11  NOVEMBRE 2018
 
Spazio del settore sociale e sharing economy

Spazio del settore sociale e sharing economy

Nista bleja, strogo socijala
(Niente lamenti, solo socialità)
Sticker per un raduno di pionieri serbi dell’economia sociale, 2014

 

Introduzione

La mia generazione di studenti di economia è stata abituata alla distinzione Stato/mercato che, come quasi tutto ciò che abbiamo imparato negli anni ‘80, è obsoleta; forse era già vecchia allora, risentendo di una cecità degli economisti ai contributi di altre scienze sociali. Un’illustrazione di quell’attitudine era il salto logico (quasi sempre) compiuto dall’identificazione di un fallimento del mercato alla ricerca delle politiche pubbliche con cui ridurne o azzerarne gli effetti, molto spesso senza nemmeno porsi il problema dell’esistenza di altre vie1. Questa subcultura non è morta, nemmeno fra economisti con visibilità pubblica, che Keynes avrebbe chiamato schiavi di pensatori morti tempo fa; ma è in agonia e passerà. Il riconoscimento di un comparto “terzo” è necessario per dar conto di una serie di fenomeni, che sono importanti in settori economicamente rilevanti come la sanità, l’istruzione, l’assistenza sociale o la cultura, nonché per fini (anche) economici come lo sviluppo locale e la rivitalizzazione urbana.

La collocazione di una economia sociale “a metà” fra Stato e mercato è ugualmente dubbia. Al di là della partnership che esiste fra mondo del Terzo settore e amministrazioni pubbliche (primariamente locali: quindi, non lo Stato), l’uso del “mercato” non è ciò che distingue le imprese for profit dal Terzo settore, molto del quale – specificamente la sua componente produttiva, che è la più rilevante dal punto di vista economico – passa attraverso il mercato nell’esercitare la sua attività tipica: tant’è che le entrate del Terzo settore italiano provengono in maggiore quantità da scambi di mercato che da transazioni non-market.

Di qui la domanda: qual è esattamente lo spazio del “settore sociale”2? In particolare, rispetto a nuove tendenze dell’economia e della società, come social network, sharing economy, economia circolare, etc.: quanto sono “sociali” questi fenomeni? Lo sono nello stesso senso in cui lo è l’economia sociale?

 

I settori tradizionali

Il motivo dell’ambiguità è più facile da spiegare partendo dall’economia sociale e contrastandola con altri settori ad essa contigui. Già il termine “economia sociale” non ha un significato univoco. Le varie definizioni esistenti tendono a separare l’economia sociale da quella pubblica, da quella privata “a scopo di lucro” e dal perimetro “civile” costituito dagli individui e dalle loro organizzazioni che operano per fini diversi da quelli strettamente economici. Esiste ad esempio una definizione europea – elaborata dal Comitato Economico e Sociale Europeo – basata su principi, secondo cui un’organizzazione appartiene all’economia sociale se soddisfa le seguenti condizioni:

  • primato dell’individuo e dell’obiettivo sociale sul capitale;
  • partecipazione volontaria ed aperta a tutti;
  • controllo democratico (eccetto per le fondazioni);
  • bilanciamento fra gli interessi dei membri e l’interesse generale;
  • difesa e applicazione del principio di solidarietà e responsabilità;
  • gestione autonoma e indipendente dai poteri pubblici;
  • uso di gran parte degli utili per sostenere obiettivi di sviluppo sostenibile, servizi di interesse dei membri o l’interesse generale.

Si tratta di principi che aggregano i “desiderata” di settori sociali di Paesi dell’Unione e di categorie di organizzazioni, tra loro eterogenei (infatti alcuni meno interessati al lobbying, come gli enti ecclesiastici, sono mal rappresentati). In pratica, al fine di identificare concretamente e magari misurare l’economia sociale, si tende a definire un perimetro di forme organizzative, che in molti Paesi fra cui l’Italia si concretizza in forme giuridiche. In questa vena, il Consiglio d’Europa (risoluzione del 7 dicembre 2015) definisce le imprese dell’economia sociale come quelle che “fanno riferimento a un universo di organizzazioni basate sul primato delle persone sul capitale e comprendono forme organizzative quali cooperative, mutue, fondazioni e associazioni nonché nuove forme di imprese sociali”.

Queste definizioni non sono di granché aiuto nel separare il perimetro civile da quello economico, anche perché i due sono molto spesso intrecciati nel mondo associativo, che tipicamente rappresenta la gran parte dell’economia sociale quando questa è misurata dal numero di organizzazioni che ne fanno parte. Generalmente a questo scopo si usa un criterio di prevalenza: siccome quasi tutte le attività sociali hanno un riflesso economico (e viceversa), si stabilisce un qualche parametro in base al quale uno scopo (civile o economico) prevale sull’altro, come nella distinzione italiana fra Enti del Terzo settore “commerciali” e “non commerciali”.

