SETTEMBRE 2017
 
Datemi una leva... Nuovi strumenti di filantropia e finanza per il sociale

Datemi una leva... Nuovi strumenti di filantropia e finanza per il sociale

Abstract

Il paper commenta un recente contributo di Lester Salamon sulla “nuova filantropia”, intesa con un’accezione ampia che descrive nuovi sviluppi e cambiamenti radicali (Salamon, 2014a). Oggi questo settore vede un’evoluzione sostanziale, e globale, che copre un ampio spettro di temi e “buzzwords”, come il settore sociale e i suoi sottoinsiemi (terzo settore e nonprofit), imprenditoria sociale, investimenti e misure d’impatto. L’opera si focalizza sulle nuove forme di filantropia-e-finanza, che combinano forze eterogenee (per tipo e settore di attività, forma giuridica, valori), che sembrano collidere ma che producono invece un tutto armonico e più avanzato (yin-yiang deals).

Questo contributo ha l’obiettivo di inquadrare alcune tematiche fondamentali (nuovi attori e nuovi strumenti, ruolo attuale e futuro rispetto al contesto italiano ed europeo) aggiornando il quadro grazie a importanti e recenti esperienze, quali ad esempio la Task Force istituita dal G8 sull’investimento d’impatto, la Social Business Initiative e la direttiva EuSEF.


This short paper deals with a recent contribution by Lester Salamon on the “new philanthropy” in a broader sense, describing new developments and radical changes (Salamon, 2014a). Nowadays this field is going through a substantial and global evolution that covers a wide spectrum of themes and buzzwords, such as social sector and its sub-sectors, namely the Third Sector and nonprofit, social entrepreneurship, investments and impact measures. The book focuses on the new forms of philanthropy-and-finance, which combine heterogeneous resources (depending on type and sector of activity, legal status, values, etc.) that seem to be conflicting, but that actually produce a harmonious and even more advanced whole (yin-yang deals).

This review aims at identifying the essential issues, like new actors and new tools, the present and future role within the Italian context and the European one, thus updating the framework thanks to recent relevant experiences, such as the G8 Task Force regarding impact investing, the Social Business Initiative and the EuSEF directive.

 

Introduzione

Il recente contributo di Lester Salamon sulla “nuova filantropia” (Salamon, 2014a) copre un ampio spettro di argomenti: il settore sociale e i suoi sottoinsiemi (terzo settore e nonprofit), l’investimento e le misure d’impatto, la filantropia e le sue evoluzioni. L’opera si focalizza sulle nuove forme di filantropia-e-finanza, che combinano forze eterogenee (per tipo e settore di attività, forma giuridica, valori), che sembrano collidere ma che producono invece un tutto armonico e più avanzato (yin-yiang deals).

Questo saggio intende fornire; 1) un ampliamento alla descrizione della realtà italiana (l’originale di Salamon è piuttosto USA-centrico, riporta pochi casi italiani e poco considera le dinamiche a livello europeo, come la Social Business Initiative e la direttiva EuSEF) (Zandonai, 2013); 2) un aggiornamento sullo “stato dell’arte”, in particolare per quanto riguarda il lavoro della Task Force sull’investimento d’impatto (Social Impact Investment Task Force, 2014a); 3) un contributo critico al dibattito e in lingua italiana.

Il prossimo paragrafo inquadra alcuni temi generali e propone una lettura complessiva. I successivi riguardano nuovi attori, nuovi strumenti, trend che giustificano le novità nel settore sociale e aiutano a giudicarne la probabilità di permanenza, difficoltà delle res novae, direzioni future, con qualche conclusione. I paragrafi replicano la struttura dei capitoli di Salamon (Salamon, 2014a), con commenti critici che riportano al contesto italiano.

