SETTEMBRE 2017
 
Quanto sono plurali le imprese sociali?

Quanto sono plurali le imprese sociali?

Abstract

Il ‘900 è stato il secolo segnato dalle dicotomie. La principale dicotomia in campo socio-economico ha riguardato la relazione fra Stato e Mercato, che rifletteva un quadro geopolitico segnato da una parte del pianeta in cui prevaleva la logica di Mercato (ovest), una parte del pianeta in cui si è a lungo sperimentato un modello in cui lo Stato avesse una significativa prevalenza (est) e un continente, l’Europa, che ha ricercato una terza via di equilibrio. Tale via ha preso le forme della social democrazia per ciò che attiene il dibattito politico e si è concretizzata con la progressiva introduzione di logiche di welfare state quale modalità di redistribuzione del valore e bilanciamento delle dinamiche sociali. Tale equilibrio si fonda su una complessa rete di relazioni e scambi fra i 3 principali attori del sistema socio economico: lo Sato, le imprese for profit e le organizzazioni della società civile. La capacità di conseguire profitto da parte delle imprese, infatti, ha rappresentato (e in larga parte ancora rappresenta) il meccanismo di generazione del valore da cui da un lato lo Stato, attraverso la tassazione, recuperava le risorse per attuare politiche redistributive attraverso il welfare state, dall’altro la società, attraverso il lavoro, veniva coinvolta nei processi produttivi acquisendo un reddito legato al proprio profilo professionale. La crisi del 2007-2008 ha generato un forte calo della capacità di profitto (in particolare per le società non finanziarie) e ciò ha creato una spirale negativa che ha contagiato gli altri settori: la quota di valore prelevato dallo Stato con la tassazione si è ridotto, alterando i saldi di finanza pubblica e facendo lievitare i debiti pubblici; ciò ha ridimensionato la capacità del welfare di redistribuire valore attraverso politiche e servizi pubblici, e ciò si è scontrato con la crescita della domanda di assistenza, tutela e servizi sociali; allo stesso tempo si è ridotta la quota di società coinvolta nel processi produttivi delle imprese attraverso il lavoro e ciò ha prodotto un ulteriore riverbero di domanda di ammortizzatori sociali e sussidi di disoccupazione verso lo Stato. Tale spirale ha spinto l’OECD a pubblicare la raccomandazione del “to do more with less” (OECD, 2010), puntando sul potenziale incremento di efficacia ed efficienza del settore pubblico per ridurre il gap fra domanda e offerta di beni e servizi pubblici. Tale impostazione pare non essere stata sufficiente, e in assenza di risposte efficaci da parte dei governi si è assistito a diversi tentativi, alcuni molto sperimentali, di auto-produzione e auto-organizzazione da parte dei cittadini, che, attraverso l’istituzione o il rafforzamento delle organizzazioni della società civile hanno tentato di praticare resilienza e di proporre nuovi modelli di welfare.

Di prossima pubblicazione: settembre-ottobre 2017

Luigi Corvo Università di Roma “Tor Vergata”

Lavinia Pastore Università di Roma “Tor Vergata”

Andrea Sonaglioni Università di Roma “Tor Vergata”