11  NOVEMBRE 2018
 

La risposta alle marginalità

Uno dei parametri che sembra oggi definire la rilevanza di una cooperativa per la sua comunità è la marginalità dei territori di riferimento. Osservando i dati sulle cooperative di consumo emerge che il presidio dei territori è stato storicamente uno dei motivi fondamentali della nascita delle cooperative di consumo nei piccoli paesi montani del Trentino: l’85% delle cooperative intervistate (92,3% per le cooperative situate in territori con meno di 1.000 abitanti) dichiara che al momento della loro fondazione non esistevano altre organizzazioni simili nella comunità di appartenenza o, se esistevano, offrivano una varietà ridotta di prodotti. Il ruolo di risposta a problemi insoddisfatti in territori completamente marginalizzati è comunque venuto meno nel tempo: oggi sono solo 7 le cooperative che continuano ad essere l’unico punto vendita nella propria area di competenza (tutte in territori con meno di 2.500 abitanti).

Le cooperative di consumo ritengono importante continuare ad offrire servizi anche nelle aree più marginali? Le intervistate dichiarano con ampio accordo (valore medio 6,2 | scala da 1 a 7) che è nel proprio ruolo tenere aperti anche i piccoli punti vendita dislocati sul territorio, anche a rischio di danno economico. Si trovano in questa situazione - in modo polarizzato - le cooperative che servono territori con meno di 1.000 abitanti e quelle che agiscono in centri con più di 5.000 abitanti; le prime sembrano difendere direttamente la funzione sociale ricoperta, le seconde sembrano più interessate ad investire individualmente (o in rete) affinché la cooperativa di consumo continui a soddisfare bisogni primari in territori più isolati o marginalizzati.

Le cooperative di consumo si attribuiscono una buona socialità dell’azione; secondo un discreto accordo vedono una relazione tra le proprie attività e la produzione di esiti sociali positivi (valore medio 5 | scala da 1 a 7) e hanno una visione di quali cambiamenti sociali promuovere (5). Un po’ meno di rilievo l’attitudine a tenersi informate sui bisogni dei clienti-cittadini (4); in questo mostrano una maggiore sensibilità le cooperative di piccole dimensioni, che sono anche più facilitate nel raccogliere informazioni sul ridotto numero di soci (meno di 1.000).

Alle cooperative di consumo intervistate è stato poi chiesto quali siano le strategie future auspicate, anche per rispondere all’attuale crisi; se il 25,9% vede quale prima strategia l’investimento nei settori di attività tradizionali - e quindi il miglioramento della qualità dei beni e servizi già offerti (valore medio 6 | scala da 1 a 7), la tendenza più diffusa è aumentare la quantità e varietà dei servizi, e il numero di clienti raggiunti (innovazione espansiva) (6). Da questa parte di indagine emerge dunque un’attenzione alla diversificazione dei servizi e alla possibilità di rispondere ai nuovi bisogni della comunità.

In questa logica il coinvolgimento della comunità diverrebbe un elemento strategico, capace non solo di soddisfare maggiormente i cittadini, ma anche di generare economie di scala e sostenibilità della cooperativa nel lungo periodo. Non vi è tuttavia una correlazione tra dimensione della cooperativa e strategia di apertura ai nuovi bisogni, risultando forse il tema piuttosto delicato e la capacità di risposta ai bisogni della comunità dipendente anche dalle risorse economiche disponibili.

tabella1 Tabella 1: Possibili strategie future delle cooperative [numero di cooperative / numero di abitanti; valori medi su scala da 1 a 7].

Se si guarda ad alcune dimensioni dell’impatto delle cooperative di consumo sul territorio, le stesse affermano di non ritenere di influenzare significativamente il benessere e la vita degli stakeholder (valore medio 4,5 | scala da 1 a 7), e non sembrano dare particolare importanza alla collaborazione con partner chiave del territorio al fine di aumentare il loro impatto sociale (4,4). Dimensioni che inducono a pensare che il coinvolgimento sia effettivamente poco marcato e la partecipazione reale da sviluppare, soprattutto nell’ottica di una migliore capacità di rappresentare interessi e bisogni diversificati.

