11  NOVEMBRE 2018
 

Tipologie di cooperazione di consumo

I dati sin qui riportati sembrano quindi descrivere un universo eterogeneo di cooperative di consumo, non solo per il numero di soci o la dislocazione territoriale, ma anche per le politiche adottate e il riconoscimento della propria funzione sociale, con realtà che dichiarano una mission in cui lo stakeholder prevalente è la comunità e altre che dimostrano capacità di coinvolgere e ascoltare i bisogni della comunità.

Al fine di comprendere se vi sono quindi tipologie di cooperative di consumo che più di altre agiscono per gli interessi della comunità (che quindi più marcatamente presentano i tratti delle cooperative di comunità) si è condotta una cluster analysis, in cui le variabili dipendenti considerate sono esplicative dei vari rapporti con la comunità e dei tratti che teoricamente potrebbero avvicinare la cooperazione di consumo alla natura di cooperativa di comunità.

Il primo aspetto da sottolineare è che la cluster analysis non riesce a classificare in modo completo le cooperative; nei cluster finali vengono allocate solo 36 cooperative di consumo sulle 54 intervistate. Inoltre, guardando alla distribuzione delle cooperative nei cluster, si osserva che quasi tutte (26 cooperative) si collocano in uno stesso gruppo presentando quindi tratti simili, mentre un gruppo è in realtà composto da 1 sola cooperativa che rappresenta quindi, nell’universo analizzato, un caso del tutto a sé stante, soprattutto per l’elevata dimensione di soci e l’elevata percentuale di abitanti dell’area di competenza che sono soci; il terzo gruppo generato dall’analisi è invece composto da sole 9 cooperative di consumo. Infine, provando a realizzare due sole cluster, l’esperimento fallisce, poiché tutte le cooperative verrebbero accorpate in unico gruppo e opposte alla grande cooperativa di consumo che rappresenta quindi per natura un outlier nell’analisi.
Dal confronto tra il gruppo 1 e 3 (Tabella 6) si può osservare innanzitutto che il modello ha distinto le cooperative prevalentemente in base alla loro dimensione media (quelle più piccole - in termini di numero di soci totali - inserite nel primo gruppo, quelle medio-grandi inserite nel terzo). Minor influenza ha invece la percentuale di soci sul numero totale di abitanti della zona, con i due cluster molto eterogenei al loro interno e con un valore centrale pari al 30% circa di abitanti-soci; questo dato anticipa la diversità anche in relazione al territorio di riferimento, con le cooperative più piccole dislocate anche in territori meno popolati e le cooperative più grandi presenti in territori con più popolazione. L’indice che conferma, per le piccole cooperative dislocate nei territori più piccoli, una maggiore predisposizione nell’essere cooperative di comunità è rappresentato dalla capacità delle stesse di agire in territori marginali, come dimostra il fatto che le stesse operano dove sono assenti organizzazioni con offerta simile. Non è invece possibile affermare che questo stesso gruppo sia più attento alla comunità anche dal punto di vista dell’azione e del perseguimento di interessi più generali; al contrario la cluster analysis evidenzia come, mediamente, il gruppo delle cooperative medio-grandi tenda a coinvolgere maggiormente nella sua base sociale anche altre organizzazioni (multi-stakeholder) e a sentire la necessità di una partecipazione della società civile anche nei propri organi decisionali; le cooperative medio-grandi creano inoltre una rete più forte con le organizzazioni locali, anche per realizzare progetti comuni e dare una migliore risposta alla comunità e ai suoi bisogni. L’elemento del soddisfacimento dei bisogni torna anche nella strutturazione delle politiche di incontro e ascolto della comunità e nell’offerta di servizi integrativi (e che ha come ricaduta la percezione di riuscire ad influenzare il benessere e la vita del territorio).

In sintesi, è alquanto difficile riuscire a trovare in un unico raggruppamento di cooperative tutte le caratteristiche che potrebbero descrivere la loro natura di cooperative di comunità. Se infatti rispetto ad alcuni parametri più oggettivi - il coinvolgimento del territorio e l’azione in aree marginali - le piccole cooperative di consumo sicuramente dimostrano i tratti di una cooperativa di comunità, è vero tuttavia che la funzione sociale e l’impatto sociale si fanno più spiccati nelle medio-grandi. E’ allora il benchmark minimo di questi valori, ovvero la decisione di considerare solo alcuni di questi parametri come essenziali per la definizione di cooperativa di comunità, che potrebbe rappresentare il discrimine per le cooperative di consumo nell’accedere o meno alla qualifica.