 

Temi generali e una lettura dello sviluppo del settore sociale

Il core del cambiamento è descritto dal movimento della filantropia contemporanea “oltre”: oltre le erogazioni, con lo sviluppo di strumenti finanziari; oltre le fondazioni, con altri attori; oltre i lasciti, con la creazione di fondi d’investimento e la conversione di cespiti pubblici; oltre il cash, con la possibilità di donare lavoro, tempo o beni. Questi sviluppi sono resi possibili dall’uso della leva finanziaria, che moltiplica un ammontare limitato di risorse a titolo definitivo, permettendo loro di raggiungere risultati più ampi. La conseguenza è che la “nuova filantropia” è diversificata, globale, collaborativa, ma soprattutto più imprenditoriale; prevede la misura dei risultati, economici oltre che sociali. “L’orientamento è all’investimento, sostenibile nel tempo e perciò capace di apportare soluzioni permanenti ai problemi” (Salamon, 2014a).

La definizione di filantropia di Salamon (Salamon, 2014a) è la seguente: “una fornitura di risorse private per scopi sociali o ambientali”.1 Sottolineamo alcuni aspetti rilevanti della definizione. In primis, “risorse” può significare denaro, ma anche lavoro, consulenza etc.; la filantropia può essere esercitata da attori non-standard - come le imprese - e non in denaro - quindi non necessariamente attraverso una fondazione, definita come un patrimonio destinato ad uno scopo. Inoltre prevalgono gli scopi sociali (ambientali, culturali, etc.) rispetto alla forma giuridica del beneficiario, che potrebbe anche essere for profit, low profit, individuale o ibrido, purché in grado di esercitare un impatto sociale. Osserviamo che questo approccio è stato fatto proprio dalla Commissione Europea che, nella Social Business Initiative e in altri documenti,2 non richiede una forma giuridica nonprofit alle “imprese sociali”, in linea con una generale tendenza verso un ampliamento della definizione di “settore sociale”.

Lo stesso orientamento è stato assunto dalla Task Force sull’investimento d’impatto istituita dal G8 (“Task Force” d’ora in poi) (Social Impact Investment Task Force, 2014b). Nel dettaglio la Task Force definisce come appartenente al “settore sociale” il seguente continuum di organizzazioni:

  • organizzazioni impact-driven: organizzazioni che si pongono una missione sociale a lungo termine, impostano obiettivi di risultato sociale e misurano i risultati ottenuti;
  • imprese impact-driven: imprese profit-with-purpose o imprese businesses-seeking-impact, che impostano significativi obiettivi sociali da mantenere nel lungo termine, senza asset-lock;
  • organizzazioni del settore sociale: organizzazioni impact-driven con asset-lock parziale o totale; enti di beneficenza; imprese sociali e di solidarietà; cooperative; altre organizzazioni a dividendi ridotti;
  • imprese profit-with-purpose: imprese che sviluppano la missione sociale attraverso la loro governance e/o la incorporano nel modello di business;
  • imprese in cerca di impatto: imprese che definiscono e mantengono obiettivi sociali per una parte significativa delle loro attività, senza connessione diretta con la mission;
  • imprenditori sociali: imprenditori che gestiscono un’organizzazione impact-driven (del settore sociale e/o del business) per raggiungere un impatto sociale.

Tuttavia, sottolinea Salamon, lo scopo delle attività supportate dalla nuova filantropia deve essere “sociale” in un senso ben definito. Salamon si differenzia dall’ideologia di parte del movimento dell’investimento d’impatto e dall’ecosistema promosso dalla Task Force: egli afferma infatti che, se non si specifica quale “impatto positivo” oltre quello economico debba essere generato dalle attività finanziate, il termine “investimento d’impatto” può diventare così diluito nel suo significato da non consentire più di distinguere un investitore d’impatto da uno normale. Salamon preferisce perciò premettere il termine “social” a impact investing nel definire il movimento.

Lo scopo sociale è definito da Salamon (Salamon, 2014a) come la “promozione della salute, del benessere e della qualità di vita di una popolazione, in particolare dei suoi segmenti svantaggiati; l’incoraggiamento della libera espressione di idee; la promozione della tolleranza”. Questa definizione appare parzialmente incompleta: da una parte gli scopi ambientali e culturali rientrano “forzatamente”, dall’altra gli scopi “civili” (tolleranza, libertà delle idee, etc.) sono presenti a pieno titolo, anche se nei fatti raramente si concretizzano in un’organizzazione di tipo imprenditoriale e non sempre necessitano di risorse finanziarie per la costituzione di asset.

