DICEMBRE 2016
 

Forum Impresa Sociale

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Far ripartire la norma. Proposte per modificare, migliorandola, la legge sull’impresa sociale

5 risposte
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moderatore: Flaviano Zandonai
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3 Anni 9 Mesi fa
Dopo un lungo periodo di stasi - se non di disinteresse - si è riaperto il dibattito intorno alla legge sull’impresa sociale (legge n. 118/05 e successivi decreti). Diverse iniziative - l'emendamento inserito e poi ritirato nella legge di stabilità 2013 sul vincolo non profit e la proposta del deputato Luigi Bobba sui settori di attività e gli incenti all'occupazione - hanno  proposto modifiche con l’obiettivo di rilanciare una norma che fin qui non ha ottenuto un grande successo, soprattutto se commisurato al potenziale di imprenditoria sociale ancora inespresso nel nostro Paese. Secondo i dati pubblicati nel più recente Rapporto sull'impresa sociale di Iris Network, infatti, sia in ambito non profit che in alcune iniziative for profit è possibile rinvenire i tipici caratteri di un'imprenditoria volta a realizzare un impatto sociale consistente e durevole, a favore di una pluralità di portatori di interesse.

Il Forum ha l’obiettivo di mettere a confronto le diverse posizioni per verificare se esistono elementi comuni di modifica della legge che possano essere sottoposti al nuovo legislatore nazionale. Le domande intorno a cui articolare il confronto sono le seguenti:
- quali sono i motivi che fin qui hanno limitato l'impatto della normativa?
- la legge sull'impresa sociale può essere migliorata attraverso modifiche incremetali o è necessaria una revisione radicale sulla base di un nuovo testo?
- su quali temi specifici si dovrebbe concentrare l'attenzione del legislatore per sostenere, attraverso una norma adeguata, una nuova stagione di sviluppo dell'impresa sociale?
- infine quali altre iniziative di policy sono necessarie per migliorare l'efficacia della norma nel regolare e promuovere l'imprenditoria sociale?

Tutti possono intervenire al Forum di Impresa Sociale. E' sufficiente loggarsi seguendo le procedure indicate. Grazie fin d'ora a chi vorrà contribuire anche segnalando nuovi argomenti di discussione e miglioramenti della piattaforma.
Paolo Pozzani
1 post
3 Anni 9 Mesi fa
Non sono sicuro che sia opportuna una revisione radicale della vigente norma sull'impresa sociale. Credo più immediatamente utile (visti i tempi difficili e... i tempi parlamentari) e praticabile un suo miglioramento incrementale. La norma è stata varata e sperimentata, e ora possiamo dire che la sua popolarità è stata ed è di gran lunga inferiore alle attese. Si tratta quindi di riflettere su cosa, probabilmente, non ha funzionato e, di questo, quale "difetto" o limite ha avuto il peso maggiore. Personalmente ritengo interessante chiedersi se non siano oggi eccessivi i vincoli che limitano o meglio impediscono l'accesso di investimenti privati alle imprese sociali, e, a ciò connesso, i non meni stringenti vincoli ed impedimenti alla di distribuzione degli utili. Non so se mi iscrivo a qualche "scuola di pensiero" nel dire questo (alludo ad un recente contributo su Vita.it) ma mi sembra che i tempi siano maturi per tirar giù qualche barriera o compartimento stagno. Del resto, la stessa nascita dell'impresa sociale ha voluto segnare un momento di discontinuità nella tradizione della rigida bipartizione profit-non profit. E a ciò si aggiunga quanto di nuovo si muove nel mondo dell'impresa profit, con un'evidente nuova disponibilità a muovere in direzione del sostenibile, del responsabile, del sociale appunto.  Insomma, modificare il decreto 155 nel senso di aumentare l'appeal dell'impresa sociale nei confronti degli investimenti privati, e garantire spazi di flessibilità al ritorno degli utili. Certo, questo potrebbe, o dovrebbe, avere qualche conseguenza a livello di governance interna ed anche nella stessa conduzione tecnico-manageriale dell'impresa, ma non è detto che questo rischio diventi un male. Potrebbero anche derivarne maggiori e più competenti capacità di direzione. O favorire comunque un utilissimo interscambio fra cultura profit e cultura non profit. Ci sarebbe forse da temere un troppo forte potere concorrenziale nei confronti delle forme più saldamente radicate nel terzo settore, cooperative sociali in primis? Non dico di no, ma ritengo più probabile che chi vorrà restare nell'alveo del non profit più pieno potrà continuare a farlo senza soffrirne importanti conseguenza, continuando a presidiare territori e bisogni che vi si attagliano particolarmente. Mi piace soprattutto pensare che in questo modo sarà gradualmente di molto chiarita una situazione che oggi vede convivere sotto la comune egida di "cooperazione sociale" entità di fatto molto diverse per potenza e dimensione organizzativa: la grande impresa cooperativa sociale regionale e super-regionale, e le piccole cooperative a livello di territorio locale. Sono queste ultime, secondo me, che vanno particolarmente capite, protette, garantite nei loro fondamentali ambiti di azione e di agenti di coesione sociale. GRAZIE PER L'OSPITALITA' .
giuseppe guerini
1 post
3 Anni 9 Mesi fa
Giuseppe Guerini presidente Federsolidarietà Confcooperative

