DICEMBRE 2016
 
Le istituzioni nonprofit in Italia. Dieci anni dopo

Le istituzioni nonprofit in Italia. Dieci anni dopo

In nessun campo dello sterminato mondo della conoscenza umana ci si può sedere sugli allori e pensare che sia sufficiente aver assimilato i cosiddetti “fondamentali” ed essersi costruiti una rappresentazione corretta della situazione reale – come appare in quel certo momento storico – per potere proporre riflessioni e indicazioni di policy come se il tempo non modificasse lo status quo. Per il segmento delle istituzioni non profit della società contemporanea, per quella parte di universo di organizzazioni di terzo settore che si trova nel nostro Paese, questa considerazione è ancora più vera. Il libro curato da Gianpaolo Barbetta, Giulio Ecchia e Nereo Zamaro lo dimostra in modo inoppugnabile: l’universo di istituzioni non per il profitto, alla luce degli ultimi dati del Censimento dell’Istat, ha subito un’evoluzione tale (rispetto a ciò che emergeva nel passato) che chi continua a studiare il fenomeno, o ad esserne protagonista attivo, deve prendere consapevolezza che ci troviamo di fronte ad una realtà significativamente diversa rispetto a quindici anni fa; solo così si potrà riuscire a interpretarne il ruolo economico, sociale e politico e favorirne un corretto sviluppo a servizio del Paese.

Ma procediamo con ordine. Il libro intende fornire una presentazione del non profit italiano [d’ora in poi sarebbe meglio mettersi d’accordo sul termine terzo settore, che il legislatore ha scelto nella riforma recente, ma non sarà facile farlo, visto che l’Istat ha già da tempo adottato la dizione istituzioni non profit e continuerà per un po’ ad usarla] a partire dai dati del Censimento del 2011 e cogliere le evoluzioni che sono intervenute nel decennio 2001-2011. Certo, dal 2011 ad oggi la situazione è ulteriormente cambiata, ma le traiettorie di fondo (anche di questi recenti sviluppi) sono ben delineate, a mio parere, nel testo. Certo gli aggiornamenti, d’ora in poi, occorrerà farli presto, anche perché sia l’evoluzione della società italiana, sia le modifiche legislative hanno portato e porteranno rapidi cambiamenti.

Gli autori trattano ovviamente della crescita quantitativa del fenomeno, sia in termini di numero di organizzazioni, che di dimensioni dell’occupazione e di contributo al PIL (si vedano a tal proposito le parti curate da Barbetta, Lorenzini e Mancini; Barbetta, Canino, Cima e Varrecchia; Segre e Zamaro; Stoppiello e Nicosia). Viene però affrontato, da vari punti di vista, anche il tema del nuovo protagonismo delle organizzazioni del terzo settore; la nuova consapevolezza di un ruolo fondamentale rispetto alla partecipazione civica (Cotturri); il nuovo protagonismo nei settori della cultura e della tutela dell’ambiente, che va ad aggiungersi alla presenza significativa, registrata già in passato, nel settore della sanità e delle politiche sociali (De Francesco, Della Queva e Orsini; D’Autilia); l’affermarsi, in modo assai più chiaro che nel decennio precedente, di un rilevante ruolo economico che ha visto finalmente diffondersi in modo esteso e significativo i concetti e le pratiche della economia sociale e dell’impresa sociale (Rago; Borzaga, Calzaroni e Lori; Borzaga, Chiarini, Carpita e Lori).

Se devo indicare le principali linee di movimento del non profit italiano che emergono dalla lettura del volume e che ulteriori indagini e studi di campo dovranno aiutarci a comprendere e ben orientare, farei riferimento ai seguenti aspetti.

1. Ampliamento del peso di settori di intervento diversi dai tradizionali (assistenza e sanità). Ciò indica, tra l’altro, una modifica del DNA delle organizzazioni che sempre più spesso hanno nel “bello”, oltre che nel “giusto”, il valore trainante del proprio agire (De Francesco, Della Queva e Orsini, per la diffusione delle istituzioni non profit nel settore dei beni culturali e ambientali; D’Autilia, sulle istituzioni non profit e la tutela dell’ambiente). Si tratta di una prospettiva nuova e diversa, complementare e non sostitutiva, dalla quale possono senz’altro derivare contributi innovativi alla ricostruzione del tessuto sociale e culturale, prima ancora che economico, del nostro Paese; un Paese che assai spesso esibisce frammentazioni, rivalità ed egoismi che non aiutano il vivere civile e dei quali il non profit si può far carico in modo assai più efficiente ed efficace di quanto non possa fare la politica tradizionale.

2. Crescente impegno ad affrontare in modo più strutturato i problemi di cui ci si vuole occupare. Sia una maggiore strutturazione di molte organizzazioni, sia il percorso verso una imprenditorializzazione (brutta parola, ma rende l’idea) del terzo settore (di cui dirò anche nel punto 3), sia una nuova attenzione alle problematiche della cittadinanza attiva, mostrano il farsi strada di una consapevolezza, maggiore che in passato, della necessità che gli organismi del non profit si muovano con più attenzione sul terreno di una azione meno volontaristica (che non vuol dire, si badi bene, che conta meno sulle forze dell’azione volontaria) e più efficace, più attenta al raggiungimento di obiettivi chiaramente individuati. D’altra parte il dibattito sulla valutazione di impatto – che ha ricevuto un vero e proprio boom di attenzione negli ultimi tempi e che nella parte curata da Barbetta, Ecchia e Zamaro è affrontato in modo attento e interessante, così come nel saggio di Bassi, Lori e Vannini – testimonia l’urgenza di rendere conto in modo più adeguato degli effetti di ciò che ci si propone di realizzare.

3. Crescente ruolo dell’impresa sociale. La cooperazione sociale ha giocato, almeno dal 1991 in poi, un ruolo rilevante nello sviluppo del terzo settore e nella sua affermazione sulla scena della vita sociale e politica italiana; è chiaro, però, che gli spazi per la crescita e l’espansione dell’imprenditorialità sociale e dell’impresa sociale (e quindi dell’economia sociale) sono potenzialmente ancora molto ampi, sia in ragione della crisi dei modelli tradizionali di impresa, sia per le interessanti prospettive che le nuove tecnologie offrono alla crescita di questo tipo di realtà, una crescita che coniuga l’efficienza organizzativa dell’impresa con il perseguimento di obiettivi diversi dal self-interest degli shareholders e socialmente rilevanti. Per entrambe le ragioni – come ben evidenziano gli ultimi saggi del volume dedicati all’analisi dell’evoluzione dell’impresa sociale tra il 2001 e il 2011 – il modello, se adeguatamente incentivato e protetto da una legislazione congrua, potrà affermarsi in nuovi settori e consolidare la sua presenza in quelli dove è da sempre presente, aiutando a elevare i livelli di occupazione e di benessere della popolazione.

Un libro, dunque, Le Istituzioni non profit in Italia, ricco di dati, di analisi e di spunti di riflessione sia per gli studiosi, sia per chi vuole agire nel terzo settore e con il terzo settore, avendo una consapevolezza più aggiornata ed adeguata delle proprie potenzialità.


Gian Paolo Barbetta, Giulio Ecchia, Nereo Zamaro (a cura di) (2016), Le istituzioni nonprofit in Italia. Dieci anni dopo, Il Mulino, Bologna.

Marco Musella Università degli Studi di Napoli "Federico II"