Un ultimo dato più di natura qualitativa risulta, a nostro avviso, interessante: se è vero che, come prevedibile, la maggior parte delle strutture nelle quali le cooperative svolgono la propria attività è di proprietà (179 su 292) o in affitto (64), ben 27 cooperative (con 47 strutture utilizzate) esercitano la propria attività in edifici offerti in concessione da parte dell’ente pubblico. Questo dato è interessante da un lato perché identifica la natura eterogenea dei rapporti con la comunità e, dall’altro, perché legato ad un punto di discussione nella definizione delle cooperative di comunità: la gestione di asset o di beni pubblici o comunitari, che risulterebbe quindi presente - stando ai dati - in una percentuale non ridotta di cooperative di consumo.


Il coinvolgimento della comunità

Una ulteriore caratteristica che dovrebbe essere distintiva di una cooperativa per definirsi cooperativa di comunità è il coinvolgimento dei cittadini nella base sociale, aspetto che può essere declinato in almeno due modi: attraverso il coinvolgimento nella propria base sociale di una percentuale significativa di cittadini della comunità oppure quando la base sociale e gli organi decisionali sono comunque organizzati e gestiti in modo da tenere in considerazione e soddisfare gli interessi di gruppi diversificati di cittadini.

L’analisi delle cooperative di consumo trentine evidenzia una buona adesione dei cittadini alla base sociale, con una media provinciale di 1.430 soci a cooperativa, per un totale di 77.801 soci nelle 58 cooperative rispondenti all’indagine3. La maggior parte delle cooperative è dislocata nelle valli laterali della regione e in piccoli comuni (questo influenza anche la propensione all’adesione degli abitanti alla cooperativa). Il 13,8% delle cooperative di consumo accoglie nella propria base sociale più della metà della popolazione residente nella propria area di competenza; un ulteriore 38% ha un numero di soci compreso tra il 30 e il 50% della popolazione residente. Solo 2 cooperative (3,4%) hanno nella propria base sociale meno del 10% della popolazione residente (in uno dei due casi si tratta di una cooperativa situata nella valle centrale del Trentino, la Valle dell’Adige). Se una legge istitutiva delle cooperative di comunità prevedesse vincoli di adesione minima degli abitanti del territorio alla cooperativa, non vi è dubbio che una parte della cooperazione di consumo trentina dovrebbe rinunciare a questo requisito, mentre altre dovrebbero rafforzare le politiche di adesione della comunità alla base sociale. Non vi è comunque una netta sovrapposizione tra dimensione del territorio di competenza e capacità di coinvolgimento della cittadinanza nella base sociale: tra le cooperative con percentuale di adesione più elevata rientra anche una cooperativa che opera in un territorio di oltre 30mila abitanti; tra le cooperative in cui la base sociale supera il 30% degli abitanti vi sono anche 5 cooperative che agiscono su territori con più di 5mila abitanti.

Quali possono essere ulteriori criteri per verificare il grado di partecipazione della comunità alla cooperativa? Un primo semplice elemento è la partecipazione dei soci alle assemblee. Il 59% delle cooperative di consumo analizzate dichiara di avere tassi di affluenza inferiori al 25% della propria base sociale e nessuna cooperativa registra tassi di partecipazione superiore al 75%. Solamente 3 cooperative - tutte di piccole dimensioni e collocate in comuni con pochi abitanti - dichiarano di avere percentuali di partecipazione comprese tra il 50% ed il 75%.

Una seconda forma di coinvolgimento della comunità è rappresentata dall’organizzazione di momenti di incontro e partecipazione attiva. Al riguardo emerge che solo 5 cooperative di consumo organizzano assemblee straordinarie coi propri soci; 20 cooperative si impegnano in ulteriori incontri formali dedicati ai soci ed incontri aperti al territorio. In 15 di esse si promuovono anche momenti di incontro informale, con gite, serate informative (tra cui la “serata del socio”), concerti, spettacoli, colloqui, corsi formativi.

