SETTEMBRE 2017
 

Risultati della ricerca

Come primo punto vengono analizzate le motivazioni alla base della fondazione di una cooperativa sociale. Tutti i presidenti intervistati hanno collaborato con gli altri soci per la creazione dell’organizzazione: a questo proposito è stato interessante approfondire il modo in cui si è giunti alla decisione di creare una cooperativa sociale. In particolare, sono state presentate otto possibili risposte (pur potendo proporre “altro” nella categoria residuale), con possibilità di scegliere più di un’opzione (Tabella 3).

tab03Tabella 3. Motivazioni personali

La maggior parte delle risposte scelte sono legate a “motivazioni relazionali e altruistiche”: quasi l’intero campione ha dichiarato di aver deciso di istituire la cooperativa per motivi sociali (7 su 8) e per offrire opportunità di lavoro ad altre persone (6 su 8). Sorprendentemente, non c’è alcuna connessione con esperienze di lavoro precedenti sia in termini di carriera (“difficoltà ad avere una carriera soddisfacente nel lavoro precedente”), esperienze negative (“casi di discriminazione nei precedenti posti di lavoro”) e successo professionale: nessuno, infatti, ha scelto queste opzioni come motivazioni legate alla fondazione della cooperativa. Ci sono anche ragioni marginali legate alla difficoltà di trovare un lavoro (1 su 8), alla necessità di trovare un equilibrio tra il lavoro e la vita familiare (2 su 8) e la presenza di un ambiente meno competitivo (1 su 8). Due intervistate hanno anche aggiunto motivazioni personali, legate alla propria esperienza di vita: la prima ha indicato la presenza di una persona disabile come membro della famiglia, l’altra la passione per il territorio.

Per quanto riguarda il sostegno familiare e delle istituzioni, tutti gli intervistati hanno dichiarato il ruolo centrale della famiglia nello sviluppo della propria attività, in termini di risorse finanziarie fornite direttamente per la fondazione della cooperativa (5 su 8), di collaborazione per l’organizzazione familiare (3 su 8) e di partecipazione attiva alla cooperativa e ai suoi eventi (3 su 8). Non tutte le organizzazioni hanno ricevuto contributi pubblici e fondi per la costituzione (solo 5 su 8), mentre 2 intervistati hanno dichiarato la presenza del sostegno pubblico per le loro iniziative. E vari sono i sostegni finanziari forniti dalle istituzioni sia nazionali che locali: incentivi locali per le assunzioni, fondi regionali, fondi nazionali e fondi specifici per le iniziative imprenditoriali femminili.

Il contesto culturale è considerato un elemento negativo: quasi tutte le risposte (7 su 8) alla domanda “Esiste una visione stereotipata delle donne nel contesto imprenditoriale? Perché?” sono positive e le motivazioni sono spesso legate alla visione tradizionale del ruolo femminile. Una donna, infatti, ha scritto: “In generale, c’è ancora una tendenza a considerare una donna solo come madre e casalinga”, e un’altra: “Ogni donna è ancora rappresentata solo come madre, moglie e amante [...], basta pensare alle campagne pubblicitarie o ai talk show dove le donne imprenditrici sono considerati solo una rarità da mostrare”. Gli atteggiamenti imprenditoriali e di lavoro sono considerati un’altra fonte di discriminazione: “C’è una visione stereotipata perché le persone tendono a favorire gli uomini nella carriera lavorativa”, e ancora: “Le donne lottano molto per essere riconosciute come buoni imprenditori”. È da notare che l’unica donna che ha risposto negativamente alla domanda, spiegando le motivazioni della sua risposta, ha scritto: “Le donne sono naturalmente diverse dagli uomini, questo non è uno stereotipo ma un fatto [...], purtroppo è necessario diventare un uomo per entrare nel mercato del lavoro”.