A nostro avviso la costituzione di asset nel settore sociale è il reale motore della “nuova filantropia”, ancor più della leva finanziaria. Salamon distingue fra fonti di reddito operativo e investimento di capitale; entrambe sono entrate monetarie; le prime servono a finanziare le operazioni correnti e possono prendere la forma di donazioni, erogazioni, contributi, pagamenti per servizi; le seconde vanno a costituire capacità operativa di lungo termine attraverso l’acquisto di beni capitali, locali fisici, capacità tecniche e strategiche. Il capitale può provenire da donazioni, come nel caso delle fondazioni, ma più spesso assume le forme di debito o equity. Salamon pone l’attenzione su un’indagine del 2006 della Johns Hopkins University, in cui circa l’80% delle nonprofit intervistate affermava di avere bisogno di mezzi finanziari per la costruzione di capacità a lungo termine e solo il 40% dichiarava di riuscire ad ottenerli. Molte organizzazioni segnalavano grandi difficoltà ad intercettare le maggiori fonti di capitale per l’investimento in USA: fondi pensione, fondi di investimento, banche, compagnie di assicurazione, etc.

Cerchiamo di fornire una lettura dell’argomento in questi termini. Alla base della distinzione tra mezzi che finanziano l’operatività corrente e mezzi che finanziano l’acquisizione di asset in realtà si nasconde un trend già in atto nel settore sociale non erogativo, cioè una trasformazione in senso imprenditoriale. Molte di queste organizzazioni hanno tradizionalmente vissuto in una logica cash flow based: date le entrate di cassa disponibili in un ciclo (diciamo annuale), si determina ed esegue il massimo servizio che l’organizzazione può apportare alla società in quel periodo, e poi il ciclo si ripete. Il modello è caratterizzato dal trasferimento di risorse a fini di coesione sociale, ma non ha la capacità di generare crescita. Invece una parte del settore sociale agisce in una logica asset based, fondata sul: 1) costituire cespiti durevoli, che possono fornire reddito operativo e impatto sociale per più cicli; 2) finanziare quei cespiti con risorse finanziarie di durata finanziaria simile; 3) eseguire il lavoro operativo, finanziandolo se necessario con risorse gratuite a titolo definitivo (volontariato, donazioni) e con altre risorse propriamente finanziarie (ad es. debito a breve per finanziare la liquidità), mantenendo la sostenibilità con entrate correnti che derivano dal mercato, pubblico o privato.

Il secondo modello - che in Italia è ben descritto dall’operatività delle cooperative sociali - è ovviamente molto più finance intensive, sia a lungo termine (per la costituzione di asset, tangibili o meno) che a breve termine (per il finanziamento dell’attività corrente). Il vantaggio è ovvio: la creazione di valore aggiunto - tramite la produttività di asset e lavoro - sostituisce le risorse che in precedenza provenivano a titolo di trasferimento e permette di ripagare i datori di risorse finanziarie, nonché di creare ulteriore valore (monetario, reputazionale etc.) da reinvestire nell’attività. A differenza del precedente, questo modello può generare nel tempo una crescita economicamente sostenibile. Con una precisazione: la riduzione di risorse a titolo di trasferimento (minori donazioni, erogazioni, contributi pubblici) non “si sostituisce” ad un finanziamento privato. Quest’ultimo non è un trasferimento, va prima o poi restituito, con maggiori o minori interessi, e quindi di per sé riduce il reddito operativo futuro, però permette di anticipare entrate future, di mercato o no, per costituire asset oggi. Il punto chiave sta nella produttività degli asset, non la creazione di nuovi flussi finanziari o l’indebitamento.