L’adesione della comunità dovrebbe poter poi emergere anche nel coinvolgimento nella governance e nei processi decisionali. Rispetto alla composizione dei consigli di amministrazione, le cooperative di consumo oggetto di indagine coinvolgono 566 persone. Se tuttavia nella base sociale sono comprese anche persone giuridiche, ciò non accade nei consigli di amministrazione. Inoltre, vi è scarsa apertura del CdA anche a rappresentanti della società civile locale (valore medio di 3,62 | scala da 1 a 7). Esistono poi anche organismi integrativi finalizzati a garantire l’ascolto e la partecipazione attiva del socio anche nel processo decisionale; gli organi di governo con funzione di intermediazione sono adottati tuttavia da sole 5 cooperative, che nello specifico prevedono al loro interno il “comitato dei rappresentanti dei soci”. Molte cooperative affermano di voler migliorare le politiche di coinvolgimento e prevedono di istituire in un vicino futuro organismi di rappresentanti dei soci (per 14 cooperative) o comitati di soci su base territoriale (per 13 cooperative). Inoltre, se il 57% delle cooperative di consumo afferma che sta studiando nuove modalità di coinvolgimento dei soci nelle assemblee (anche se non ha ancora trovato il modo più opportuno per farlo), ben 10 cooperative hanno indicato di non ritenere necessario trovare nuove modalità di coinvolgimento dei soci.

L’identità di una cooperativa si verifica poi nella composizione degli organi gestionali. La base sociale delle cooperative di consumo intervistate sembra potersi definire per alcuni aspetti multi-stakeholder, vista la presenza di organizzazioni del territorio che possono portare specifiche esigenze ed interessi nella base sociale: se la maggioranza dei soci sono ovviamente “consumatori persone fisiche” (circa 81% di 77.801, di cui più della metà donne), a molte cooperative aderiscono anche lavoratori (804 soggetti in totale) e in alcuni casi volontari (22). In non pochi casi aderiscono alla base sociale anche altre organizzazioni o persone giuridiche: cooperative e associazioni (presenza di 142 cooperative socie totali, concentrate in 20 delle cooperative di consumo intervistate), organizzazioni for profit (86 socie, presenti in 14 cooperative di consumo), enti pubblici (35 soci, presenti in 10 cooperative di consumo). Sono tuttavia solo 6 le cooperative che, riclassificando le tipologie di soci, presentano una base sociale estremamente allargata e differenziata, coinvolgente persone fisiche e giuridiche con natura e ruoli differenziati, che possono rappresentare quindi stakeholder eterogeneamente rappresentativi della comunità.

Possiamo chiederci quale possa essere l’eterogeneità di interessi, se la cooperativa offre un bene prevalente (i.e. generi alimentari e di primo consumo) e ha una attività ben identificata e tipicamente circoscritta. Le cooperative intervistate, chiamate ad auto-valutare la propria capacità di identificare e soddisfare i bisogni degli stakeholder, affermano che principale bisogno ed aspettativa prevalente della comunità e dei soci è quella di poter acquistare beni e servizi senza doversi spostare (46%), di godere di vantaggi economici legati alla natura associativa (27%) e di pagare a fine mese senza costi e commissioni (17%). A questi bisogni propri della natura di cooperativa di consumo, si aggiungono anche altre funzioni: la possibilità di trovare nella cooperativa un punto di incontro e di socializzazione (punteggio medio di 7,07| scala da 1 a 10) e il condividere con la cooperativa ideali e valori (punteggio medio di 6,82).

L’attenzione ai bisogni dei soci emerge anche da un’altra domanda rivolta alle cooperative, nella quale le stesse affermano nel 53% dei casi sarebbe opportuno lasciare spazio ai soci e trovare occasioni per permettere agli stessi di avanzare proposte su nuove attività e servizi che la cooperativa potrebbe offrire.


La funzione sociale e l’azione di comunità

Per indagare il grado di sviluppo della funzione sociale, è utile osservare gli elementi identitari e fondativi delle cooperative e quindi la mission dichiarata e attuata, spaziando dalla natura mutualistica in senso stretto, (la cooperativa che mette come prioritario l’interesse del socio), alla ricerca di soddisfare interessi più ampi (sebbene limitatamente ad una omogenea tipologia di portatori di interesse, il consumatore) fino alla funzione sociale estesa alla comunità. Dai dati emerge una certa eterogeneità di interessi: circa un terzo delle cooperative di consumo (39,7%) ha come prioritario il perseguimento degli interessi dei soci e questa percentuale è particolarmente elevata tra le grandi cooperative (raggiungendo il 71,4% tra quelle con fatturato superiore ai 10 milioni di euro); all’opposto, sono le cooperative di consumo più piccole ad avere come mission prevalente il perseguimento degli interessi generali del proprio territorio (85,7% delle cooperative con un fatturato inferiore a 500mila euro).