Abbiamo comunque stabilito che l’economia sociale ha un confine – convenzionale e non sempre chiarissimo – con il perimetro “civile”. A seconda dei fini che si perseguono, può essere o meno utile definire con precisione quel confine, o essere poco sensibili alle differenze definitorie marginali3.

L’economia sociale ha anche altri confini. Quello con il settore pubblico dà luogo, in contabilità nazionale, a definizioni sottili, come quelle che riconducono al pubblico le organizzazioni private la cui governance e/o i cui finanziamenti originano prevalentemente dalle amministrazioni pubbliche. In generale negli anni recenti la permeabilità di questo confine è stata più o meno unidirezionale: dal settore pubblico all’economia sociale. Questo è visibile nel conteggio delle relative istituzioni – in diminuzione le prime, in aumento le seconde – nel censimento Istat basato sui dati 2011, confrontati con quelli anteriori di un decennio. Più sostanziale è stata la migrazione di intere funzioni; per tutte può valere l’esempio della cura di persone con malattie mentali, da cui il settore pubblico si è parzialmente ritirato riservandosi i casi di acuzie (trattate nei reparti ospedalieri di psichiatria) e il monopolio delle diagnosi. Il sistema sanitario e quello dell’istruzione hanno pure conosciuto movimenti importanti di persone, organizzazioni e soprattutto di utenti e beneficiari dei loro servizi, che hanno oltrepassato la frontiera tra pubblico e sociale.

Un confine molto interessante è quello con l’economia privata a scopo di lucro. Quest’ultima, in anni recenti, ha prodotto un numero e una qualità interessante di iniziative “sociali” che spesso – e si tratta di alcuni tra i casi migliori – originano da una qualche complementarietà fra l’attività economica dell’impresa e uno scopo sociale riconoscibile: dal supporto dell’economia locale, all’impiego sociale di una expertise dei lavoratori dell’impresa, a una joint venture che accoppia capacità produttiva e destinazione del prodotto (come nel noto caso di Danone-Grameen in Bangladesh). Questo movimento ha avuto luogo anche negli anni della crisi, un po’ forse a causa di essa – nella ricerca di una maggiore legittimazione sociale dell’impresa, o più prosaicamente di modi più efficienti di impiegare il denaro comunque già destinato a scopi sociali – ma comunque nonostante le ristrettezze finanziarie. Esso è visibile per esempio nel discreto successo di iniziative come la certificazione B-Corp, a livello globale, e delle imprese benefit, negli Stati Unita e ora in Italia, dove la forma legale della benefit corporation è disponibile. C’è anche dell’evidenza empirica che le imprese con maggiore attività di CSR abbiano resistito meglio alla crisi (Lins et al., 2018).

Questo avvicinamento del sistema delle imprese a quello dell’economia sociale ha un corrispondente simmetrico. Da un lato esiste un movimento globale delle fondazioni verso la “nuova filantropia”, identificata nelle ricerche del gruppo di Lester Salamon (Salamon, 2014a; 2014b), molto più disponibile che in passato ad accoppiare attività d’impresa vere e proprie a quelle tradizionali donative, e ad usare la leva finanziaria per amplificarne gli effetti (cosiddetta leverage for good). Un altro esempio, forse meno significativo e comunque meno pubblicizzato, sta nella “ibridazione” avvenuta all’interno del Terzo settore italiano attraverso spin-off di imprese giuridicamente for profit la cui capogruppo è invece una organizzazione di Terzo settore, di solito una cooperativa sociale. Anche qui il motivo può essere prosaico (ottimizzare l’IVA), ma non sempre (Venturi, Zandonai, 2016).

In conclusione, i segmenti dell’economia non sono ben definiti dalla dicotomia Stato/mercato e nemmeno dall’addizione di un settore catch-all, il Terzo, che comprende “il resto”. Anche definendo meglio il settore pubblico e quello a scopo di lucro, le frontiere sono incerte e permeabili. Sembra utile ricercare qualche altro modo di concettualizzare le ripartizioni dell’economia e della società.

Soprattutto, per chi opera con un obiettivo sociale, pare utile tenere a mente che l’una o l’altra forma organizzativa e proprietaria non monopolizzano la creazione del “valore”, o “impatto”, sociale: laddove certi tipi di attività pro-sociale avvengono – con ragionevole stabilità nel tempo – all’interno di imprese, quel pezzo di economia è da ritenersi sociale, ancorché non ne abbia il crisma giuridico.

 

Segmentare con la teoria sociale

Una tripartizione utile e vicina a Stato/mercato/sociale è quella originariamente proposta da Polányi negli anni ‘40, che distingue tre basi per l’interazione economica, sempre conviventi nella storia anche se in mix diversi: la redistribuzione, lo scambio e la reciprocità4.