Anche per la domanda sui principali ostacoli, è stata preferita una struttura a scelta multipla, con la possibilità di scegliere più di una risposta (Tabella 4).

tab04Tabella 4. Principali ostacoli

In accordo con alcune risposte precedenti, i principali ostacoli riguardano la difficoltà di accesso alle risorse finanziarie (5 su 8) e motivazioni legate alla crisi economica (6 su 8). Questi elementi sono in alcuni casi considerati in stretta connessione alla mancanza di sostegno da parte delle istituzioni (4 su 8) e di organizzazioni di rappresentanza e di altre cooperative sociali (3 su 8). Non sorprende che non sia stata considerato un vincolo la famiglia (0 su 8) o la necessità di trovare un equilibrio tra lavoro e vita familiare (1 su 8), mentre la visione stereotipata del ruolo delle donne resta per qualcuno un problema (3 Su 8). Una intervistata, utilizzando la risposta aperta, ha sostenuto che un’altra difficoltà è legata all’alto livello di burocrazia e tasse.

Non tutte le persone intervistate ritengono che il settore non profit possa rappresentare un’occasione per l’imprenditoria femminile. Solo 5 donne hanno risposto positivamente alla domanda “Il settore non profit offre migliori opportunità di lavoro per le donne? Perché?”. In particolare, secondo alcune intervistate, la prerogativa del terzo settore è quella di valorizzare le attitudini femminili: “Il settore senza scopo di lucro dà alle donne la possibilità di utilizzare la creatività e l’immaginazione, le caratteristiche tipiche femminili”, oppure, “Abbiamo più opportunità che nel mercato tradizionale anche perché l’attività svolta da una cooperativa sociale tipo A è legata a una tradizionale e tipica responsabilità femminile: l’attività di cura e di assistenza”. D’altra parte, chi non ha riconosciuto differenze specifiche tra settore profit e non profit, ha sostenuto che “le organizzazioni non profit hanno gli stessi problemi delle imprese tradizionali: il punto centrale è quello di sostenere tutte le iniziative imprenditoriali”.

Infine, l’ultima parte delle domande era legata all’eventuale influenza tra la condizione femminile del presidente e il suo ruolo istituzionale, la relazione con i dipendenti e l’implicazione sull’attività svolta dalla cooperativa (Tabella 5).

tab05Tabella 5. Influenza di genere

Mentre in relazione al ruolo istituzionale del presidente, alcuni intervistati hanno riconosciuto un certo grado di influenza con il fatto di essere donna, questa connessione è praticamente assente per gli altri due elementi (dipendenti e attività).

Nonostante le precedenti risposte, va notato tuttavia che in quasi tutte le cooperative del campione (7 su 8) sono previste forme di lavoro flessibile (Tabella 6). L’unica che non prevede nessun tipo di flessibilità è una cooperativa di tipo B che si occupa di inserimento lavorativo di detenute, per le quali queste tipologie di contratti non sono applicabili.

tab06Tabella 6. Presenza e tipologia di contratti di lavoro flessibili

 

Discussione dei risultati

I risultati presentati in questo lavoro evidenziano il ruolo fondamentale, in termini di percezioni e attività, dei pilastri istituzionali di Scott e dell’inclusione delle donne nell’imprenditoria sociale. Inoltre, da un punto di vista più ampio, questa ricerca contribuisce al recente dibattito, nella letteratura sull’imprenditorialità di genere, sull’utilità di un approccio multilivello nell’analisi context-specific delle iniziative imprenditoriali (de Bruin et al., 2007; Brush et al., 2009; Jamali, 2009; Welter, 2010; Jennings, Brush, 2013).

In particolare, per quanto riguarda le motivazioni personali e il riconoscimento delle opportunità, i risultati mostrano la presenza di stimoli relazionali e altruistici come ragioni primarie nella creazione di una cooperativa sociale, mentre non sembra esserci relazione con la precedente esperienza lavorativa, in termini di carriera, disoccupazione professionale o successo professionale. Ciò è confermato anche dal fatto che la maggior parte delle intervistate non ha esperienza lavorativa precedente come operatore sociale.

La preminenza delle motivazioni sociali dietro la costituzione di una cooperativa sociale è coerente con studi precedenti (Hechavarria et al., 2012; Nicolás, Rubio, 2016; Themudo, 2009) che sottolineano la propensione femminile verso attività legate alla creazione di valore sociale e ambientale. È però da notare che questo atteggiamento sembra non svilupparsi per tutte “nel tempo” e in “modo professionale” (la maggioranza delle intervistate non possiede precedenti esperienze di lavoro nel settore non profit), ma sembra emergere in un certo momento della loro vita (quasi tutte le donne hanno più di 40 anni) dopo una lunga e diversa carriera lavorativa.