Il paradigma della filantropia si trasforma quindi nel seguente modo (Tabella 1).

bengoTabella 1: I paradigmi della nuova filantropia

Riteniamo che alcuni motivi per cui il settore sociale italiano non si sia sviluppato seguendo queste linee possano essere i seguenti:

  • il settore sociale nasce storicamente sviluppando attività di tipo “civile”, ancora oggi molto sentite, che mal si adattano alla logica imprenditoriale asset based;
  • al settore sociale è mancata la capacità manageriale per perseguire un modello imprenditoriale e/o questo modello è incompatibile con alcuni dei suoi valori fondanti;
  • il settore sociale non ha avuto accesso alle necessarie risorse finanziarie.

Le tradizionali attività del terzo settore - legate al volontariato, all’associazionismo, alle attività di advocacy e rappresentanza, nonché quelle erogative, ossia tutte quelle cristallizzate nel libro I del codice civile, con le relative forme dell’associazione, comitato e fondazione - poco si prestano allo scopo economico e all’organizzazione imprenditoriale. La nouvelle vague filantropica le riguarda poco e probabilmente le penalizzerà. Tuttavia “poco” non significa “nulla”: sotto il nonprofit tradizionale “cova un fuoco imprenditoriale” non trascurabile. Se si contano le organizzazioni nonprofit italiane le cui entrate provengono per oltre il 40% da fonti di mercato, si eccede di molto la numerosità delle forme più strettamente imprenditoriali, cioè le circa 12mila tra cooperative sociali e imprese sociali ex lege (D. Lgs. 155/2006),3 tant’è che varie bozze (tra cui la proposta Bobba-Lepri) di riforma della legge sull’impresa sociale hanno incluso l’obbligatorietà di tale qualifica, proprio per far emergere attività imprenditoriali presenti nel terzo settore (Lepri, 2013).

Per quanto riguarda le capacità manageriali è sentore diffuso che in alcune componenti del settore sociale scarseggino linguaggio, dimestichezza, professionalità per svolgere attività imprenditoriali e relativi addentellati finanziari. E’ possibile che tale aspetto rifletta alcune inclinazioni valoriali del settore, anche se riteniamo non sia una tendenza universale; in alcune componenti del settore sociale queste capacità esistono ed a ottimi livelli. E’ quindi possibile che questo “freno” di matrice culturale si possa ridurre con il tempo, l’esperienza, la selezione.

Un altro punto su cui concentrare l’attenzione è valutare se il settore sociale sperimenti seri vincoli alla disponibilità di capitale finanziario a titolo di debito, equity, forme intermedie o donazioni finalizzate alla costituzione di asset. Le esperienze proposte da Salamon (Salamon, 2014a) sono in realtà un po’ datate. L’esperienza italiana è più recente, ma “ambigua”. La “saggezza convenzionale” è riassunta in Zamagni (Zamagni, 2011), in particolare nel contributo di Propersi, che afferma che il nonprofit è affetto da “una debolezza strutturale che si manifesta generalmente con bassa capitalizzazione, mancanza di adeguate garanzie e difficoltà di accesso al credito”. Gobbi (Banca d’Italia) (Gobbi et al., 2010; 2012) rileva due risultati attesi: una forte crescita del credito al nonprofit, concentrata nelle cooperative sociali, nel decennio 2000, e un tasso di default inferiore per il nonprofit, coerente con l’evidenza sul settore sociale (Barigozzi, Tedeschi, 2014); ma si evidenzia anche un risultato sorprendente, ossia una scarsa evidenza di maggior difficoltà del nonprofit ad accedere al credito rispetto alle for profit di analoga dimensione.

Le evidenze rinvenibili in altre fonti non ci sembrano conclusive. Il recente censimento Istat (Istat, 2013) non porta di per sé alcun dato relativo alla patrimonializzazione del nonprofit o di suoi comparti, anche se mostra un buon equilibrio dei flussi (64 miliardi di euro di entrate, contro 57 miliardi di uscite nel 2011), che si estende alla gran parte dei sottosettori. La capitalizzazione del segmento imprenditoriale è conosciuta sommariamente per il segmento delle cooperative sociali: su un valore della produzione poco sopra i 10 miliardi di euro, il capitale investito è pari a 8,3 miliardi e il patrimonio netto è circa 2 miliardi, cui 1,6 di riserve indivise (cioè, utili accumulati e non distribuiti).4

