DICEMBRE 2016
 
L'impresa sociale nella cornice del benessere equo e sostenibile

L'impresa sociale nella cornice del benessere equo e sostenibile

Abstract

Il tema dell’impresa sociale, e più in generale dell’economia sociale, è al centro del dibatto pubblico e degli indirizzi di politica economica. In questo saggio, dopo un’analisi del concetto di economia sociale così come presentato nella letteratura scientifica e nel discorso politico, si proporrà un’accurata disamina di come il tema viene approfondito nel Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES) elaborato dall’Istat, un’esperienza di primo piano nel filone di ricerca internazionale sulle misure di progresso. L’intento è quello di ripensare all’impresa sociale nella cornice del BES, sia da un punto di vista teorico che di misurazione, individuando punti di forza e debolezza. Il saggio si  conclude con due proposte di miglioramento, utilizzando informazioni dall’archivio ASIA e dal Censimento delle Istituzioni Non Profit dell’Istat.


The theme of social enterprises and, more in general, of social economy is at the center of the public debate and of the political guidelines. This article analyzes the concept of social economy as presented in technical literature and in the political discourse. It is followed by a careful examination of how the concept is tackled in the Report on Equitable and Sustainable Well Being (BES) edited by Istat (Italian National Institute of Statistics), a leading experience in the international research field on measures of progress. The BES approach to the social economy is reviewed both from the theoretical and the statistical point of view, and its strengths and weaknesses are identified. The paper ends with two suggestions for improvement, using information derived from the Archive on Enterprises (Asia) and from the Istat Census of Non-Profit Institutions.

 

Questo articolo presenta esclusivamente opinioni degli autori che non potranno in alcun modo essere attribuibili all’istituto di appartenenza.

 

Premessa

Il tema dell’impresa sociale e, più in generale, dell’economia sociale, continua ad essere al centro dell’attenzione pubblica soprattutto per effetto di una serie di linee guida che, a partire dal 2008, sono state formalizzate anche dalla Commissione Europea. In Italia, il confronto al quale erano inizialmente interessati quasi esclusivamente gli addetti ai lavori - in forma isolata o attraverso piattaforme messe a disposizione da organizzazioni di rappresentanza o da altri think tank di area - si sta ora ampliando, con esiti ancora poco chiari, grazie all’attenzione suscitata dalla recente proposta del Governo italiano di mettere mano a varie norme che potrebbero incidere sul profilo generale del terzo settore italiano.

In particolare, nelle Linee guida per una Riforma del Terzo Settore, si legge che i presupposti su cui gli interventi normativi in gestazione potrebbero essere disegnati, possono essere così indicati:

 

“[…] Noi crediamo che profit e non profit possano oggi declinarsi in modo nuovo e complementare per rafforzare i diritti di cittadinanza attraverso la costruzione di reti solidali nelle quali lo Stato, le Regioni e i Comuni e le diverse associazioni e organizzazioni del terzo settore collaborino in modo sistematico per elevare i livelli di protezione sociale, combattere le vecchie e nuove forme di esclusione e consentire a tutti i cittadini di sviluppare le proprie potenzialità.

 

Tra gli obiettivi principali vi è quello di costruire un nuovo Welfare partecipativo, fondato su una governance sociale allargata alla partecipazione dei singoli, dei corpi intermedi e del terzo settore al processo decisionale e attuativo delle politiche sociali, al fine di ammodernare le modalità di organizzazione ed erogazione dei servizi del welfare, rimuovere le sperequazioni e ricomporre il rapporto tra Stato e cittadini, tra pubblico e privato, secondo principi di equità, efficienza e solidarietà sociale.

 

Un secondo obiettivo è valorizzare lo straordinario potenziale di crescita e occupazionale insito nell’economia sociale e nelle attività svolte dal terzo settore, che, a ben vedere è l’unico comparto che negli anni della crisi ha continuato a crescere […]

 

[…] Il terzo obiettivo della riforma è di premiare in modo sistematico con adeguati incentivi e strumenti di sostegno tutti i comportamenti donativi o comunque prosociali dei cittadini e delle imprese, finalizzati a generare coesione e responsabilità sociale.” (Governo Italiano, 2014; pp 1-2 - corsivo degli autori).

Il quadro ideale delineato nella citazione sembra a prima vista auto-evidente. In esso si configurano, pur sinteticamente, tre aree-obiettivo distinte. Infatti, al di là dell’evidente intenzione di voler “declinare” tutti i settori dell’economia secondo regole ed opportunità “complementari”, “collaborative”, “partecipative”, è implicitamente suggerita una netta distinzione di posizionamento tra mondo dell’economia sociale e mondo del terzo settore. Non a caso si individua anche un obiettivo specifico, il secondo, su cui indirizzare le iniziative legislative future, mirando a sviluppare le potenzialità (definite “straordinarie”) dell’economia sociale e del terzo settore.