È confermato il ruolo centrale della famiglia nella creazione e/o nello sviluppo della cooperativa, attraverso diverse modalità, anche se il primo rimane il sostegno finanziario. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, si conferma anche la varietà di finanziamenti utilizzati (Shaw, Carter, 2007), anche se la maggior parte delle intervistate sottolinea l’assenza di sostegni da parte delle istituzioni (soprattutto quelle locali) e segnala una difficoltà di accesso a strumenti finanziari.

Dal punto di vista socio-culturale, i risultati confermano la persistenza di una visione stereotipata delle donne, anche se in un settore più women- oriented, che probabilmente per questo motivo non viene considerato un luogo con migliori opportunità per l’imprenditoria femminile. Quasi tutte le intervistate hanno evidenziato una “discriminazione imprenditoriale” che, a partire da luoghi comuni più diffusi sul ruolo delle donne nella società (madri, amanti, casalinghe, ecc.), influenza profondamente la visione di una donna come un buon imprenditore, anche imprenditore sociale.

Quello che invece rappresenta plausibilmente un contributo originale del lavoro è l’accento posto sulla figura dell’imprenditore sociale donna e sulle dinamiche degli “ambienti” in cui opera, attraverso l’analisi di un singolo Paese che ha permesso di evidenziare alcune caratteristiche context-specific.

Un altro possibile punto di interesse è il risultato legato alla relazione tra il genere del presidente e le caratteristiche organizzative della cooperativa sociale. Sostanzialmente nessuna delle rispondenti ritiene che la sua condizione abbia influenza sull’attività svolta dall’organizzazione o dai dipendenti, mentre chi ha riconosciuto un certo grado di influenza con il ruolo istituzionale ha indicato una relazione negativa, probabilmente legata alla visione stereotipata delle genere femminile. Per quanto riguarda il rapporto con i dipendenti, è significativa la presenza di molte forme di lavoro flessibili e ciò conferma la presenza più diffusa, nel terzo settore, dei benefit family-friendly (Conry, McDonald, 1994; Lanfranchi, Narcy, 2015; Mirvis, 1992).

 

Riflessioni conclusive e possibili sviluppi della ricerca

Negli ultimi tempi è cresciuto l’interesse per il fenomeno dell’imprenditoria femminile nel terzo settore. Vari studi si sono focalizzati sul ruolo delle donne nello sviluppo di iniziative di imprenditoria sociale anche in relazione alle caratteristiche della controparte maschile. L’obiettivo del presente paper è stato quello di contribuire al dibattito attraverso un’analisi country-specific di alcune cooperative sociali femminili italiane, all’interno del framework istituzionale e di un disegno di ricerca multilivello. Il purposeful sample ha riguardato 8 organizzazioni, con prevalenze di soci donne e una donna nel ruolo di presidente; sebbene un’analisi con pochi casi limiti la possibilità di effettuare generalizzazioni, si ritiene che lo studio possa contribuire al più ampio dibattito sul ruolo e sull’impegno femminile nel campo dell’imprenditoria sociale.

I risultati hanno evidenziato innanzitutto il significato e l’importanza del contesto sociale, istituzionale e culturale nell’imprenditoria sociale femminile e hanno approfondito il ruolo della percezione personale nella costituzione e nello sviluppo di un’iniziativa imprenditoriale sociale.

Risulta chiaro che le donne continuano a fronteggiare molti ostacoli in termini di risorse e opportunità, soprattutto a causa di un contesto socio-culturale sfavorevole e di una mancanza di supporto istituzionale. Questi problemi sono, in primo luogo, superati dal ruolo centrale della famiglia, da una attitudine creativa e da una elevata laboriosità delle persone coinvolte, fortemente motivate e orientate ad attività di natura sociale e ambientale.

Questi risultati suggeriscono ulteriori ricerche sull’impatto del genere nell’imprenditorialità sociale, in particolare con l’obiettivo di estendere i confini dell’analisi ad altre organizzazioni sociali femminili e in altri Paesi.

Francesca Picciaia Università degli Studi di Perugia