La legge sull’impresa sociale è la sola iniziativa di legge popolare approvata dal Parlamento Italiano dal ’45 oggi. Una legge di cui si è dibattuto molto a  lungo prima che venisse approvata, nel 2006  e di cui si è continuato a discutere fino ad oggi. Una legge che anche nell'origine sembrava interpretare quello specifico sentimento di partecipazione e di civismo che é uno dei tratti caratteristici dell'Imprenditoria sociale. Forse anche per questo l'implementazione e lo sviluppo delle imprese sociali  sconta invece più di una difficoltà, anche se occorre riconoscere che in Italia esistono ed operano oltre 10.000 Cooperative sociali che son a tutti gli effetti imprese sociali, oltre a diverse esperienze sviluppate, come la legge, dall'iniziativa diretta di cittadini e associazioni nel territorio. 

Da qualche tempo è in gran voga parlare delle cinquecento circa start up create con la legge del appena passato ministro dello sviluppo economico.
Un gran risultato? Forse sul piano della comunicazione e della frenesia da “social network innovation”. Ma nel frattempo, da quella stessa base da cui sono venute tante delle firme per la legge di iniziativa popolare, hanno continuato a nascere cooperative sociali, silenziosamente e senza baldanza, operano e si aggregano, ai consorzi alle reti delle comunità locali, ma anche alle associazioni di rappresentanza. Nei primi quattro mesi del 2013 sono state 150 le cooperative sociali che hanno aderito a Federsolidarietà Confcooperative. A dimostrazione che fare impresa sociale é possibile, attuale ed efficace, anche  se attraverso uno strumento imprenditoriale e societario antico e spesso snobbato dai tanti innovatori in cerca di un "impresa sociale che non c'è", spesso protesi a ricercare  le cause per un "insuccesso" della legge sull'Impresa sociale, senza vedere che i risultati e i successi delle imprese sociali si dispiegano e realizzano quotidianamente nei fatti.

Ecco allora svilupparsi di volta in volta dibattiti e proposte concentrate sull'eliminazione del divieto di distribuire utili, sulla necessità di  introdurre sgravi e benefici, sulla ridefinizione degli oggetti e dei perimetri di operatività o sui potenziali lavoratori svantaggiati da occupare nelle imprese sociali. 
Così è stato per l'emendamento presentato alla legge di stabilità 2013, che proponeva di cassare questo il vincolo alla redistribuzione degli utili, previsto dalla normativa vigente sull'Impresa Sociale. Se approvato, l'emendamento nella formulazioni proposta, avrebbe determinato la sostanziale equiparazione delle imprese sociali a tutte le altre imprese. In pratica, non fissando un tetto alla remunerazione avrebbe favorito la speculazione individuale: un investimento si sarebbe potuto remunerare al 100% del suo valore attingendo al 50% dell’utile distribuibile. Questa modifica, non avrebbe favorito la nascita di imprese sociali originate dal terzo settore italiano, dalle associazioni di promozione sociale, dal volontariato, che fino ad oggi non hanno dato vita a Imprese sociali non certo perché la distribuzione di utili sarebbe stata soggetta a limitazioni. Il principale risultato sarebbe stato invece quello di promuovere la finanziarizzazione dell’impresa sociale, e quindi aprire la strada agli investitori che "stanchi di speculare" sul mercato ordinario si preparano a differenziare nei settori a basso profitto ma a rendita certa, rifacendosi magari anche un po la coscienza macchiata dalle devastazioni su derivati e speculazioni su debiti sovrani.
Non credo infatti a quanti hanno sostenuto che, questa misura, fosse mirata a consentire di capitalizzare l’impresa sociale, in quanto a questo scopo può già servire la possibilità di remunerare gli strumenti finanziari non istituzionali sino a 5 punti percentuali superiori al tasso ufficiale di riferimento, operazione che la legge vigente consente, tradotta in cifre oggi corrisponde al 5%, quindi potrebbe portare ad una remunerazione pari al 10% non è poco. Anzi chiedo a quanti investitori riescano a garantire remunerazioni di capitale investito a questi livelli!
Inoltre, sempre per tornare alla storia e all'esperienza concreta, molte cooperative sociali nate con poche decine di euro di capitale sociale, hanno col tempo e con il meccanismo delle risorse obbligatorie e indivisibile accumulato capitale e patrimonio che oggi consente loro di investire e crescere. Per fare un esempio concreto, la cooperativa sociale Ecosviluppo, che si occupa di inserimento lavorativo realizzare sevizi di igiene urbana, fondata da un gruppo di soci con 25 € di capitale ciascuno, in 17 anni di storia oltre a occupare 130 lavoratori di cui 30 svantaggiati (ma avendone inseriti in questi anni oltre 300) vanta un patrimonio netto di 2,9 milioni di euro' fa investimenti continui in tecnologia e mezzi, oltre che in capitale umano e opera in un mercato fortemente competitivo in condizioni di mercato. A dimostrazione che vincolare gli utili a riserva si patrimonio, limitando significativamente la distribuzione di utili, é uno strumento potente di sviluppo e crescita dell'impresa!

