DICEMBRE 2016
 

Forum Impresa Sociale

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Finanziare l’impresa sociale: strumenti, soggetti, risultati

4 risposte
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moderatore: Paolo Venturi
3 post
3 Anni 7 Mesi fa
La finanza gioca un ruolo sempre più rilevante nel campo dell’imprenditoria sociale. Alle tradizionali fonti di finanziamento, si sono recentemente affiancate modalità varie ed innovative, appartenenti in particolare al novero degli strumenti finanziari di natura privata: dall’impact investing e i social impact bond al social venture capital e alla venture philanthropy, piuttosto che il microcredito, la microfinanza o il crowdfunding. Per la promozione delle imprese sociali è dunque fondamentale riuscire a creare un ecosistema finanziario, inteso come mix di soggetti e strumenti che accompagnino le realtà dell’imprenditorialità sociale in tutte le fasi della loro vita e soddisfando le diverse necessità finanziare che queste possono riscontrare. La discussione nel Forum di Impresa Sociale ha l’obiettivo di esplorare questo ricco e variegato ecosistema attingendo ad esperienze nazionali ed internazionali grazie alle quali mettere in luce le condizioni per un matching efficace tra un’offerta di risorse sempre più consistente e articolata (tra grant, debt ed equity) e una domanda chiamata ad evolvere verso forme di investimento che crescono sia per dimensione che per contenuto di innovazione e impatto generato.
Paola
1 post
3 Anni 5 Mesi fa
Forse è un paradosso, però credo che il tema del finanziamento all’impresa sociale sia interessante non solo per la questione in sé – l’ammontare e il costo del denaro – ma per le implicazioni che riguardano due temi in particolare. Il primo ha a che fare con i servizi di consulenza che accompagnano le imprese sociali ad un utilizzo efficace delle risorse finanziarie, in termini sia di impatto economico che sociale. Mi sembra che ci sia molto da fare da questo punto di vista, perché in Italia manca, o non è così strutturato come in altri paesi, un mercato di consulting per l’impresa sociale. E così succederà che ad occuparsene saranno gli stessi finanziatori che incorporeranno queste attività come quota parte del finanziamento. Il secondo tema, più generale, riguarda l’influenza sullo sviluppo del settore esercitata dalla finanza sociale. Il “peso” di vecchi e nuovi soggetti finanziari andrà misurato non solo in termini di massa economica investita, ma anche di contributo all’affermazione di una nuova cultura dell’impresa sociale. Si tratta infatti di attori che alimentano la loro strategia attingendo a contesti scientifico culturali e in senso lato ideologici che non so quanto siano in linea con quanto elaborato fino ad oggi da imprese sociali imbevute di cultura nonprofit. Ciò non è male di per sé, anzi può trattarsi di una buona occasione per una contaminazione positiva. Però occorre una maggiore consapevolezza e chiarezza delle posizioni in campo. “Sfocare i confini”, come suggeriva un bel saggio pubblicato su questa rivista, può avere anche delle controindicazioni.
Franco
1 post
3 Anni 4 Mesi fa
Parliamoci chiaramente: la cosiddetta finanza a impatto sociale non è altro che il cavallo di Troia usato dall’economia capitalistica per sbarcare in grande stile nell’ambito sociale. C’è una precisa ideologia che sostiene questo approccio elaborata nelle migliori business school e ispirata a parole chiave come “valore condiviso” e a modelli gestionali come la double bottom line. Ma soprattutto c’è una gran massa di denaro alla ricerca di investimenti a basso rischio e buoni margini di remunerazione come la sanità, l’assistenza, l’istruzione. Insomma il campo della produzione sociale. Il nonprofit e l’impresa sociale hanno avuto molto tempo a disposizione per elaborare proprie strategie e dotarsi degli strumenti più adeguati, ma non sono sicuro che le esperienze fin qui realizzate siano effettivamente in grado di interloquire alla pari con questi nuovi soggetti. Vedo quindi due possibili derive. La prima è la colonizzazione da parte del capitalismo sociale e la seconda è la sindrome da “fort Alamo”, ovvero rinchiudersi nella propria nicchia per salvaguardare una presunta “purezza” del nonprofit. Onestamente non so cosa sia peggio…
moderatore: Paolo Venturi
3 post
3 Anni 7 Mesi fa
La provocazione è centrata, ma occorre fare un passo in avanti.