Per trovare riscontro concreto nell’identificazione dei bisogni eterogenei e del perseguimento dell’interesse sociale, è possibile osservare innanzitutto i dati sul rapporto con le diverse tipologie di clienti-soci. Più della metà delle cooperative rispondenti (51%) ritiene che la categoria degli anziani sia quella ad accedere maggiormente al punto vendita e quindi sia più che rappresentata rispetto alla composizione della comunità; più difficile è invece il coinvolgimento dei giovani, che secondo il 74% delle cooperative di consumo sono decisamente meno rappresentati dalla cooperativa rispetto alla loro presenza nella propria comunità di riferimento. Si può quindi affermare che il target è spostato su una tipologia di soggetti prevalente e incontra difficoltà a farsi portavoce e soggetto che coinvolge soprattutto la componente più giovane della comunità.

Altro dato a supporto dei diversi impegni delle cooperative verso la comunità o verso il socio è rappresentato dalle politiche sostenute a livello organizzativo rispetto alla distribuzione degli utili. Sebbene le risposte possano essere influenzate dalla diversa capacità economica delle organizzazioni, è interessante osservare come tra le cooperative di maggiori dimensioni (specialmente quelle con più di 2.500 soci) la maggioranza abbia come politica prevalente la pratica del ristorno, anche se sono presenti cooperative che dichiarano di investire gli utili soprattutto in attività a favore della comunità; nelle cooperative di minori dimensioni, tuttavia, tale percentuale aumenta significativamente e nelle cooperative che agiscono nelle aree territoriali più piccole e coinvolgendo meno soci la decisione è quasi univocamente quella di investire in attività che soddisfino bisogni del territorio - educativi, ricreativi e atti ad influenzare lo sviluppo del territorio. Si tratta quindi di un secondo dato oggettivo che fa presumere una maggiore attenzione alla funzione sociale tra le cooperative nelle aree marginalizzate e di dimensioni minori, evidenziando dei primi tratti di cooperazione di comunità in quanto attente ai diversi bisogni di soci e cittadini.

In relazione a questo aspetto è utile anche verificare quanto le cooperative di consumo intervistate cerchino di individuare i diversi bisogni emergenti del territorio per darvi risposta, aggiornando così la propria mission, l’offerta di beni e servizi, le ricadute della propria azione per il benessere collettivo. Interrogate sulle modalità di monitoraggio dei problemi dei soci e della comunità, le cooperative affermano di utilizzare varie metodologie, anche se quella più utilizzata è senza dubbio la consultazione durante l’assemblea generale (80,7%). Questo strumento risulta tuttavia poco soddisfacente, in termini di coinvolgimento attivo e potere decisionale dei cittadini: i temi prevalenti di discussione sembrano quelli più propri della cooperativa di consumo e solo pochissime cooperative organizzano tavoli e momenti di incontro con la comunità (12,3%) o hanno organi preposti all’analisi della domanda e dei bisogni diversificati della comunità (7%). In modo interessante, tuttavia, queste politiche sono promosse più dalle cooperative di grandi dimensioni, forse per la loro maggiore capacità economica, o forse per un maggior investimento in strategie volte più a identificare l’andamento della domanda che ad intercettare bisogni collettivi eterogenei.

Quando si chiede invece se negli ultimi anni le cooperative abbiano realizzato iniziative specifiche per rispondere ai nuovi bisogni dei soci e della comunità, le cooperative si dividono a metà. Il 49,1% risponde affermativamente e nella maggioranza dei casi si tratta di cooperative di medio-grandi dimensioni; nessuna iniziativa è stata promossa dalle piccolissime cooperative, portando così a pensare che sia l’esiguità di risorse economiche ad influenzare la possibilità di investire concretamente in iniziative di coinvolgimento della comunità.