In conclusione possiamo affermare che sicuramente tutte le cooperative analizzate dovrebbero quantomeno intervenire per migliorare alcuni dei loro tratti sociali, qualora volessero divenire vere e proprie imprese di comunità.

tabella6 Tabella 6: Tipologie di cooperative (risultati di una cluster analysis k-medie)

Alla domanda “quali potrebbero essere le ragioni per trasformarsi in cooperative di comunità” una prima risposta speculativa potrebbe essere ricercata nella necessità, per alcune cooperative di consumo in crisi e a rischio chiusura, di convertire la propria formula organizzativa e gestionale, ampliando la gamma dei servizi, estendendo la base sociale, trovando quindi nella comunità sia la domanda aggiuntiva di servizi che lo stimolo al cambiamento. Dalle affermazioni delle cooperative emerge che la crisi è stata affrontata con modalità diverse, che hanno fatto prevalere talvolta la componente sociale e talvolta quella commerciale: il 54% delle intervistate è intervenuta con una riduzione mirata delle diseconomie, ma uno speculare 46% ha promosso iniziative volte a far riemergere il ruolo della cooperazione per affrontare i momenti difficili.

Guardando al futuro, invece, se la situazione economico-finanziaria richiedesse alle cooperative di attuare operazioni straordinarie, solo una piccolissima percentuale opterebbe per la conversione in impresa di comunità, mentre le pratiche più probabili sarebbero quelle tradizionali di fusione4 (52,7%) o aggregazione di rete tra cooperative (30,9%).

tabella7Tabella 7: Operazioni straordinarie per contrastare una eventuale grave situazione economico-finanziaria [numero di cooperative / numero di soci; valori percentuali].

La trasformazione in cooperativa di comunità non sembra essere, stando ai dati, un’opzione praticabile dalle cooperative intervistate. Per quali motivi?

Innanzitutto, perché forse la crisi economica (e la situazione di difficoltà interna che ne deriva) non è la reale leva per decidere di perseguire strategie di maggior coinvolgimento della comunità e di diversificazione dell’offerta di servizi. Le motivazioni proverrebbero piuttosto dalla già citata volontà di rispondere ai bisogni differenziati della collettività, di risollevare il benessere e la qualità della vita nei propri territori, di essere più partecipate attivamente dai soci.

In secondo luogo, vi è forse ancora una certa confusione su cosa si intenda per cooperativa di comunità; l’assenza di una regolamentazione in merito frena le cooperative dal promuovere processi di conversione e innovazione radicale, in quanto non si conoscono ancora i possibili benefici o rischi del cambiamento.

Per chiarire questo punto - e ragionare sulle modalità di maggior coinvolgimento degli attori locali nelle proprie attività - si è indagato su cosa si intenda per cooperativa di comunità con 3 cooperative di consumo che si sono dichiarate interessante a trasformarsi in cooperative di comunità.


La cooperativa di comunità come opportunità: le interviste alle cooperative di consumo

Forse il termine “cooperativa di comunità” non è ancora così diffuso nelle riflessioni tra cooperatori. Tuttavia, in 3 delle cooperative di consumo partecipanti all’indagine il direttore ha deciso di barrare l’opzione “in caso di difficoltà, la nostra cooperativa sarebbe pronta a realizzare una conversione in impresa di comunità con maggior coinvolgimento degli attori locali”. Cosa si cela dietro a questa risposta? Un consenso passivo con i temi oggetto di indagine o un’effettiva conoscenza del contesto e delle riflessioni in corso?

Per approfondire la scelta, sono state realizzate delle interviste ai dirigenti delle tre cooperative in questione5. Da un punto di vista metodologico, l’intervista ha il vantaggio di comprendere in profondità e dalle parole dell’intervistato i contenuti principali del tema oggetto di analisi e la sua interpretazione nel contesto; senza una pretesa di rappresentatività dell’intero universo, ha il vantaggio di comparare in modo dettagliato diversi punti di vista individuali.

I dirigenti intervistati appartengono a cooperative di consumo di medio-piccole dimensioni e operano in un territorio montano o di piccola valle.