Altre fonti, fra cui le recenti ricerche di Aiccon per UBI Banca (UBI Banca 2012; 2013; 2014) e quelle di Centro Studi Legacoop (www.cslegacoop.coop), riguardano primariamente lo stato dei cash flow e le intenzioni di investimento. Le prime (periodo 2013-14) forniscono risultati ambivalenti: le cooperative, a causa della crisi, hanno ridotto le intenzioni di investimento e intendono utilizzare soprattutto l’autofinanziamento per gli investimenti comunque previsti, anche se al contempo hanno fiducia nei creditori e intendono utilizzare anche l’indebitamento. Le seconde mostrano, nel periodo 2007-2011, una discreta redditività delle cooperative sociali più grandi (ma negativa fra le piccole), meno sensibile alla crisi rispetto agli analoghi dati del for profit. In sostanza: l’autofinanziamento esiste e in regime di scarsità di investimenti verrà usato di preferenza rispetto al debito, come peraltro avviene anche per il for profit (nel qual caso nessuno mette in discussione il fatto che la finanza non “conti”). Non è chiaro se il debito viene poco domandato, poco offerto, e se il “poco” sia temporaneo o permanente. L’esperienza interna di Banca Prossima è coerente con la “saggezza convenzionale”: escluse alcune aree più favorite, il nonprofit lamenta difficoltà di accesso al credito e/o dipendenza dal credito a breve termine per la sua sopravvivenza.

Questo insieme eterogeneno di evidenze legittima più di un’interpretazione. Una scuola di pensiero conclude che il finanziamento non è il principale problema del settore sociale italiano. Noi tendiamo a sostenere quanto segue:

  • il settore sociale italiano è severamente vincolato per quanto riguarda l’equity: l’impossibilità o i limiti della distribuzione di profitti giustificano la carenza di offerta, che peraltro esiste anche nel for profit in termini di operatori venture e private equity; a tale scarsità si aggiunge l’insufficiente propensione del settore sociale ad ammettere soci finanziari nel “sancta sanctorum” decisionale;
  • le forme di finanziamento ibride (quasi-equity) sono praticamente inesistenti;
  • le donazioni sono modeste sia come status quo che come possibile fonte finanziaria a lungo termine, coerentemente con il loro trattamento fiscale non particolarmente favorevole e con la scarsa disponibilità a donare ad entità produttive;
  • il nonprofit è vincolato, meno severamente che sull’equity, anche sul debito a medio e lungo termine, per la scarsa disponibilità del sistema bancario (o di altri investitori, finora poco evidenti) a giudicare il merito di credito su parametri che riflettano la realtà del nonprofit (ad es. la relativa scarsità di garanzie azionabili);
  • il nonprofit potrebbe avere un livello di vincolo simile a quello delle PMI, o forse anche superiore, sul debito a breve.

In generale l’accesso ai finanziamenti sembra un freno non trascurabile allo sviluppo di un modello sociale imprenditoriale. Se la sua portata inibitoria sia superiore, pari o inferiore a quella di altri freni sopra citati, crediamo sia difficile - e comunque non molto utile - a dirsi. Non crediamo, invece, che il fattore fondamentale sia la scarsa disponibilità della Pubblica Amministrazione a pagare entro i termini: questo è un freno semmai più esiziale per le organizzazioni che seguono un modello cash flow based che non per chi segue un modello di natura imprenditoriale. È molto più credibile che manchino le opportunità di investire in progetti o imprese che soddisfino sia la sostenibilità a medio termine che la scarsa propensione al rischio del mondo sociale. Si tratta di un punto, quest’ultimo, che riprenderemo e che - poiché riguarda produttività degli asset (tecnologia) e attitudine verso il rischio (gusti), o in sintesi la celebrata “economia reale” - non ha una soluzione finanziaria, ma neppure una basata sui trasferimenti.

Irene Bengo Politecnico di Milano

Marco Ratti Intesa Sanpaolo - Banca Prossima