10  DICEMBRE 2017
 
Spazi fuori dal comune. Rigenerare, includere, innovare

Spazi fuori dal comune. Rigenerare, includere, innovare

È un libro originale “Spazi fuori dal comune”, prima ancora che per i temi trattati, soprattutto per l’impostazione editoriale che risente della biografia dell’autrice. Elena Ostanel è una ricercatrice applicata con competenze analitiche e interpretative che derivano sia dalla letteratura scientifica – in particolare quella relativa alla rigenerazione urbana e all’innovazione sociale – sia dall’esperienza come attivista e amministratrice locale. Un profilo da “imprenditrice pubblica” che, come ricorda Elinor Ostrom, “lavora a stretto contatto con i cittadini trovando nuovi modi di mettere insieme i servizi, attraverso un mix di talenti e risorse locali”. Questa combinazione si riflette, inevitabilmente, sul piano dell’opera, dove si mescolano domande di ricerca che alimentano percorsi di indagine in fieri e, al tempo stesso, casi studio ormai maturi, ad iniziare dall’Urban Living Lab di piazza Gasparotto a Padova dove l’autrice è direttamente coinvolta. Per certi versi il libro è impostato, esso stesso, come un’innovazione sociale, in quanto ricompone, secondo schemi inediti, le relazioni che si stabiliscono tra mondi tendenzialmente separati: attori e oggetti di ricerca, modelli teorici astratti e conoscenze emergenti dove i practitioners (in particolare le comunità di pratiche) giocano un ruolo chiave. Una ricerca, quindi, che alimenta direttamente, anche in modo ambivalente, i processi che osserva, giocando un ruolo di “innesco” (trigger) in chiave di policy, come ricordato in un recente rapporto della Commissione Europea.

Quali sono i punti di forza e di debolezza di questa impostazione sui generis? Rispetto ai primi, certamente l’aver saputo saldare in modo convincente il rapporto tra rigenerazione urbana e innovazione sociale. Un filone di studio e intervento – al centro dell’attenzione ormai da quasi un decennio, in particolare grazie ai lavori di ricercatori come Frank Moulaert – che nella review della letteratura della prima parte del libro (inframezzata da esperienze di base) trova ulteriore conferma, dimostrando che l’approccio context dependent è il più consistente nell’interpretare e interrogare i principali topic relativi alla social innovation: i processi di “community making” artificiali, i modelli di scaling di esperienze estremamente localizzate e soprattutto i meccanismi di “apprendimento istituzionale” che contribuiscono a cambiare le regole del gioco a livello di design e implementazione delle politiche. Tra i punti di debolezza si possono invece individuare alcuni riduzionismi nel trattare i concetti base intorno ai quali si compone il framework interpretativo. Ad esempio, il modo in cui si approccia la dimensione istituzionale e in particolare l’attributo, cruciale nei processi di rigenerazione, della publicness. L’impressione, infatti, è che i rimandi (non sempre svelati invero) siano verso una “sfera pubblica” monopolizzata da “organizzazioni pubbliche” con un ruolo forte, se non nella gestione, certamente nel farsi garanti dell’effettivo perseguimento di finalità di interesse generale dei processi e degli attori della rigenerazione urbana che si collocano lungo lo stream della social innovation. E, d’altro canto, gli elementi di criticità e di inversione dei fini che invece minerebbero i modelli aperti e inclusivi (e quindi autenticamente pubblici) della rigenerazione sociale vengono ricondotti soprattutto a deviazioni nelle esperienze bottom up. In primo luogo sottovalutando (forse) la presenza degli stessi effetti nel campo della Pubblica Amministrazione (come ad esempio la dipendenza dal percorso rispetto alle preferenze dell’elettore mediano, ben visibile nelle scelte di politica anche da parte di enti locali). In secondo luogo non valorizzando adeguatamente gli elementi di apprendimento istituzionale che riguardano organizzazioni private “a movente pubblico” – come quelle del terzo settore e dell’imprenditoria sociale – che ormai da qualche decennio cercano di infrastrutturare processi di innovazione dal basso attraverso modelli organizzativi che abilitano anche la coproduzione (e non solo la prestazione di servizi pubblici in outsourcing) e assetti di governance che misurano la loro efficacia in senso multi-attoriale (oltre che come rappresentanza di uno stakeholder dominante, lavoratori o utenti che siano).

Si tratta naturalmente di un percorso ad ostacoli e tutt’altro che compiuto negli esiti, ma comunque “generativo” in termini di possibili apprendimenti che la ricerca promossa dall’autrice potrà contribuire a catturare ed arricchire, in uno scenario contraddistinto da una amplificazione sia dei vincoli che delle opportunità delle processualità di innovazione sociale legate alla rigenerazione di luoghi “in stato di bisogno”. In questo campo sarebbe particolarmente interessante approfondire il ruolo di un attore controverso, eppure cruciale, come la finanza. Già in alcuni dei casi proposti – ad esempio la Polveriera di Reggio Emilia e le Case del Quartiere di Torino – si può notare un profilo di investment readiness, guardando sia a soggetti istituzionali che informali (cittadini e gruppi), in particolare per quanto riguarda la propensione “venture”, ovvero l’apporto di capitale di rischio a sostegno di investimenti attraverso veicoli diversi: dalle piattaforme di equity crowdfunding ai venture capitalist sociali, passando dai business angels che fanno brokeraggio rispetto a investitori locali. Allo stesso tempo si pone la necessità di ricombinare le risorse finanziarie con leva di natura donativa, anche in questo caso intermediata da attori filantropici piuttosto che apportate da cittadini e “crowd” di scopo. Un impegno legato non solo a esigenze immediate di sostenibilità dei progetti, ma ad una più vasta opzione di politica che vede nell’economia un veicolo per realizzare quegli obiettivi di giustizia sociale e spaziale citati nella pubblicazione come elementi cardine di missione.

Elena Ostanel (2017), Spazi fuori dal comune. Rigenerare, includere, innovare, Franco Angeli, Milano.

Flaviano Zandonai Iris Network