Le interviste hanno indagato, quale primo punto, l’interpretazione che ognuno dà al concetto di cooperativa di comunità, consci del fatto che non esiste ad oggi una visione condivisa e che nel territorio trentino non vi sono ancora esempi cui ispirarsi. Comparando le interviste, sembra emergere una definizione condivisa secondo cui la cooperativa di comunità è “un’azienda di servizi che, oltre ad erogare i servizi commerciali che attualmente la cooperativa offre, faccia anche servizi sociali, intesi anche come presidio del territorio, associazionismo, attenzione alla comunità, quindi luogo di socializzazione”. “Non da ultimo” aggiunge uno dei direttori “potrebbero venire offerti altri sevizi, quali servizi postali, offerta di medicinali mediante farmacie, anche attraverso il sostegno e accordi sul territorio”. Sembra quindi che il primo elemento di differenziazione dalla cooperativa di consumo sia l’eterogeneità dei servizi offerti, in modo tale da rispondere a bisogni diversificati della propria comunità e coprire una domanda più allargata e di sostegno al territorio nel suo complesso. Gli intervistati pongono inoltre l’accento sulla dimensione territoriale, confermando - anche nelle interviste - il fatto che la conversione in cooperativa di comunità può rappresentare una soluzione da preferire decisamente alla fusione tra cooperative della medesima tipologia; una preferenza quindi per un’innovazione estensiva tipologica piuttosto che territoriale, dato che l’ampliamento della zona di competenza potrebbe più facilmente “snaturare il legame con il territorio”.

Rispetto alla definizione di cooperativa di comunità, si è cercato poi di capire se gli intervistati siano favorevoli all’introduzione di una nuova forma giuridica, disciplinata e regolamentata legislativamente, oppure concepiscano tale denominazione come una semplice caratteristica migliorativa della propria cooperativa di consumo, con un nuovo assetto di governance o una qualifica aggiuntiva, a fini identificativi piuttosto che di convenienza fiscale o per accesso a contributi e partnership pubblico-private. Se una cooperativa opta in maniera netta per far sorgere una nuova tipologia cooperativa, un’altra pensa che ciò non sia assolutamente necessario e che “la cooperativa potrebbe rimanere la medesima, ma con un’idea imprenditoriale nuova, rivolta più al sociale e alla comunità” e puntualizzando che, nella pratica tale, cambiamento sta già avvenendo. La terza cooperativa non prende invece posizione, credendo che sia importante valorizzare le attività e i prodotti del proprio territorio, perché “promuovere il prodotto di un’organizzazione del territorio porta benefici a tutta la comunità”. Non è quindi facile, all’interno dello stesso mondo cooperativo, trovare almeno per ora una visione comune di cooperativa di comunità e identificare quale sia la strada da intraprendere dal punto di vista giuridico e gestionale.

Approfondendo le dimensioni del cambiamento e dei tratti che una cooperativa di comunità dovrebbe avere, emerge innanzitutto la necessità di confrontarsi su natura e dimensione della compagine sociale. I direttori concordano nell’affermare che la base sociale potrebbe sostanzialmente rimanere invariata, dato che “il socio della cooperativa di consumo è anche socio della cassa rurale e della cantina sociale”. Sono identificabili tuttavia, nelle parole dei direttori intervistati, anche almeno altri due soggetti che potrebbero essere inclusi nella base sociale: l’ente pubblico e l’Azienda di promozione turistica (Apt). In queste affermazioni possiamo identificare interessanti aspetti di approfondimento.

Soffermandoci sulla prima parte dell’affermazione, secondo cui il socio della cooperativa di consumo è anche socio della cassa rurale e della cantina, emergono due riflessioni. In primo luogo, come premesso, il presupposto dal quale queste affermazioni scaturiscono è l’appartenenza ad un territorio molto circoscritto; le cooperative intervistate identificano la natura di cooperativa di comunità nella capacità di includere un numero significativo di cittadini o appartenenti al territorio (aspetto che non sarebbe possibile riproporre in ambito urbano, dove il contesto è molto più ampio ed i bisogni dei cittadini troppo eterogenei o già meglio soddisfatti da imprese tradizionali). In secondo luogo, l’affermare che i soci della propria cooperativa sono anche soci di altre cooperative del territorio fa intendere che la comunità è già inserita in un tessuto fatto di cooperazione e principi cooperativi, che la comunità trova già nella cooperazione il soddisfacimento a diversi suoi bisogni, e che quindi il senso di una cooperativa di comunità sarebbe quello di includere sotto lo stesso “tetto” persone, bisogni e strumenti diversi ma spesso già esistenti.

