DICEMBRE 2016
 
Le regole del gioco del “platform cooperativism”

Le regole del gioco del “platform cooperativism”

Abstract

Con il nome di platform cooperativism si è sviluppato negli ultimi anni un intenso dibattito sulla proprietà e sulla governance condivise nell’economia online, con l’obiettivo di definire modelli organizzativi ed un intero ecosistema alternativi a quelli delle grandi imprese for profit che controllano la rete prosperando sulla cooperazione tra “pari”. In questo dibattito, il tema della regolazione dei mercati e delle ricadute delle regole giuridiche sulla competitività dei diversi modelli di impresa non ha ricevuto finora adeguata attenzione, soprattutto in Europa. Questo breve scritto intende mostrare come, in una fase storica come quella attuale in cui si stanno definendo le regole del gioco a livello europeo, la risposta alle tante sfide relative alla creazione di un vero “cooperativismo di piattaforma” non possa essere delegata esclusivamente alla capacità di autogoverno delle piattaforme e all’elaborazione di soluzioni organizzative nuove. Al contrario, affinché il modello cooperativo possa affermarsi nell’economia digitale, occorre riconoscere maggiore centralità alle competitive legal strategies e avviare un’adeguata riflessione sulle regole del Mercato Unico, sia in chiave di giustizia che di efficienza.


The term “platform cooperativism” identifies an intense debate on shared ownership and governance of online economy, whose aim is defining organisational models and a whole ecosystem alternative to those of big for-profit enterprises controlling the network, by focusing in particular on peer-to-peer cooperation. In this debate, the theme of markets regulation and of possible repercussions of legal rules on the competitivity of different enterprise models did not gain, until now, adequate attention, especially in Europe. This short essay aims at showing how, in a historical phase as the one we are living in, some game rules have been defined at an European level, the answer to the multiple challenges concerning the creation of a real “platform cooperativism” cannot be delegated exclusively to the self-management capacity of these platform and to the elaboration of new organisational solutions. On the contrary, in order for the cooperative model to assert itself in the digital economy, it is necessary to attribute more importance to “competitive legal strategies” and launch an adequate reflexion on the United Market rules, both on a justice and efficiency level.

 

“Crea tu le regole o il tuo avversario lo farà per te”. Così recita il titolo di uno dei libri più acclamati in tema di strategie competitive, indicando un’alternativa secca: giocare seguendo le regole del proprio rivale o costringerlo a sottostare alle proprie (Shell, 2004). Inutile dire che la seconda soluzione è quella che promette maggiori chance di successo, soprattutto agli albori di modelli economici dalle potenzialità ancora inesplorate. Dalla vittoria di Henry Ford sul brevetto Selden, agli oltre quarant’anni di cause e tribunali di Thomas Edison, fino alle sofisticate strategie di Bill Gates sulle licenze software, un’analisi attenta dei settori chiave dell’economia mostra come ottenere regole favorevoli fin dall’inizio sia l’ingrediente decisivo del successo.

Tutto questo potrebbe sembrare ovvio. Dopotutto le regole creano i mercati, ne definiscono i confini e influenzano scelte e comportamenti fin nei minimi particolari. Ma, forse per una naturale avversione per cause e avvocati o forse perché ci si illude che sia davvero possibile creare un “piano di gioco neutrale” che metta i contendenti in condizioni di parità, secondo il noto mantra “the State should not be picking the winner”, il peso delle competitive legal strategies è spesso sottovalutato.

A questo destino non sembra sottrarsi neppure il dibattito sul platform cooperativism, un’espressione che si è ormai imposta nel dibattito corrente a designare la sperimentazione in atto su proprietà e governance condivise nell’economia online e che propone la definizione di modelli organizzativi alternativi alle grandi imprese for profit che controllano la rete prosperando sulla cooperazione tra “pari”1.