  • La redistribuzione corrisponde, in tempi moderni, alla logica del settore pubblico: è basata sull’autorità legittima; è imparziale (e quindi indipendente dall’identità di chi dà e di chi riceve); mira a un qualche concetto di bene comune.
  • Lo scambio coinvolge ammontari equivalenti; è anch’esso impersonale e quindi indipendente dall’identità di chi partecipa; avviene tipicamente contro moneta, e corrisponde approssimativamente allo spazio del “mercato”5. Presume che ogni partecipante miri al perseguimento dei propri interessi.
  • Infine la reciprocità, che corrisponderebbe in sostanza allo spazio del “settore sociale”; non presume il self interest; comprende il dono, ma non quello obbligato (da norme sociali più o meno formalizzate); ammette che chi dà si aspetti di ricevere, ma non subito e non necessariamente in egual valore, e può anche evitare completamente l’uso del denaro. È tipicamente dipendente dall’identità di chi partecipa alle transazioni.

L’analisi non è nuova. Tuttavia mi pare più adatta di altre sviluppate nel frattempo per concettualizzare lo spazio del settore sociale. In Italia, per esempio, alcuni sociologi hanno identificato o addirittura definito il Terzo settore come il locus in cui ha luogo elettivamente lo scambio di “beni relazionali”, ovvero quelli il cui valore risiede nella relazione umana che si stabilisce fra le controparti. Alcune ricerche empiriche supportano l’affermazione6. Personalmente tuttavia non trovo la cosa molto utile al fine di delimitare “economia” e “settore” sociali, o anche il Terzo settore:

  • interi segmenti dell’economia sociale non sono particolarmente intensivi in relazionalità – non più di quanto lo siano i corrispondenti segmenti nel mondo delle imprese o pubblico – ad esempio, fondazioni di erogazione, cooperative sociali, ospedali religiosi, etc.; questo può essere un difetto di una definizione troppo ampia di Terzo settore (o economia sociale, settore sociale)7, ma sta di fatto che il segmento di economia che ha implicazioni sociali significative è eterogeneo al suo interno e refrattario alla riconduzione ad una sola logica;
  • di per sé la relazionalità, essendo una caratteristica umana, “conta” anche all’interno di strutture che non rientrano nel Terzo settore: la famiglia e gli allargamenti della stessa – amicizie, gruppi fisici o stabilitisi all’interno di un social network – oltre alle relazioni che si instaurano fra lavoratori di imprese a scopo di lucro, all’interno delle imprese stesse, o fra imprenditori. Di fatto la maggiore o minore “qualità del lavoro” in imprese tradizionali è in buona parte dipendente dal fatto che l’ambiente permetta o meno di stabilire rapporti personali e professionali significativi: “beni relazionali” par excellence … che sono evidentemente prodotti/fruiti in quelle imprese.

In sostanza mi pare che le relazioni si instaurino, e i “beni relazionali” si scambino, in una varietà di contesti; e che il Terzo settore ne possa essere un locus privilegiato – comunque, non unico – nella sua parte “civile”, ma non per forza in quella a maggior rilevanza economica.

Mi sembra inoltre che quella definizione “perda” una dimensione del Terzo settore che invece considero importante: quella di locus di inclusione finanziaria, economica e sociale. Il fine è consentire l’accesso ad alcuni beni e servizi (e anche, certo, interazioni sociali) a chi non potrebbe permetterseli nel mercato e che non ha significative possibilità di riceverli per via redistributiva dal settore pubblico: per esempio, perché quest’ultimo è limitato nei mezzi, perché chi è deprivato non vi accede per ignoranza o per preferenza, o perché il settore pubblico non ha potuto o voluto intercettare le esigenze, se nuove o minoritarie8. La mission di un ambulatorio sociale, per esempio, non è primariamente quella di sviluppare relazionalità (anche se è una buona idea perseguirla in via collaterale): il punto è far accedere a servizi di diagnosi e cura chi altrimenti non se li potrebbe permettere, né li potrebbe ricevere dal settore pubblico alle stesse condizioni accessorie, come lunghezza dell’attesa, qualità della prestazione e simili.

In sintesi, c’è una razionalizzazione complicata dell’attività del settore sociale basata sui beni relazionali, che però non lo identifica univocamente perché vari beni di quel tipo si scambiano fuori dal settore e non tutto il settore li produce (o non più dei comparti equivalenti). E c’è un concetto più semplice di inclusione, correlato al primo ma che fa, a mio parere, un miglior lavoro descrittivo: credo che il “rasoio di Occam” mi giustifichi nell’impiegare più volentieri il secondo che il primo.