Tornando alla legge, mi chiedo: siamo proprio così sicuri, come qualcuno sostiene, che la legge sull’impresa sociale non prevede incentivi? Lasciando da parte gli incentivi di ordine “reputazionale”, occorre pur  dire chiaramente che, ad esempio, la possibilità di avere volontari è un incentivo non da poco. Per le imprese ordinarie ovviamente questo non è possibile. 
Certo se si sapesse cogliere a pieno l’importanza di un modello di impresa multistakeholder, capace di valorizzare le specificità del volontariato, si potrebbe si dare impulso allo sviluppo dell'impresa sociale. Pensiamo ad esempio a quale potenziale potrebbe rappresentare per le organizzazioni di volontariato, che non possono partecipare agli appalti pubblici, se iniziassero a promuovere "spin off" di imprese sociali.  Certo inizialmente ci sarebbe qualche complicazione e qualche costo aggiuntivo, ma in termini di prospettiva sia il terzo settore, sia le comunità locali e il Paese me trarrebbero giovamento. Anche in termini di maggiore trasparenza e di regolazione del mercato. 
Rispetto alla mancanza di incentivi fiscali per SPA e SRL in forma di impresa sociale, che è una delle ragioni, secondo alcuni commentatori, per le quali non si sono sviluppare le imprese sociali, è utile ricordare che, le agevolazioni fiscali, sono state escluse dal Parlamento nel 2006 mentre erano previste dal disegno di legge originario. Tuttavia sembrerebbe proprio  che, al di la dei risultati di questi anni, associazioni e movimenti, che avrebbero dovuto essere il principale "bacino di estrazione" di nuove imprese sociali,  non abbiano interesse ad assumere la qualifica, sobbarcandosi ulteriori obblighi, e in fondo quindi preferiscano le formulazione un po’ambigua delle"attività commerciali" complementari e non rilevanti, che a fianco della mancanza di obbligatorietà di deposito pubblico dei bilanci concede maggiori ambiti di manovra sia sul piano economico, sia su quello amministrativo. 
Per questo sono convito che  sia necessario chiarire e valorizzare al meglio l’articolazione delle attività a rilevanza economica e imprenditoriali che il terzo settore ha realizzato in questi anni. Così come sono convinto che il terzo settore non potrà eludere all’infinito la necessità di regolare l’attività economica esercitata da molte organizzazioni, ma che rimane regolamentata da una legislazione rimasta ancorata al secolo scorso, per questo si fa sempre più evidente l'esigenza di realizzare la riforma del Libro I del Codice civile.