A coloro che seguono la riflessione su questi temi una conclusione così dura potrebbe sembrare ingenerosa. Dopotutto il dibattito si arricchisce ogni giorno di iniziative animate dall’obiettivo di articolare uno strumentario nuovo, tanto teorico quanto pratico, su come progettare piattaforme collaborative che siano autentica espressione di un’economia sociale e solidale: dai modelli organizzativi agli strumenti di decisione, dalle forme di finanziamento alla divisione dei profitti, la riflessione e la sperimentazione sono più vivaci che mai.

Si sviluppano software che facilitano l’assunzione di decisioni di tipo collaborativo (Loomio, Enspiral) e si sperimentano costruzioni giuridiche inedite per facilitare adempimenti fiscali e il rispetto delle normative lavoristiche (FreedomCoop); si elaborano strumenti per l’autogoverno e la creazione di reti e di comunità online (Fairshares) e forme innovative per coordinare l’apporto di capitale e lavoro (MastlY, Timefounder). Avvalendosi di blockchain, si concepiscono strumenti per la creazione di organizzazioni decentralizzate (Backfeed, Comakery) e soluzioni per la creazione di valute locali che riconoscano il valore dell’apporto individuale (Colu).

La sperimentazione è in atto anche sul delicato tema degli strumenti di finanziamento alternativi al capitale di rischio (Purpose Capital, The Working World, Transform Finance, Community Shares) e sui sistemi di pagamento (Fairpay). Mentre da tempo si sviluppano soluzioni in tema di proprietà intellettuale e di privacy in opposizione alle privative tradizionali (dal Copyleft al Copyfair) e alle pratiche invasive delle piattaforme proprietarie2.

Ne risulta un panorama che mostra un’enorme vitalità, ma al contempo tutta la sua fragilità. Una fragilità testimoniata dall’effettiva solidità di molte delle proposte in campo, la maggior parte delle quali in una fase appena iniziale di sperimentazione, e dall’enorme difficoltà di concepire soluzioni inedite per coordinare rischio, proprietà, controllo e profitti, in assenza di modelli di riferimento sperimentati.

Ma soprattutto ciò che emerge è la mancanza di un’elaborazione sui temi della regolazione dei mercati, e sulle ricadute delle regole giuridiche sulla competitività del modello cooperativo, che vada di pari passo con la riflessione in corso sui modelli organizzativi. Usando la distinzione tracciata da Lawrence Lessig – l’autore della celebre formula “il codice è la legge” a proposito degli strumenti di governo della rete – potremmo concludere che il platform cooperativism si occupa molto delle architetture (code) ma poco delle regole giuridiche (Lessig, 1999; 2006).

Eppure le regole del gioco hanno ricadute fondamentali sulla capacità di progettare e realizzare con successo soluzioni alternative per un cooperativismo di piattaforma. Al di là delle difficoltà tecniche, disegnare modelli che incorporino i valori del cooperativismo è possibile solo se chi ci prova non si trovi in una posizione di svantaggio rispetto ai propri competitori. Altrimenti, a che vale ideare sistemi più equi se poi il mercato penalizza chi li mette in pratica?

Probabilmente a causa della sua genesi nordamericana, l’assenza di un dibattito approfondito sulle regole del platform cooperativism è ancora più eclatante in Europa, dove difficilmente la riflessione su questi temi si svolge entro coordinate che tengano nella dovuta considerazione le specificità economiche, culturali e soprattutto giuridiche europee3.

L’avvio di una riflessione adeguata sull’opportunità di politiche originali a partire da queste diversità sarebbe, invece, decisamente auspicabile, tanto più che il processo di creazione delle regole dell’Unione Europea su questi temi è in pieno svolgimento. A giugno scorso la Commissione Europea ha pubblicato una comunicazione sull’economia collaborativa (Commissione Europea, 2016b) e precedentemente un’altra sull’economia di piattaforma (Commissione Europea, 2016a). Nel 2017 arriverà l’attesa decisione della Corte di Giustizia sul caso Uber4, mentre le altre istituzioni comunitarie – Parlamento in testa5 – stanno prendendo posizione (CESE, 2016; Comitato Europeo delle Regioni, 2016).