Un passo in avanti e partendo da una ipotesi positiva. La finanza attiene alle categorie dei "mezzi" e non dei "fini"; credo quindi che la nascente impresa sociale debba guardare alla finanza come un'opportunità per costruire una nuovo ciclo di innovazione sociale in quei settore meno presidiati dalla Stato ( Sanità, Cultura, ecc) che necessitano di leve finanziarie, pena l'impossibilità di accedervi.
La prima sfida è dentro al sistema, riorientando e modificando gli strumenti finanziari del sistema cooperativo; la seconda va giocata al di fuori, selezionando capitali pazienti, risorse di investitori istituzionali e costruendo nuovi soggetti comunitari capaci di catalizzare risorse private.
Andrea Vecci
2 post
3 Anni 4 Mesi fa
Sono in molti a pensarla come indica Franco e cioè che l'industria della finanza, la cui credibilità cola a picco ad ogni bolla o crisi speculativa, abbia bisogno di acquisire dal terzo settore l'alone di eticità per veicolare nuovi prodotti con il doppio effetto di green washing tattico e fare, un po' meno, profitto. A seconda dell'acutezza dell'osservatore critico, però, questo retro pensiero possiamo applicarlo a prodotti finanziari già in circolazione senza bisogno di zavorrarlo fin da subito sull'impact investing.
A proposito dei rischi e delle remunerazioni le cose non stanno proprio così, bassi i primi e buone le seconde, lo dimostrano le analisi pre-impact che si stanno conducendo in India e nel Sud-Est Asiatico.
Ad esempio l'enorme lavoro fatto sull'housing sociale in India da Monitor (giovane società di consulenza finanziaria indiana comprata da Deloitte - tutto il loro sapere non è più disponibile on-line dopo l'acquisizione) ci dice che il livello di rischio per l'investitore sociale (chiamiamolo così per intenderci) è del 15% a fronte di una remunerazione in dieci anni stimata tra 1% e il 2%. E' il dato di remunerazione medio su un investimento che prevede comunque il 25% di quota in equity e il 75% a debito. 
Tutti credono, infatti, che ci sia effettivamente una grande quantità di fondi privati disponibili ad un investimento con impatto sociale e questo, però, può portare a conseguenze che non credo siano negative, ma semplicemente naturali: 1) se non si costruiscono investimenti sociali ad hoc in tempi rapidi, i fondi si smobilitano perché non possono restare disinvestiti. Questo avrebbe l'effetto di una riduzione precoce delle aspettative di creare una vera e propria industry di impact investing; 2) pur di soddisfare le aspettative degli investitori, qualche operatore meno prudente di altri immetterà sul mercato investimenti sballati "sputtanando" (termine tecnico) la nascente o sedicente tale industry dell'impact investing.
Poco male, tutti dicono di conoscere le aspettative ma nessuno è in grado di stimare la dimensione reale di questa industria, lo scopriremo solo vivendo.
Mi piace molto l'impostazione sistemica che dà Paolo perché la condivido e rafforza la mia idea che gli investimenti sociali, in realtà, siano ad altissimo rischio, principalmente perché occorre condividerne non solo il valore (shared value) ma anche la responsabilità. Intendo qui la necessità per l'impresa sociale o il "soggetto comunitario" di dover internalizzare costi che per le industrie classiche sono di tipo ecosistemico (le pre-condizioni, le infrastrutture, la creazione del mercato). Questo aspetto di interesse comunitario include, quindi, un rilievo non banale per l'impresa sociale e per i finanziatori che riesce a coinvolgere e cioè che non è più possibile considerare il pubblico o l'istituzione un ente terzo, un certificatore o regolatore, ma profondamente coinvolto in un processo di innovazione di cui è anch'esso oggetto. Penso ai temi citati della scuola o della sanità.
E' evidente, per riprendere anche i concetti di Paola, che la sfida culturale a cui l'impresa sociale deve associare sia l'evoluzione delle forme di finanziamento, sia l'evoluzione del rapporto col pubblico, non si gioca solo sulle ottime società di consulenza. Non c'è bisogno, infatti, di intermediazione per un lavoro culturale sulla dimensione antropologica dell'imprenditorialità da condividere con il pubblico (istituzione e comunità) e con i finanziatori: un sistema tecnico-sociale-economico aperto, un ecosistema, facendone un tema identitario.
P.S. temevo che Deloitte censurasse il sito di Monitor, così a tempo debito mi sono scaricato tutti i 30 paper fatti fino ad oggi dal team indiano. #sapevatelo