 

Social vs interattivo

La locuzione “economia sociale” sta tuttavia dando luogo a una confusione terminologica, che riguarda le res novae della tecnologia 2.0 e successiva, la cui “socialità” va analizzata e discussa. In altre parole: c’è differenza di significato fra il termine “sociale” applicato a cooperative/imprese sociali, e quello dei social network o della sharing economy. Molte nuove tendenze e tecnologie fanno perno su qualche genere di interazione sociale, generalmente intermediata da una piattaforma tecnologica. Questo paragrafo analizza le diversità tra queste e l’economia sociale tradizionale.

C’è un tema sottostante, che possiamo identificare come una distorsione semantica. Riproduco qui un segmento di Paul Romer (2015), riferito al termine sharing, condivisione9:

La parola “condividere” è oggi usata in due significati molto diversi. Alcune persone possono condividere (= viaggiare insieme in) un minibus. Oppure, alcune persone possono condividere (= usare a turno) un’auto in affitto. Il primo uso è quello tradizionale. Il secondo è emerso dal battage pubblicitario sulla “sharing economy.” Non è emerso alcun consenso su due semplici parole che potremmo utilizzare, al posto di “condividere”, per trasmettere questi due diversi significati. (Monogamia seriale versus poligamia, va bene per ridere).

Sundararajan (2016, p.27) cita e commenta il blog post da cui è tratta la citazione, che sintetizza come “stiamo perdendo un buon verbo [to share]”; e aggiunge: “Concordo. Come abbiamo perso un buon aggettivo quando sono emerse le piattaforme di social media […]). Questa è esattamente la confusione semantica – o forse il deliberato artificio retorico – che intendevo, e che si applica sia alla sharing economy che ai social network. Ma andiamo per ordine.

 

Tecnologie nuove: quanto c’è di “sociale”?

Innanzitutto, nonostante molta retorica, non tutti gli sviluppi tecnologici recenti e con grandi promesse per il futuro hanno un aspetto sociale o anche solo interattivo. Alcuni esempi di tecnologie eccitanti e in qualche caso disruptive, ma a-sociali, sono10:

  • le tecnologie che afferiscono alla robotica;
  • quelle che afferiscono alla genomica;
  • le nanotecnologie in genere;
  • la stampa tridimensionale;
  • le tecnologie green.

Quest’ultima categoria, in cui comprendo anche le attività della cosiddetta economia circolare, ha sicuramente un potenziale economico e di impatto ambientale, ma dal punto di vista strettamente sociale è essenzialmente priva di significato.

Per giustificare quanto appena detto, forse è meglio fermarsi un attimo a riflettere sul carattere “sociale” delle tecnologie, prima di entrare in aree dove c’è più confusione. Innanzitutto, ogni tecnologia nuova e di successo avrà effetti sociali11; ma non per questo chiameremo “sociali” tutte le tecnologie. La robotica potrà avere effetti sociali anche grandi – come quelli legati all’occupazione – ma credo che di per sé sia “a-sociale” nel senso che i suoi elementi non fanno un uso costitutivo dell’interazione fra esseri umani né si prefiggono la loro maggior felicità. La sua applicazione economica, senza dubbio, sarà un fatto sociale, che potrebbe anche retroagire su di essa; ma in prima battuta quella tecnologia non mi pare social.

Ho chiamato a-sociale anche il settore green. L’impatto ambientale è spesso incluso insieme a quello sociale nelle discussioni sull’economia o sull’investimento “responsabile”: ne è prova la sigla ESG, environmental-social-governance, che esplicita i criteri di responsabilità nella selezione di titoli e asset class. Ma i tre criteri sono distinti fra loro. L’impatto sociale ha a che fare con un miglioramento della vita degli individui; quello ambientale include questo effetto indirettamente e, nella gran parte dei casi, solo nel lungo periodo, mentre nel breve e medio mira fondamentalmente a non dissipare il patrimonio ambientale. Una governance ben strutturata mira a stabilire regole che evitino comportamenti opportunistici o irrazionali. Tutti e tre i criteri puntano a conferire robustezza all’istituzione-impresa con un insieme di condizioni – complementari tra loro, ma distinte – che ne legittimano e facilitano l’operare12.

La a-socialità di molte nuove tecnologie ha quindi due facce. Una è strutturale: si tratta di fenomeni che non richiedono né semplici interazioni fra persone, né uno scopo sociale. L’altra è più sfumata: l’aggettivo “sociale” si è esteso un po’ troppo e ha finito per inglobare aspetti – come quelli ambientali, culturali, o religiosi – che benché abbiano ovvi impatti sulla vita delle persone (quindi: siano sociali), hanno anche una natura diversa; e non sempre producono quegli impatti intenzionalmente.

Marco Ratti Intesa Sanpaolo - Banca Prossima