11  NOVEMBRE 2018
 
Le social enterprise in Italia: modelli a confronto. Risultati del progetto di ricerca internazionale ICSEM

Le social enterprise in Italia: modelli a confronto. Risultati del progetto di ricerca internazionale ICSEM

Tra i fenomeni di recente interesse di studio e il cui peso si è rafforzato con la crisi del 2008, vi è l’impresa sociale, o social enterprise nella sua accezione inglese. Con Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006, si è riscoperto il potenziale dell’impresa sociale, fino ad allora esplorato da studiosi ed accademici ma mai diffusosi a livello di massa. La social enterprise quindi è stata vista sotto una nuova luce, che già le apparteneva e la caratterizzava, ovvero quale strumento imprenditoriale a supporto di problematiche di ordine sociale e di interesse generale.

Parlare di imprese sociali evoca nei lettori definizioni, teorie, scuole di pensiero e modelli di governance diversi, in base al contesto socio-culturale-politico, nonché economico-imprenditoriale preso a riferimento. Il progetto International Comparative Social Enterprise Models (ICSEM) si è posto l’obiettivo di definire e modellizzare le tipologie di imprese sociali a livello globale, provando a superare i confini nazionali entro i quali si identificano e caratterizzano le diverse forme (giuridiche, culturali ed economico-manageriali) di social enterprise.

Il libro di Simone Poledrini “Le social enterprise in Italia: modelli a confronto. Risultati del progetto di ricerca internazionale ICSEM” (Franco Angeli, 2018) rappresenta il primo tentativo di contestualizzare, a livello nazionale, i modelli di impresa sociale riscontrati su scala internazionale, riportando le evidenze del progetto ICSEM. Il volume è strutturato in tre parti: una prima di descrizione del progetto ICSEM e dei modelli individuati, una seconda di contestualizzazione (e analisi delle differenze) nel contesto italiano, e infine una terza di analisi di caso, riportante le esperienze più rappresentative per ciascuno dei modelli riscontrati a livello nazionale.

Il progetto ICSEM ha identificato quattro modelli di impresa sociale – Social Cooperative (SC), Entrepreneurial Non Profit (ENP), Social Business (SB), Public-sector Social Enterprise (PSE) – individuati come transizioni di traiettorie rispetto ai vertici – cosiddetti “principi di interesse” – dell’economia, ovvero il general interest (GI), il mutual interest (MI) e il capital interest (CI) (p.28 – Figura 1). Due i principali spostamenti, verso l’interesse generale (GI) e verso il mercato (CI), generando rispettivamente: dal vertice del mutuo interesse (MI) il modello della Social Cooperative e dal vertice del mercato (CI) il modello del Social Business, mentre per il secondo gruppo di transizione, dal vertice del mutuo interesse (MI) il modello dell’Entrepreneurial Non Profit (ENP) e dal vertice dell’interesse generale (GI) il Public-sector Social Enterprise.

poledriniFigura 1. Modelli di impresa sociale identificati dal progetto ICSEM, individuati come transizioni di traiettorie rispetto ai principi di interesse. Per approfondimenti: https://www.iap-socent.be/icsem-project

Brevemente si riportano di seguito i tratti salienti:

  • Social Cooperative: organizzazioni non profit ad interesse mutualistico e generale, dalla governance democratica e dalla natura multi-stakeholder;
  • Entrepreneurial Non Profit: “tutte le organizzazioni non profit che si dedicano ad attività di mercato per aumentare le entrate da destinare alla mission” (p.35);
  • Social Business: imprese for profit che cercano il bilanciamento tra la massimizzazione del profitto e la tutela dell’interesse generale (con caratterizzazioni diverse a seconda delle scuole di pensiero prese in considerazione);
  • Public-sector Social Enterprise: imprese sociali pubbliche che nascono per offrire servizi pubblici in maniera più efficiente e/o a un costo minore per la Pubblica Amministrazione.