L’analisi delle tipologie degli interventi promossi permette poi di comprendere “che cosa” le cooperative di consumo intendano per “iniziative a favore della comunità”. Se a prevalere è il tema della solidarietà locale (dove il 37,3% già ha avviato iniziative in tal senso e un 15,3% è intenzionato a realizzarle in futuro) e vi è una quasi ovvia attenzione all’educazione al consumo consapevole (realizzata dal 30,5% e nei progetti futuri del 28,8% delle organizzazioni), una quota non marginale di cooperative monitora e coinvolge i soci-cittadini anche in iniziative su temi di welfare: la salute (realizzata dal 28,8% e prevista dal 23,7%) e la scuola (realizzata dal 22% e prevista dal 15,3%).

Tra le cooperative di consumo risulta quindi una prima presa di coscienza del fatto che la comunità vada coinvolta ed ascoltata anche sulle problematiche di attualità, non solo come momento formativo e culturale, ma possibilmente come sviluppo d’azione o quantomeno di riflessione futura.


Il rapporto con gli altri stakeholder e l’allargamento degli interessi

Per approfondire il rapporto tra cooperative di consumo e stakeholder, è utile analizzare anche gli elementi che permettono di identificare se la cooperativa persegue gli interessi della comunità di riferimento anche quando lo stakeholder non è direttamente coinvolto nella base sociale. In particolare, in una serie di sezioni del questionario, sono state indagate le relazioni con i singoli portatori di interesse e la visione degli stessi da parte delle cooperative.

In generale, le cooperative di consumo affermano che oltre all’ovvia volontà di dare priorità agli interessi dei soci (98,2%) e dei clienti in generale (84,2%), le politiche aziendali sono attente anche agli interessi e al benessere dei lavoratori (76,4%). Inoltre, nonostante sia emersa una frequente relazione con gli enti pubblici territoriali (il 56,6% delle intervistate si relaziona con pubbliche amministrazioni), i loro interessi vengono presi in considerazione nei momenti decisionali più rilevanti solamente dal 13,7% delle cooperative.

Dall’indagine emerge come le cooperative di consumo siano, a livello territoriale, importanti attori per l’occupazione ed il lavoro. Nel 2013 i dipendenti totali delle 76 cooperative di consumo attive nella provincia di Trento erano 1.845; 1.365 sono i dipendenti nelle cooperative campionate, per una media di 23 persone a cooperativa. L’impatto occupazionale è aumentato nel tempo e anche nel periodo della crisi l’occupazione è cresciuta da 1.211 dipendenti del 2006 ai 1.356 nel 2013. L’impatto occupazionale risulta significativo per le donne (59% dei lavoratori totali) ed anche per i giovani (ben il 20% ha meno di 30 anni), permettendo di garantire occupazione anche ai soggetti meno scolarizzati (il 70% dei lavoratori ha come titolo di studio la scuola dell’obbligo o la scuola professionale). L’occupazione è inoltre prevalentemente locale, con effetti sul già citato problema della decrescita demografica (il 61% dei lavoratori risiede nel comune in cui ha sede la cooperativa). La funzione sociale ricoperta dalle cooperative di consumo nei confronti dei propri lavoratori è esplicitata almeno parzialmente anche nel fatto che il 26% offre servizi connessi al welfare aziendale, ma soprattutto nella stabilità degli impeghi.

Un secondo elemento di attenzione alle ricadute sociali e al benessere della comunità è individuabile nella collaborazione in rete per lo sviluppo di progetti di interesse collettivo. Se la partecipazione delle cooperative di consumo a reti territoriali è abbastanza diffusa, prevale tuttavia l’adesione a consorzi (92%), mentre l’impatto della rete sulle dimensioni sociali è abbastanza contenuto (valore medio 4,07 | scala da 1 a 7), così come la rete non influenza le strategie delle cooperative (3,24). Sono abbastanza sviluppate, comunque, le reti e le relazionali delle cooperative di consumo con il comune (4,46) e con le associazioni e onlus locali (4,22) tale da far presumere che in futuro questi attori potrebbero essere coinvolti direttamente nella definizione di politiche più propriamente da impresa di comunità.

tabella2 Tabella 2: Aspetti per cui la cooperativa è conosciuta nel territorio [numero di cooperative / numero di abitanti; valori medi su scala da 1 a 7].

