11  NOVEMBRE 2018
 

Note

1. Al massimo, un riferimento alla scuola della public choice poteva insinuare il dubbio, soprattutto presso gli economisti di estrazione più liberale, che lo Stato avesse propri fallimenti anche peggiori di quelli del mercato.

2. Per “settore sociale” intendo attori e attività organizzati che esercitano un impatto sociale; esso risulta dalla somma di una componente a rilevanza direttamente e principalmente economica (“economia sociale”); e di una seconda componente, che chiamerò per brevità “civile”, le cui attività sono invece primariamente dirette a scopi extra-economici, tra cui quelli civici, di solidarietà, ambientali, culturali o religiosi. Rimarco qui en passant che ci sono differenze concettuali fra outcome sociali, civici, culturali, ambientali e religiosi (e quando si arriva al tema della misura d’impatto, quelle differenze si dovrebbero forse riflettere in metriche diverse). Per esempio, le attività culturali hanno un impatto “strettamente” sociale (ad esempio sulle persone svantaggiate, o sanitario), ma sono una piccola parte dei motivi per cui la cultura è, e dovrebbe essere, perseguita. Su quanto manca a completare la big picture dell’impatto culturale la riflessione mi pare immatura.

3. Per esempio, al fine di perimetrare l’attività degli enti i cui servizi si estendono su vari tipi di organizzazioni di Terzo settore (come Banca Prossima) non sembra molto utile osservare quel confine; la forma organizzativa e la relativa disciplina giuridica – che si devono conoscere bene per avere a che fare con questi enti – contano più della natura civile o economica del fine da essi perseguito; anche se il perimetro a maggior rilevanza economica sarà più interessante per alcuni scopi, ad esempio dal punto di vista della domanda di credito.

4. Si veda Polanyi (1944; 1957). Per una sintesi si veda Pais e Provasi (2015). Originariamente c’era una quarta modalità, quella dell’economia familiare, che poi Polanyi espunse dall’analisi. Benché ci siano opinioni diverse sull’opportunità di quella omissione, non credo che la sua considerazione possa fare gran differenza nell’analisi dell’economia sociale.

5. Almeno alla mia lettura, esclude le transazioni che pur avvenendo su un mercato o quasi-mercato non hanno un corrispettivo equivalente: un piccolo esempio è il “caffè sospeso” napoletano, un esempio più importante sono le transazioni che avvengono a prezzi, appunto, “fuori mercato” per favorire individui più deboli.

6. Si veda ad esempio Stanzani (2017) per una rassegna, con un focus sulla diffusione di valori “comunitari” fra membri e non membri di organizzazioni di Terzo settore. Noto en passant che il supporto a quella definizione è limitato a mostrare ciò che i membri credono, più che ciò che le organizzazioni fanno.

7. Una critica tonica in questa direzione è in Moro (2014). Io credo che l’ampiezza di una definizione vada modulata a seconda dello scopo; un argomento di Moro è che la definizione è troppo ampia “al fine di determinare l’estensione del favore legislativo”, posizione che trovo sostenibile (“separare il grano dal loglio”). Tuttavia, in questa sede il fine è un po’ diverso: l’identificazione dei segmenti dell’economia che hanno impatti sociali significativi.

8. Ricordiamo qui la teoria del settore sociale come rimedio al bias del settore pubblico verso l’elettore mediano (Weintraub). Alcuni autori considerano questa teoria quasi diffamatoria nei confronti del primo, che in base a essa esisterebbe solo perché il settore pubblico “fallisce”; personalmente trovo fallace questo ragionamento, che equivale a dire che la giustificazione dell’intervento pubblico con i “fallimenti del mercato” diffama lo Stato. Semmai si tratta di una teoria solo parziale del settore sociale (e rispettivamente di quello pubblico). In ogni caso, nella vita delle persone marginalizzate la convinzione e il desiderio che un attore salvifico arrivi ad aiutarli è una ricetta per il disastro personale. La cosa è nota alla psicologia, con la constatazione che un cosiddetto locus of control esterno è un buon previsore di insuccesso; e potrebbe traslarsi anche alla regressione collettiva leggibile nel successo di cause populiste nelle aree in cui è stato più radicale l’aumento della diseguaglianza e della marginalizzazione.

9. Traduzioni e interpolazioni mie nel seguente brano e in quello successivo nel testo.

10. L’elenco riproduce in parte le scelte di Ross (2016).

11. Oltre a costituire un campo della sociologia economica, questa è la premessa della fantascienza “tecnologica”, dalla Trilogia galattica a Blade Runner.

12. Questa sembra essere anche la tesi sottostante alla nota lettera (resa pubblica a metà gennaio 2018) del CEO di BlackRock ai CEO delle società partecipate dal gruppo americano (Fink, 2018), che li/le sollecita a considerare e rendicontare gli impatti sociali e ambientali delle società che guidano. La motivazione principale di Fink sembra essere principalmente quella di mantenere la license to operate delle imprese.

13. Grazie a Ivana Pais per questo insight. È facilmente riscontrabile nella pubblicistica, ma io non l’avevo notato.

14. Come l’azione ha una qualità nel teatro (Stanislavskij): sedersi “con goffaggine” o “con presa in giro” sono due azioni diverse. E a maggior ragione le connessioni fra persone.

15. Un altro esempio, più preoccupante, è la tendenza di Google a prioritizzare i risultati delle ricerche sulla base delle ricerche precedenti dello stesso utente, e limitare la visibilità dei post, quindi creando diverse “sacche di contenuto”, anche ideologico, in cui gli utilizzatori possono trovarsi intrappolati.