Questa visione è confermata in altri passaggi delle interviste. Se la cooperativa di comunità si costituisce come aggregazione tra diverse cooperative del territorio può avere il vantaggio di affrontare in modo migliore - rispetto alla frammentazione - la congiuntura economica sfavorevole; in particolare, per le cooperative di consumo, l’esercizio della sola attività commerciale è a forte rischio, soprattutto per il problema (percepito anche nei piccoli centri) della pressione da parte di altri punti vendita ordinari, che “riescono talvolta ad essere più competitivi, perché agiscono come imprese, non dando attenzione agli aspetti sociali”. La diversificazione dei servizi potrebbe essere considerata un modo per creare economie di scala, per fidelizzare i soci, per coprire le eventuali temporanee perdite di un’attività con i profitti di un’altra, per stare sul mercato con maggior efficienza.

La riflessione ha portato poi l’attenzione sul coinvolgimento dell’ente pubblico. La sua inclusione nella base sociale è considerata un modo per rendersi “ancor più” cooperative di comunità. Come affermato da uno dei direttori intervistati, “l’attenzione al territorio e alla comunità da parte della cooperativa e dell’ente pubblico dovrebbero andare nella medesima direzione”. In questa visione, la cooperativa di consumo sembra quindi evolvere nettamente verso un assetto multi-stakeholder, quantomeno per la volontà di coinvolgimento dell’attore pubblico.

Se i direttori intervistati hanno visto nella sinergia con l’ente pubblico soprattutto la possibilità di pianificare insieme interventi o semplicemente trovare interessi comuni per il benessere della comunità, l’intervista ha poi portato gli intervistati a riflettere esplicitamente sulla possibilità o necessità di gestire, come cooperativa di comunità, anche beni pubblici; uno dei direttori crede potrebbe essere “una buona idea” sottolineando ancora una volta la necessità di trovare interessi comuni, affinché un progetto (comunque complicato da attuare, come quello della costituzione di una cooperativa di comunità) possa essere realizzato.

Terzo attore da coinvolgere, come premesso, è - nell’intenzione di uno dei direttori - l’Azienda di promozione turistica (Apt), che dovrebbe interagire con le strutture commerciali, con le cooperative e le associazioni del territorio, così da creare sinergie positive tra le attività, i beni e prodotti tipici del luogo ed il contesto economico, anche in prospettiva di una “valorizzazione degli antichi mestieri e delle attività artigianali che via via si stanno abbandonando”.

Conoscenza del territorio, quindi, e sostegno dello stesso: da parte della cooperativa, che include la comunità nella sua base sociale; da parte dell’ente pubblico, che ne studia i bisogni e può partecipare alla pianificazione degli interventi; con l’Apt, in quanto soggetto di promozione degli interessi economici e della visibilità del territorio. Il territorio sembra apparire l’elemento di delimitazione dell’azione per l’identificazione dei soggetti da coinvolgere. Per questo, in una delle domande, si è chiesto in modo esplicito qual è la dimensione ottimale, nell’ambito territoriale, nel quale sarebbe bene far operare la cooperativa di comunità. Se un direttore rimane molto vago sull’argomento, un altro afferma che “mettere un vincolo fisso potrebbe essere restrittivo, perché dipende dal territorio” ed il terzo sostiene che l’ordine di grandezza massimo dovrebbe essere la comunità di valle. Riflessione molto aperta quindi, risposte soggettive ed elemento di possibile dibattito.

Per queste ragioni, probabilmente, portare avanti da soli un percorso di conversione in cooperative di comunità non è proponibile. Non solo l’assenza di un contesto giuridico chiaro non aiuta, ma di certo i processi di conversione richiedono pur sempre l’apprendimento graduale da parte di organizzazione e soci coinvolti. E’ per questo che le cooperative di consumo hanno affermato, a conclusione dell’intervista, che l’attore principale che possa sostenere il cammino di trasformazione (quanto meno di tipo culturale se non di forma giuridica) deve essere la Federazione Trentina della Cooperazione, organizzazione di rappresentanza, assistenza e tutela del movimento cooperativo, giuridicamente riconosciuta, operante sul territorio della provincia di Trento e che ha recentemente affrontato temi quali il “rapporto con i soci e la socialità, per far capire e riprendere quei principi che hanno fatto nascere la cooperazione” afferma un direttore. “E questo è il sentiero che dobbiamo continuare a seguire”.