L’aspetto più interessante è tuttavia l’articolazione del rapporto tra cooperativa di consumo e comunità locale in senso lato (Tabella 2). Le cooperative affermano che gli elementi che le legano maggiormente alla comunità sono la storia e la tradizione (valore medio 5,79 | scala da 1 a 7), anche se la comunità vede nella cooperativa ancora essenzialmente un fornitore di buoni prodotti e servizi (5,72). La visibilità della cooperativa non è garantita in modo spiccato dalle attività sociali che essa promuove (4,2). Da osservare come le molte cooperative affermino che i propri soci-clienti e la propria comunità locale identificano la cooperativa come un soggetto in grado di dare risposta ai bisogni del territorio (5,2); ad affermarlo non sono solo le cooperative situate nei territori più piccoli o con meno soci (5,7) ma anche quelle dislocate in territori di medie dimensioni (5,9).

Il concetto di bisogno e di aiuto alla comunità locale qui riportato è, si tenga presente, soggettivo. L’81% delle cooperative di consumo lo identifica nell’offerta di beni a prezzi più vantaggiosi o nello sviluppo di occupazione; il coinvolgimento della comunità nella base sociale e negli organi decisionali è percepito come secondo elemento di attenzione (36,5%) e solo un quarto delle cooperative offre alla comunità anche servizi aggiuntivi e attività socio-culturali (Tabella 3).

tabella3 Tabella 3: Attività promosse dalle cooperative per cercare di essere vicine al territorio e alla comunità locale [numero di cooperative / numero di soci; valori percentuali].

I bisogni e le aspettative primari della comunità vengono identificate, dalle cooperative stesse, nell’offerta di beni e servizi di qualità (85%); ciò può spiegare il fatto che le attività della cooperativa nei confronti della comunità siano concentrate prevalentemente sul servizio cardine offerto dalla cooperativa. Tuttavia il 25% delle cooperative ritengono che la comunità locale richieda loro di soddisfare anche nuovi bisogni e nuova domanda emergente. Ad affermare di soddisfare maggiormente i vari bisogni della comunità sono soprattutto le cooperative più piccole (con numero di soci è inferiore a 250) e dislocate in zone con pochi abitanti, dove si pensa di poter generare esternalità positive per il proprio territorio e un significativo miglioramento della qualità di vita (Tabella 4). Nonostante siano autovalutazioni, queste cooperative di consumo si percepiscono come istituzioni con un forte ruolo sociale a favore della comunità e del suo benessere.

tabella4 Tabella 4: La capacità di soddisfacimento dei bisogni della comunità locale – autovalutazioni [numero di cooperative / numero di soci; valori medi su scala da 1 a 10].

A sottolineare ulteriormente queste affermazioni sono le dichiarazioni su quanto realizzato a favore della comunità di riferimento. Abbastanza buona è la percezione di aver migliorato la qualità della vita del proprio territorio e sembra che ciò abbia avuto come conseguenza anche un certo sviluppo del senso di comunità. E’ vero tuttavia che le cooperative non credono di essere state in grado di influenzare ancora un vero e proprio processo di empowerment dei cittadini e lo sviluppo di comportamenti proattivi nella società.

tabella5 Tabella 5: Prospettive di realizzazione di maggiori attività sociali per territorio di riferimento [numero di cooperative / numero di abitanti; valori percentuali].

Rispetto al futuro (Tabella 5) le cooperative oggetto di indagine hanno affermato di voler investire, nei prossimi anni, in attività di tipo sociale e con ricadute sul territorio, nello specifico offrendo nuovi servizi per la comunità (46,4%) e sensibilizzando maggiormente su temi della solidarietà (23,2%). Va comunque osservato che questa attenzione sociale crescente sembra essere più presente nelle cooperative di medio-grandi dimensioni che non nelle piccole.

Sara Depedri Euricse - Università degli Studi di Trento

Stefania Turri Euricse