La complessità della mappatura, oltre che per il coinvolgimento di ben 250 ricercatori provenienti da 51 Stati a livello internazionale, risulta evidente nelle difficoltà di contestualizzare in maniera appropriata i modelli identificati con le peculiarità e le caratteristiche dei singoli contesti nazionali.

A livello italiano, l’autore ha clusterizzato le diverse forme giuridiche, qualificando le imprese sociali in:

  • cooperative sociali e imprese sociali cooperative sociali ex lege (d.lgs. 155/2006) rispondenti al modello di Social Cooperative (che, come riporta lo stesso autore è stato il modello ad essersi ispirato alla tipologia d’impresa sociale maggiormente conosciuta in Italia);
  • associazioni, fondazioni, enti ecclesiastici (con alcune riserve) appartenenti al modello di Entrepreneurial Non Profit;
  • imprese sociali ex lege sotto forma di società di capitali nel cluster del Social Business (e qui riportate “per il fatto di essere costituite come una forma giuridica tipica delle imprese for profit” p.54).

L’autore non prende in considerazione nell’ultimo raggruppamento le società benefit perché, seppur queste nel modello individuato dal progetto ICSEM troverebbero la loro collocazione, si ispira chiaramente al concetto di impresa sociale definito dalla riforma del Terzo settore, ovvero di organizzazioni che devono presentare, tra le altre caratteristiche, il vincolo alla distribuzione degli utili. Stesso ragionamento può essere applicato alla mancanza di rilevazione del modello della Public-sector Social Enterprise in quanto, le organizzazioni non profit per legge possono avere solo natura privata e mai pubblica; diversamente rientrerebbero in questo cluster tutte le partecipate e controllate pubbliche che erogano servizi principalmente socio-sanitari e di utilities.

Il lavoro è interessante per gli addetti ai lavori, quale spunto di riflessione critica nel (tentativo di) delineare i confini dell’impresa sociale, e identificare le forme giuridiche presenti in Italia e qualificabili come social enterprise, al di là delle più note cooperative sociali e imprese sociali ex lege. Tuttavia, la mappatura internazionale (e quindi l’eterogeneità dei modelli di impresa sociale, nonché degli approcci d’analisi) e la non identificazione di caratteri di governance tipici dell’uno e dell’altro modello rischiano di sortire l’effetto inverso, ovvero di creare maggiormente confusione in un contesto di riforme come quello nazionale.

Come si riscontra nel testo, la confusione e l’influenza reciproca che ancora permane tra le diverse tipologie di impresa sociale – e in particolare tra quelle rientranti nei modelli di Social Cooperative, Social Business e Entrepreneurial Non Profit – mette in luce una delle più grandi (finora, nonostante il recente correttivo con il d. lgs. 95/2018) disattese aspettative della riforma del Terzo settore in Italia, ovvero la mancanza di una chiara identificazione degli enti di natura commerciale e quelli di natura non commerciale, lasciando pratictioner e studiosi in una situazione statica di limbo. Nonostante gli sforzi attraverso la fiscalità d’impresa di protendere e favorire lo svolgimento delle attività commerciali sotto la qualifica di impresa sociale (si veda a tal riferimento il contributo di Gori, 2018 – “Dall’impresa sociale alle ‘imprese sociali’. La problematica pluralità di modelli normativi di impresa sociale nella riforma del Terzo settore”), molta è ancora la strada da dover percorrere in termini di riduzione dell’arbitrarietà e rimozione della facoltatività verso l’acquisizione della qualifica di impresa sociale (così come intesa e definita nel contesto nazionale).

I casi di studio della seconda parte del volume, ricchi di dettagli, riportano le esperienze di una Social Cooperative, di un Entrepreneurial Non Profit e di un Social Business; tuttavia, seppur ben strutturati, risultano a primo impatto scollegati dal resto della trattazione, lasciando al lettore l’identificazione (arbitraria) dei caratteri tipici di ciascuno dei modelli analizzati.

 

Simone Poledrini (2018), Le social enterprise in Italia: modelli a confronto. Risultati del progetto di ricerca internazionale ICSEM, Franco Angeli, Milano.

Antonina Di Berardino Università degli Studi dell'Aquila