Conclusioni

Quando, da un punto di vista teorico, ci interroghiamo sulle implicazioni che una nuova regolamentazione o nuove istituzioni possono comportare, è necessario valutarne le implicazioni pratiche e la necessità che nuovi scenari amplino le possibilità di azione, invece che rischiare - al contrario - di generare ostacoli o di turbare equilibri di per sé fragili. Così, discutere oggi di cooperative di comunità significa, per chi scrive, interrogarsi anche su cosa la presenza di una nuova forma giuridica (o qualifica) di questo tipo possa avere nel movimento cooperativo e per l’azione pratica delle organizzazioni già esistenti.

Nel tempo e nello spazio, le cooperative tradizionali (di produzione e lavoro, di consumo, di credito, agricole etc.) hanno dato ampia dimostrazione della loro funzione sociale, della capacità di rispondere a bisogni collettivi attraverso l’azione auto-organizzata e solidale delle persone, delle ricadute occupazionali, economiche e sociali, della possibilità di rappresentare una chance per le zone marginalizzate, della capacità di mobilitare risorse locali per realizzare beni di interesse comune, di soddisfare esigenze di stakeholder anche diversi. Le cooperative sociali rappresentano forse ad oggi la forma cooperativa che più marcatamente identifica la funzione e l’impatto sociale delle cooperative, poiché in essa la missione è esplicitamente il perseguimento del benessere della comunità o di fasce marginali della stessa, e poiché la base sociale tipicamente si amplia prevedendo il coinvolgimento spesso di molteplici portatori di interessi.

L’interesse per la comunità è in altre parole un elemento fondante di molte forme cooperative già esistenti. Il discutere oggi di cooperative di comunità significa anche capire quali tipologie di cooperative esistenti presentino - o potrebbero presentare - le caratteristiche di una cooperativa di comunità. Il presente articolo si è proposto come una sorta di esercizio, volto ad identificare le caratteristiche che potrebbero definire una cooperativa di comunità e - nell’azione di cooperative già esistenti - il livello di sviluppo della funzione sociale e dell’interesse verso la comunità.

Le cooperative qui analizzate sono state le cooperative di consumo, con focus sperimentale su quelle trentine, caratterizzate da una forte presenza in aree montane o rurali, marginali, a bassa offerta di servizi, ad elevata partecipazione della popolazione.

Le analisi condotte hanno permesso di stabilire come la maggior parte delle cooperative di consumo metta certamente al centro della sua azione e delle politiche sociali il socio-consumatore e la vendita di servizi di qualità. Inoltre in più aspetti si rilevano un’attenzione marcata per le ricadute sociali, per il sostegno dei sistemi socio-economici locali e per un diretto coinvolgimento della comunità. Il fatto che quindi le cooperative di consumo possano assumere i tratti, la qualifica o la forma giuridica di cooperative di comunità è una possibilità che potrà non appartenere a tutte, ma che potrebbe interessarne certamente una parte (anche significativa). Guardando alla composizione della base sociale, si osserva infatti che le cooperative di consumo includono spesso ampie percentuali di popolazione locale e in alcuni casi portatori di interessi diversi (anche se la partecipazione attiva è talvolta bassa o la cooperativa stessa non promuove politiche per un miglior ascolto e coinvolgimento dei soci).

Analizzando la territorialità, certamente nel caso trentino spiccano per numero le cooperative dislocate nei piccoli centri, dove i rischi di decremento demografico o spopolamento sono elevati e la cooperativa può rappresentare un elemento di continuità per la vita e il benessere della popolazione locale. Rispetto alla mission, molte cooperative di consumo - soprattutto di piccole dimensioni - si sono date fin dalle origini l’obiettivo di rispondere ai bisogni collettivi e di migliorare il benessere locale. Rispetto all’oggetto della produzione, alcune si stanno già interrogando sulla necessità di ripensare l’attuale offerta quasi esclusivamente concentrata nel settore della vendita dei generi alimentari per allargarla ad altri servizi di cui il territorio necessita.

Superando queste definizioni vogliamo anche sottolineare come vi sia una difficoltà di separazione tra cooperative di comunità e funzione sociale e il continuum tipologico sia presente in modo chiaro anche tra le cooperative di consumo, come dimostrano i modelli di raggruppamento e di lettura congiunta dei loro tratti.

