre forme di impresa, questo non vuol dire che l’innovazione avvenga in splendida solitudine. È vero piuttosto il contrario: riprendendo i dati della Survey MISE sulle startup innovative italiane, nella maggioranza dei casi (65%) l’innovazione che praticano è di tipo incrementale, ossia migliorativa rispetto a conoscenze e processi già esistenti. Quindi le startup presuppongono la conoscenza tecnica o scientifica che rende possibile l’introduzione dell’innovazione di cui sono portatrici. Le startup – in altre parole – non hanno nessun monopolio sull’innovazione, ma piuttosto si collocano a valle di una catena alimentata da università, centri di ricerca, imprese esistenti, comunità di saperi, da cui attingono parte rilevante della conoscenza di cui fanno utilizzo. E in questa catena il ruolo dello Stato e degli investimenti pubblici in ricerca e innovazione è tutt’altro che secondario. Ragion per cui le startup, per la loro capacità di innovazione, sono debitrici di un sistema più ampio dal quale non possono prescindere.

Il secondo elemento da considerare riguarda invece il paradigma dell’innovazione aperta, che ha sovvertito il concetto tradizionale di innovazione come processo proprietario e lineare. Nella visione più attuale di come effettivamente opera un processo di innovazione, è fondamentale il collegamento alle pratiche sociali e alla rete di relazioni in cui interagiscono molteplici soggetti. L’innovazione nasce da uno scambio continuo e dalla retroazione con una moltitudine di attori, che includono gli utilizzatori finali, le comunità di conoscenza, le istituzioni scientifiche, le reti imprenditoriali, e i vari altri protagonisti della realtà sociale. A differenza della scoperta scientifica o dell’invenzione, che si alimentano principalmente con la spinta della curiosità verso nuove frontiere della conoscenza, l’innovazione scocca dall’incontro con dei bisogni reali, che vanno identificati e interpretati. Non innova quindi chi è “più nuovo” ma chi sa meglio leggere queste nuove domande. Dinamica tanto più vera quando l’innovazione ha un rilevante contenuto sociale. In un certo senso l’innovazione, in tutte le sue forme, è imparentata strettamente con la maieutica, e richiede di spaziare al di là dei confini stretti della tecnologia per disegnare nuovi usi sociali, in cui si mescolano componenti tecnologiche e componenti socio-culturali. Tutta la storia recente dell’innovazione è piena di esempi che lo dimostrano. Quindi, come conseguenza, un’analisi attenta dei processi di innovazione rivela che per il loro successo può essere molto più determinante un contesto di pluralismo di forme di impresa, al quale partecipano anche soggetti come le imprese sociali, piuttosto che un investimento unilaterale nelle supposte capacità innovative di quella specifica subcategoria di organizzazioni che vanno sotto il nome di startup a vocazione sociale. Ancora una volta la conclusione è la medesima: se le startup riescono a innovare è perché sono debitrici di un contesto più ampio in cui agisce una variegata articolazione di soggetti. Piuttosto che allevare delle startup come depositarie esclusive della capacità di innovazione, sarebbe quindi bene disegnare policy in grado di far crescere un intero ecosistema.

 

Conclusioni

In definitiva, questa riflessione ha voluto appuntare l’attenzione sui limiti di una concezione troppo entusiastica del ruolo delle startup. Non perché le startup non possano assolvere una importante funzione di ammodernamento del repertorio delle forme di impresa, degli stili manageriali, e della capacità di rispondere a nuovi bisogni di innovazione. Quanto piuttosto per evitare che il fenomeno venga gravato da aspettative eccessive, fuori scala rispetto al contesto nel quale sono chiamate ad operare.

Proprio una maggiore attenzione allo specifico contesto italiano – ma la stessa considerazione potrebbe estendersi alla maggioranza dei paesi europei – dovrebbe essere al centro delle politiche di sostegno alle startup, che oggi sembrano invece influenzate dalla ripetizione acritica di modelli che devono il loro successo a condizioni ambientali alquanto differenti dalle nostre. Se si vuole evitare che il fenomeno della “decapitazione” si ripeta ancora, occorre capire più in profondità il funzionamento dei meccanismi che favoriscono la creazione di ecosistemi. La finanza, sia detto ancora una volta, non è l’ingrediente esclusivo né lo strumento cardine. Così come anche l’innovazione va vista aprendo lo sguardo all’effetto virtuoso dell’interazione di una varietà di forme e di attori. In quanto basato su una conoscenza approfondita delle pratiche sociali, il processo d’innovazione non può essere riservato ad una specifica forma di impresa, ma richiede il concorso di una pluralità di soggetti. Nel disegnare nuove forme di welfare le competenze che nel tempo ha saputo accumulare il Terzo settore produttivo possono valere assai più dell’enfasi nuovista sulle startup o su ogni analoga forma di impresa che tende ad applicare le proprie soluzioni a problemi che conosce a stento.

La storia della cooperazione sociale in Italia è un chiaro esempio di come l’impresa sociale possa fornire un determinante contributo, anche in termini innovativi, allo sviluppo di soluzioni che nascono dalla conoscenza approfondita dei bisogni ai quali si intende trovare risposta. Il caso italiano, da questo punto di vista, è la conferma di quanto fin qui sostenuto: un ecosistema per l’innovazione ha molto più bisogno di pluralismo che di politiche mirate ad una specifica categoria di imprese. Non saranno le startup, da sole, a salvare il mondo. Per questo investire in startup, seppure a “vocazione sociale”, e dimenticare le imprese sociali non è una scelta lungimirante.

 

DOI: 10.7425/IS.2019.13.08

 

Foto: Walker Evans, Cole Brothers Circus Poster, 1936