Per arrivare ad alcune proposte, partiamo dalla necessità di armonizzare i benefici di legge riconosciuti alle diverse forme di impresa sociale. Si potrebbe estendere alle imprese sociali costituite in forma di società di persone e di capitali la possibilità di esser riconosciute quali Onlus, come previsto per le cooperative sociali, ovvero continuando ad applicare il regime fiscale tipico della forma giuridica prescelta? Dovrebbe essere possibile, in armonia con il regime delle Onlus, sono in alcuni settori e negli altri (sanità, istruzione, formazione, promozione della cultura) solo a condizioni che i servizi siano rivolti a persone che versano in condizioni  di svantaggio.
Alcune misure invece non hanno alcun costo. Ad esempio gli enti pubblici potrebbero prevedere nei bandi 5 -10 punti ai partecipanti che hanno assunto la qualifica di impresa sociale. Sono organizzazioni più controllate, che fanno il bilancio sociale e perseguono finalità di interesse collettivo generale. E’ possibile premiarle rimanendo perfettamente coerenti alla normativa europea sugli appalti. 
Si potrebbe inoltre prevedere il riconoscimento di priorità nei finanziamenti alle organizzazioni che assumono la qualifica di impresa sociale. 
Si potrebbe consentire a imprese sociali di ottenere in affidamento beni culturali e ambientali pubblici, fra i tanti non aperti al pubblico, per rimetterli a disposizione di cittadini e visitatori, così che  proprio con una gestione impostata in modo imprenditoriale diventino fattori di sviluppo locale e occasioni di occupazione qualificata. 
Ma sono convinto che per il rilancio della legge sull’impresa sociale sia necessario ripartire da ciò che ancora manca: in primo luogo una strategia politica che deve partire dai bisogni dei cittadini.
Ad esempio su tutti i servizi pubblici dalla sanità che deve affrontare le sfide della non autosufficienza, alla gestione delle infrastrutture materiali: dall’acqua all’enorme patrimonio di beni culturali del Paese.
Nella gestione dei servizi pubblici locali si può utilizzare lo strumento imprese sociale già in molti settori. Negli ultimi 5 anni si sono affastellate in maniera disordinata tre riforme dei servizi pubblici locali, un referendum abrogativo e una sentenza della Corte Costituzionale che potremmo definire tombale perché ha bocciato l’intervento del legislatore. I beni comuni si tutelano se si fanno convergere portatori di interesse diversi in un contesto di partecipazione democratica: una cooperativa o un impresa sociale multistakeholder, dove ci siano utenti come soci, dove sia possibile una partecipazione significativa della comunità locale rappresentata ad esempio dai comuni di riferimento.  
Così come per parlare efficacemente di sviluppo di PMI, a livello nazionale e comunitario, è necessario avere delle politiche industriali, allo stesso modo non possiamo parlare di sviluppo di impresa sociale se non ci dotiamo di una piano di "politiche per i beni comuni e beni collettivi". Forse è proprio nel a mancanza di un disegno per una politica dei beni comuni che risiede il principale e più difficile ostacolo per lo sviluppo delle imprese sociali e non nei limiti della specifica legislazione sull'Impresa sociale.
Davide Vassallo
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3 Anni 9 Mesi fa
Le imprese sociali lavorano in settori caratterizzati da scarsa marginalità potenziale: il combinato caratteristico dell’attuale legge, impossibilità di distribuire gli utili e assenza di incentivi fiscali, rende scarsamente attrattiva la qualifica di IS ex l.155/06.
Il risultato è quello, perfettamente illustrato dai numeri dei post precedenti, del mantenimento di scelte tradizionali: società profit che lavorano in settori sociali o cooperative sociali.
Lavorando quotidianamente con queste ultime noto gli effetti di tale polarizzazione: esistono cooperative sociali nelle quali si nota una mancanza di requisiti significativi non tanto rispetto all’attributo “sociale” (sono imprese che lavorano in settori riconosciuti e con chiare ricadute sociali) quanto al sostantivo “cooperativa”.
Ora, io ritengo, dar vita ad una cooperativa comporta scelte nella conduzione imprenditoriale cui non intendo attribuire valenza morale maggiore rispetto ad altre opzioni ma che, certo, non sono scelte leggere e alla portata di chiunque.
In altre parole: non è da tutti fondare una Cooperativa sociale e, al contempo, è un peccato che per chi intenda operare nel campo sociale (garantendosi un minimo verso marginalità di solito basse) non ci siano oggi alternative societarie.
Tra la strada di una possibile distribuzione di utili e quella di incentivi fiscali, io preferirei la seconda ipotesi (magari graduale e flessibile a seconda di settori di attività e di percentuali di persone svantaggiate impiegate…).
Mi sembra che, per tale via, si possa anche favorire l’accesso all’imprenditorialità a  realtà dell’associazionismo (come le Associazioni di Promozione Sociale e gli Enti non commerciali di tipo associativo) che rischierebbero di non poter utilizzare, per incompatibilità statutarie e civilistiche, una forma di impresa (anche low) profit.