Cosa vuol dire esattamente avviare un ragionamento sulle regole del platform cooperativism in Europa? La prima e più immediata risposta riguarda un’analisi degli effetti distributivi delle nuove pratiche economiche per comprendere chi vince e chi perde6, attraverso lo studio del loro impatto su classi sociali e aree geografiche diverse, sulla parità di genere e sui rapporti tra lavoro e capitale7. In secondo luogo, investe gli effetti dell’economia digitale sui principi e i valori che orientano le nostre società (Smorto, 2016a), a partire dalla sottoposizione alle logiche di mercato di beni e servizi nuovi (c.d. “commodification”) (Bauwens, 2014; Bergvall-Kåreborn, Howcroft, 2014) e dal peso politico dei big data (Barocas, Selbst, 2016).

Non è solo un problema di giustizia ed equità. In una fase in cui la disciplina su servizi e commercio elettronico – in primis, Direttiva Servizi (2006/123/CE) e Direttiva e-Commerce (2000/31/CE) – e l’intero acquis communautaire sulla tutela dei consumatori sono in discussione8, troppo spesso la riflessione critica sul capitalismo di piattaforma ha puntato il dito sull’iniquità delle nuove forme economiche, lasciando che a condurre la riflessione più tecnica sulla correzione dei fallimenti del mercato e sulla loro regolazione in chiave di efficienza fossero altri. Anche a causa di questa indifferenza, si è spesso ignorata la profonda ridefinizione in atto delle regole del gioco, a partire proprio dal tema dell’auto-regolazione e degli strumenti di correzione dei fallimenti del mercato, alimentando così il rischio che le novità in corso si traducano in una massiccia deregolamentazione (Cohen, Sundararajan, 2015; Koopman et al., 2014; 2015; Baker, 2015; Sundararajan, 2016).

Alla ricerca di soluzioni alle tante sfide del cooperativismo di piattaforma non è possibile rispondere facendo leva sulla sola capacità di autogoverno delle piattaforme. Regole in sintonia con i valori del cooperativismo di piattaforma sono essenziali, tanto per la creazione di politiche pubbliche adeguate, quanto per lo sviluppo di soluzioni organizzative pensate attorno ai principi della co-creazione e della co-gestione. Solo così sarà possibile per le imprese sociali competere ad armi pari sui nuovi mercati e per il decisore pubblico attuare politiche che siano espressione di un’economia sociale di mercato e di un’innovazione davvero portatrice di uno sviluppo sostenibile e inclusivo.

Qualche mese fa dalle colonne dell’inglese The Guardian veniva lanciata, da uno degli iniziatori del platform cooperativism, una proposta di acquisto di Twitter, il popolare social network da tempo in crisi finanziaria. Di fronte alle insistenti voci di vendita e alle preoccupazioni di molti per un possibile acquisto da parte di uno dei soliti colossi online, la campagna #BuyTwitter avanzava l’ipotesi di un’acquisizione della piattaforma ad opera degli stessi utenti e della sua trasformazione in cooperativa. L’iniziativa si è guadagnata un certa attenzione suscitando più di una speranza, ma si è arrestata presto dinanzi alle molte difficoltà concrete, a partire da un prezzo troppo alto da pagare9. E ha mostrato quanto sia difficile canalizzare gli entusiasmi individuali trasformandoli in successi collettivi senza avere alle spalle una notevole solidità finanziaria e strutture organizzative adeguate10.

Quando le cose nella vita reale non vanno come si vorrebbe a volte ci si ribella, altre volte ci si rifugia nella fantasia. L’alternativa è lanciare pietre ai Google bus di San Francisco, simbolo della gentrification e dell’aumento dei prezzi delle case, come nel libro di Douglas Rushkoff che prende spunto da un episodio realmente accaduto nel 2014 (Rushkoff, 2016). Ovvero immaginare un futuro in cui tutte le imprese sono “sociali” e si può essere condannati per “investimento antisociale”11 o in cui Twitter diventa davvero una cooperativa di successo, nasce un nuovo social network cooperativo che conquista quote significative di mercato e Facebook non ha altra alternativa che “democratizzarsi” inserendo nel proprio consiglio d’amministrazione gli stessi utenti (Silberman, 2016).