16. In realtà, anche quando il benessere viene concepito come unitario, come nelle funzioni di utilità usate dagli economisti, c’è comunque un problema di aggregazione fra individui; questo era il punto di lord Lionel Robbins in una famosa lezione degli anni ‘30 del secolo scorso che ha ispirato gran parte della microeconomia da allora. Di recente, la letteratura sulla happiness ha depotenziato questo argomento. Personalmente sono sorpreso della fortuna anche teorica di questo approccio a dispetto de – o forse proprio per – la sua riduzione del benessere a un solo fattore.

17. Un problema emerge quando diversi individui collocano le stesse realtà sulla stessa scala, producendo però ranking diversi. Se le differenze sono sistematiche, l’aggregazione dei risultati è dubbia. Non mi addentro nei relativi problemi richiamando solo il “teorema di Arrow” e la letteratura di social choice.

18. Questo mi pare risponda a una critica, che l’economia “sociale” talvolta sembra presumere che si esca dall’economia: l’ospedale “più sociale” fa rivitalizzazione del territorio; bene, e chi paga? Nel caso specifico, l’ospedale stesso rinuncerà – per il “bene comune” – a parte dei suoi utili e forse coinvolgerà lavoro volontario del suo personale e di esterni. Senza dubbio questo test è correlato al primo, di cui è una cartina al tornasole. C’è però una differenza: una organizzazione retta da una società for profit ha il potenziale (ex ante) per subordinare gli obiettivi sociali a quelli economici; una organizzazione che non sacrifica alcuna risorsa agli obiettivi sociali ha dimostrato ex post di farlo.

19. Cosa che probabilmente va accertata caso per caso. La cessione volontaria di dati a terzi per motivi commerciali – in qualche caso: cedendoli a imprese che chiaramente miravano a una manipolazione – è un segnale contrario al carattere “sociale” dei relativi network, perché scambia un interesse alla privacy dei partecipanti con un utile del gestore del network (il che spiega l’angst in Facebook rispetto al caso Cambridge Analytica). Diverso è il caso in cui imprese-network hanno ceduto a richieste di appropriazione di dati da parte del governo americano in funzione antiterrorismo e sotto la copertura di leggi approvate dal Congresso, senza utili ma con massiccia violazione della privacy; mi chiedo quali e quante nonprofit sarebbero riuscite a non fare lo stesso in quell’ambiente legale. Un evento analogo è accaduto nell’estate 2017 quando alcune ONG italiane che partecipavano ai salvataggi in mare hanno sospeso l’attività in risposta a nuova legislazione.

20. Anche se onestamente credo che, per esempio, le distinzioni qui effettuate possano costituire un discrimine per decidere l’estensione delle facilitazioni legislative e fiscali alle imprese.

 

Bibliografia

Comito V. (2016), La sharing economy. Dai rischi incombenti alle opportunità possibili, Ediesse, Roma.

Ferguson N. (2017), The Square and the Tower. Networks, Hierarchies and the Struggle for Global Power, Allen Lane, London.

Fink L.D. (2018), “A sense of purpose”, BlackRock. https://bit.ly/2p26QI3

Gui B., Sugden R. (eds.) (2005), Economics and Social Interaction: Accounting for Interpersonal Relations, Cambridge University Press, Cambridge MA.

Lins K.V., Servaes H., Tamayo A. (2017), “Social Capital, Trust, and Firm Performance: The Value of Corporate Social Responsibility during the Financial Crisis”, The Journal of Finance, 72(4), pp. 1785-1824. DOI: 10.1111/jofi.12505

Maggioni M.A. (2017), La sharing economy. Chi guadagna e chi perde, Il Mulino, Bologna.

Moro G. (2014), Contro il non profit, Editori Laterza, Bari.

Pais I., Provasi G. (2015), “Sharing Economy: A Step towards the Re-Embeddedness of the Economy?”, Stato e Mercato, 3, pp. 347-378. DOI: 10.1425/81604

Polanyi K. (1944), The Great Transformation, Beacon Press (trad.it. (2010), La grande trasformazione, Einaudi, Torino).

Polanyi K. (1957), “The Economy as Instituted Process”, in Polanyi K., Arensberg C.M., Pearson H.W. (eds.), Trade and Market in the Early Empires: Economies in History and Theory, The Free Press, Glencoe, Illinois.

Romer P. (2015), “Talkin’ bout a revolution”. 

Ross A. (2016), Industries of the future, Simon & Schuster, New York.

Salamon L.M. (ed.) (2014a), New Frontiers of Philanthropy: A Guide to the New Tools and New Actors that Are Reshaping Global Philanthropy and Social Investing, Oxford University Press, Oxford UK.

Salamon L.M. (2014b), Leverage for Good: An Introduction to the New Frontiers of Philanthropy and Social Investment, Oxford University Press, Oxford UK.

Stanzani S. (2017), “Specificities of the Third Sector: The Relational Approach”, Italian Sociological Review, 7(1), pp. 105-124. DOI: 10.13136/isr.v7i1.151

Sundararajan A. (2016), The Sharing Economy. The End of Employment and the Rise of Crowd-Based Capitalism, The MIT Press, Cambridge MA.

Venturi P., Zandonai F. (2016), Imprese ibride. Modelli d’innovazione sociale per rigenerare valore, Egea, Milano.

Marco Ratti Intesa Sanpaolo - Banca Prossima