Luigi Bobba
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3 Anni 7 Mesi fa
La modifica della normativa sull’impresa sociale rappresenta una priorità del mio mandato parlamentare. Nella scorsa legislatura ho preparato un ddl di modifica che ho ripresentato nel marzo scorso. I punti salienti sono i seguenti: allargamento dei settori di attività in cui possono operare le imprese sociali comprendendo ambiti chiave della produzione sociale come il commercio equo e solidale e il social housing; introduzione di agevolazioni per neoassunti under 30 grazie a sgravi sui contributi equiparati a quelli dell’apprendistato; introduzione di agevolazioni fiscali sia su imposte nazionali che su tributi locali; - previsione di un ruolo strumentale delle imprese sociali nel salvataggio di aziende in crisi; facilitazione nei contratti con la pubblica Amministrazione, in particolare per quanto riguarda le clausole di inserimento lavorativo di persone disabili e svantaggiate; - destinazione di quote del patrimonio immobiliare pubblico - che sarà devoluto dallo Stato ai Comuni - a favore di queste imprese. Queste modifiche alla legge del 2005 sono  destinate a sbloccare il potenziale di una legge che ha ben definito il fenomeno ma che si è fin qui caratterizzata per l’assenza di incentivi mirati. Inoltre credo che queste proposte siano funzionali a sostenere due particolari vocazioni dell’impresa sociale in questa difficile fase storica. La prima come strumento per un esercizio ampio e diversificato dell’attività d’impresa, soprattutto per quei giovani che decidono di costruire il loro percorso professionale intraprendendo non solo in campi a elevato contenuto di innovazione tecnologica, ma anche di innovazione sociale. La seconda vocazione dell’impresa sociale consiste nel rafforzare la sua capacità produttiva di beni e di servizi di interesse collettivo sia nei settori più consolidati come il welfare sociale e l’inclusione lavorativa, sia in nuovi ambiti dove si ravvisano ancora consistenti margini di sviluppo di queste imprese a fronte di bisogni insoddisfatti e di una domanda che, seppur in modo molto disomogeneo, è in grado di mobilitare risorse per essere solvibile. Il tutto considerando che l’imprenditoria sociale non è un fenomeno che nasce da zero, ma può contare sul consistente “zoccolo duro” della cooperazione sociale. A tal proposito, il disegno di legge prevede di favorire l’iscrizione delle cooperative sociali nella sezione del Registro Imprese dedicata alle imprese sociali, generando così un “effetto traino” su un più ampio spettro di organizzazioni principalmente di tipo non lucrativo verso l’impresa sociale.
Luigi Bobba, parlamentare
Carlo Borzaga
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3 Anni 7 Mesi fa
La legge sull’impresa sociale non è perfetta, tutt’altro. Specie se la si usa per fare cose per le quali non è stata pensata come, ad esempio, i salvataggi di imprese in crisi, a meno che non operino nei settori previsti dalla legge stessa. C’è comunque abbastanza riflessione scientifica sui limiti della legge. Se il Parlamento e il Governo fossero veramente attenti alla questione, basterebbe poco per introdurre le modifiche necessarie a migliorarla. Quattro sono, a mio avviso, le modifiche essenziali per migliorare decisamente la legge. In primo luogo prevedere all’articolo 1 che “sono” e non “possono essere” imprese sociali tutte quelle che organizzazioni che, nei fatti, presentano caratteristiche assimilabili alla definizione: private, non lucrative, in grado di coinvolgere diversi stakeholder, orientate alla rendicontazione sociale, attive in settori ad elevato valore sociale. In secondo luogo è necessario modificare il vincolo alla distribuzione di utili da totale a parziale e introdurre invece un vincolo totale sul patrimonio. La finalità vera del vincolo non è limitare la distribuzione degli utili correnti, ma vincolare la distribuzione del patrimonio (l’impresa diventa non vendibile e quindi patrimonio comune). Questo giustificherebbe anche eventuali benefici fiscali e sostegni agli investimenti; occorre in altri termini riprendere la legge Basevi sulle cooperative. In terzo luogo è necessario eliminare l’indicazione dei settori di intervento ammessi e istituire presso autorità di garanzia (come potrebbero essere le Camere di Commercio) un “test di socialità” sul modello inglese delle Community Interest Company. Infine è necessario dichiarare le imprese sociali Onlus di diritto, con relativi benefici fiscali peraltro limitati alla detassazione degli utili non distribuiti, alle donazioni, all’imposta di registro e, in alcune regioni, a parte dell’Irap. Tale equiparazione è giustificata dalla finalità sociale (esternalità) e dal vincolo di distribuzione ed eliminerebbe le differenze di trattamento con le altre organizzazioni non profit di carattere produttivo.