Se invece vogliamo fare i conti con la realtà, è necessario mettere il tema delle competitive legal strategies al centro del dibattito sul platform cooperativism, incanalando la riflessione entro la cornice dell’Unione Europea proprio nel momento in cui si gioca la partita delle regole. Ed è bene farlo in tempi brevi, altrimenti immaginare il successo del modello cooperativo nell’economia di piattaforma diventa ogni giorno più difficile.

 

Note

1. L’espressione è stata coniata da Trebor Scholz in un articolo del 2014 dal titolo “Platform cooperativism vs. the Sharing Economy” (Scholz, 2014). Trebor Scholz e Nathan Schneider furono inoltre i promotori dell’evento “Platform Cooperativism. The Internet. Ownership. Democracy” tenutosi a New York nel novembre 2015 (che fu definito il “coming-out party” dell’internet cooperativo). Sul tema si veda anche (Scholz, 2016; Scholz, Schneider, 2016). Sui diversi modelli cui l’economia di piattaforma può dar vita si rinvia all’analisi di (Kostakis, Bauwens, 2014).

2. Free software even more important.

3. Una notevole eccezione è stato il workshop organizzato nel dicembre 2016 a Bruxelles da La Coop des Communs dal titolo “Towards a fair sharing economy: The role of cooperative platforms”. 

4. Request for a preliminary ruling from the Juzgado Mercantil No 3 de Barcelona (Spain) 7.8.2015 — Asociación Profesional Élite Taxi v Uber Systems Spain, S.L. (Case C-434/15). 

5. Si veda in particolare: Draft Report on a European Agenda on the Collaborative Economy, Rapporteur Nicola Danti, COM(2016)0356 – (2016/0000(INI)), Committee on the Internal Market and Consumer Protection. Il Progetto sarà discusso in Commissione mercato interno e tutela dei consumatori (IMCO) e votato dalla plenaria del Parlamento Europeo nella prima metà del 2017.

6. Fraiberger e Sundararajan affermano, ad esempio, che la sharing economy favorisce soprattutto le fasce di consumatori con i redditi più bassi (Fraiberger, Sundararajan, 2015). Sul tema si veda anche l’esperimento condotto da Dillahunt e Malone (2015). Di segno opposto le considerazioni di Mirani (2014) e Reich (2015). Sulla questione di genere si veda (Schoenbaum, 2016; Iosub et al., 2014).

7. Sul tema si segnalano le ricerche condotte al Civic Media - Collaborative Design Studio del MIT e al Gruppo Dimmons dell’Universitat Oberta de Catalunya. Nel tentativo di stabilire forme di co-creazione di piattaforme collaborative che riportino al centro dell’attenzione i soggetti tradizionalmente marginalizzati da questo genere di processi emergono tentativi interessanti, come quello di Contratados, una piattaforma online che riprende il mercato dei lavori più umili lungo la frontiera tra Messico e Stati Uniti per creare un mercato del lavoro più trasparente e soprattutto equo, consentendo ad esempio ai lavoratori di descrivere la propria esperienza sul sito, “valutando” il datore di lavoro.

8. Per un’analisi più approfondita dell’impatto della sharing economy sulla disciplina comunitaria: (Smorto, 2016b).

9. Con 317 milioni di utenti e una capitalizzazione di 13,13 miliardi di dollari (dicembre 2016), convertire Twitter in una cooperativa di proprietà degli utenti costerebbe 42,09 dollari a utente.

10. In realtà, anche se il progetto di acquisto di Twitter è stato ormai messo da parte, la discussione sulla possibile acquisizione e trasformazione di piattaforme esistenti (es. Medium) è ancora in corso su Loomio e su altri network.

11. Si veda il romanzo “The Dragons’ Apprentice: a social enterprise novel” di Rory Ridley-Duff.

 

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Guido Smorto Università degli Studi di Palermo