Queste considerazioni ci portano ad affermare che un’ipotetica legge sulle cooperative di comunità avrà un forte impatto a seconda dei parametri più o meno restrittivi che la stessa adotterà nel definire questa nuova forma giuridica (o qualifica). Essa potrà determinare o meno, infatti, un diverso interesse alla adozione di questa forma da parte di organizzazioni che attualmente hanno una diversa natura giuridica.

Un punto tuttavia rimane fuori discussione: la cooperazione riveste una forte funzione sociale. Molte delle cooperative qui oggetto di indagine - in modo eterogeneo per dimensione, territorio, struttura - hanno in comune il ruolo sociale che la cooperativa ricopre per il suo territorio, per la sua comunità e per i diversi stakeholder. E’ in questa natura spesso ibrida che il confine della mutualità si confonde con quello della socialità dell’azione e che l’essere cooperativa per la comunità può declinarsi nel diventare cooperativa di comunità. Si tratta di equilibri a geometrie variabili, che ad oggi è difficile manovrare, ma che sarà necessario posizionare a breve per evitare che tutti si definiscano imprese di comunità per mera convenienza o che nessuno investa nella trasformazione in impresa di comunità per la presunzione di riuscire già a soddisfare gli interessi del proprio territorio.

Se la cooperazione di consumo, al pari di altre tipologie esistenti, vuole diventare espressione più inclusiva dei diversi stakeholder del territorio e soddisfare i bisogni degli stessi, essa deve tuttavia riflettere in modo più innovativo sui modelli organizzativi, sui beni e servizi che la comunità richiede, che possono generare sia maggior impatto sociale della cooperativa stessa che aumento delle proprie economie. Per fare ciò potrebbe essere necessario avvalersi di nuove forme di aggregazione tra soggetti. L’elemento identificativo deve comunque essere l’intreccio tra i bisogni della comunità ed il territorio di appartenenza.

 

Note

1. La mutualità è definita come “aiuto scambievole e prestazioni reciproche tra i soci”. Sembra quindi piuttosto restrittivo definire le cooperative esclusivamente come soggetti mutualistici; è interessante notare come, anche dal punto di vista storico, né i padri fondatori della cooperazione né i principi dell’ICA hanno utilizzato il termine mutualità, utilizzando piuttosto altri concetti e talvolta dando priorità ad altri aspetti che regolamentano la relazione tra soci. Fatto sta che, giuridicamente e per natura e finalità, la cooperativa nasce come organizzazione mutualistica e uno dei tratti che la distinguono anche legislativamente dalla forma di impresa di capitali è lo scopo mutualistico, ossia il rispondere ai bisogni dei soci e il richiedere la “partecipazione attiva” dei soci nel processo produttivo.

2. Il questionario utilizzato è stato costruito includendo in parte domande validate nella letteratura internazionale e riprodotte ad hoc per il settore della cooperazione di consumo, in parte domande create appositamente per l’indagine e frutto della conoscenza di settore da parte degli autori.

3. Anche negli ultimi anni il trend di adesione alle famiglie cooperative risulta positivo: dai 51.841 del 2006 (con 978 soci a cooperativa), nel 2010 si è registrato un aumento del 25,5% e i soci risultavano 65.050. Dal 2010 al 2013 l’accelerazione della crescita è leggermente diminuita (14%) arrivando a contare 74.106 soci con una media di 1.372 soci a cooperativa.

4. L’elemento della fusione può essere qui interpretato con carattere quasi opposto alla logica del rafforzamento dei rapporti con al propria comunità, soprattutto qualora ciò portasse ad una perdita di identificazione territoriale. E’ per questo interessante osservare che il 29,1% delle cooperative di consumo crede che la fusione sia una scelta da valutare con attenzione soprattutto pensando alle ripercussioni in termini di governance, mentre all’opposto solo il 10,9% crede che la fusione allontanerebbe l’organizzazione dal proprio territorio e dalla propria natura cooperativa (dato rilevato soprattutto tra le cooperative dislocate nei centri di più piccole dimensioni).

5. La persona alla quale sono state poste le domande oggetto dell’approfondimento è stata in tutti e tre i casi il direttore delle cooperative di consumo, la medesima figura che si era occupata della compilazione del questionario.

 

Bibliografia

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Sara Depedri Euricse - Università degli Studi di Trento

Stefania Turri Euricse