Purtroppo le potenzialità di cui si parla per entrambi sono evidenti quasi esclusivamente per il terzo settore, essendo per questo disponibili i risultati del Censimento delle istituzioni non profit del 2011, mentre per il primo, l’economia sociale, le evidenze sono ancora frammentarie, instabili e fragili sotto il profilo concettuale. Inoltre le potenzialità sono declinate soprattutto concentrandosi (è un caso o si tratta di un bias, come dire, culturale?) sulle politiche di welfare, dimenticando la sostenibilità ambientale. Infatti le imprese sociali - e più in generale l’economia sociale - potrebbero potenzialmente risentire della vocazione all’offerta di servizi di welfare meno di quanto sia capitato, negli ultimi decenni, alle istituzioni non profit orientate al mercato. Le nuove imprese sociali si potrebbero infatti posizionare in mercati diversi - o da generare ex-novo - costruiti da persone che, da sole o in modo organizzato, sono alla ricerca di un proprio posizionamento lavorativo e professionale, capace di rispondere, ad esempio, a una domanda di beni e di servizi eterogenea e non ancora consolidata, identificabile grazie a contatti o secondo processi di consultazione ad hoc e alla quale rispondere offrendo prodotti capaci di rispettare maggiormente le esigenze di vita, di tutela dell’ambiente e di coinvolgimento trasparente dei contraenti nella determinazione della qualità dei beni e dei servizi scambiati.

Di fatto, il tipo di bene e di servizio erogato non sembra affatto distinguere in modo netto, o predeterminare, la natura delle imprese sociali (o l’acquisizione di una forma organizzativa analoga), soprattutto - almeno per amore di flessibilità nell’adozione di eventuali programmi normativi - se si considera ciò che accade in altri Paesi, dove queste imprese possono operare ad esempio nell’agricoltura, per realizzare programmi di sviluppo urbano oppure per prendersi cura di beni comuni incidenti in ambiti territoriali e umani circoscritti.

Come mai le evidenze statistiche disponibili sono più robuste per il mondo del terzo settore che per il mondo dell’economia sociale? Inoltre, in che misura questi due mondi possono essere considerati sovrapponibili? Con quali effetti, statistici e reali? In parte la risposta è scontata. Le attività delle imprese sociali, in quanto imprese, sono rilevate nell’ambito delle normali attività di acquisizione e di analisi dei dati sulle imprese in generale, ma non sono identificate in modo distintivo, come invece può accadere per le imprese o per le istituzioni che sono riconoscibili statisticamente come unità economiche non profit - nonostante quanto sia indicato nella risoluzione del Parlamento Europeo (Parlamento Europeo, 2009) e si suggerisca nella Comunicazione sulla Social Business Initiative della Commissione Europea (Commissione Europea, 2011). Nel caso del non profit, infatti, è possibile adottare una definizione statistica ufficiale e da essa far dipendere una serie di conteggi e misurazioni statisticamente appropriati (United Nations, 2003). Per le imprese sociali ciò non è ancora possibile. Parallelamente, anche una definizione ufficiale di economia sociale non è ancora stata formulata (anche se alcuni tentativi indipendenti in questa direzione sono stati fatti (CIRIEC, 2012)).

Per cominciare a chiarire i confini che distinguerebbero, almeno sotto il profilo concettuale, non solo il mondo dell’economia sociale dal mondo del terzo settore, ma anche i confini tra questi e i mondi delle imprese for profit e delle amministrazioni pubbliche, uno schema utile (Figura 1a e Figura 1b) è quello proposto da Lewis (Lewis, 2007) e da Pearce (Pearce, 2003) a proposito di quella che viene chiamata provvisoriamente economia della solidarietà, sfera che non va confusa con quella dell’economia sociale. Lewis osserva:

 

“The solidarity economy is conceptually located at the intersection of the private, public, and social economy sectors. Whereas the social economy is often referred to as the third sector, occupying the societal space between the public and private sectors, the solidarity economy is being defined as explicitly involving all three sectors.” (Lewis, 2007; p. 8).

L’economia sociale (Figura 1a) si sostiene - nel contributo che diversi tipi di imprese sociali, tra le quali le cooperative, danno a vari gruppi di cittadini (poveri, immigrati, etc.) - rispondendo ad esigenze di cui essi sono portatori per il tramite dei servizi che esse erogano; tale processo, peraltro, è attivato coinvolgendo direttamente i gruppi di persone nello svolgimento delle attività d’impresa. In questo contesto l’economia sociale rappresenta un sottoinsieme del terzo settore dell’economia, costituito da quelle unità non profit che conseguono i loro scopi sociali attraverso la vendita sul mercato dei beni e dei servizi prodotti.

figura1aFigura 1a: Sistemi dell’economia, economia sociale ed economia solidale | Fonte: Lewis (2007)

L’economia della solidarietà (Figura 1b), invece, si ritaglierebbe uno spazio nei diversi settori di cui l’economia di produzione si compone e punterebbe a giocare una partita più sofisticata, che mira a modificare il modo di operare prevalente nei tre settori dell’economia fin qui riconosciuti. Secondo questa prospettiva, continua Lewis:

 

“[…] what becomes important is not so much what part of the three systems one occupies, but whether commitments and actions within any one of the three reflect the ‘life-damaging, growth-addicted features of low road capitalism’ or whether they reflect high road strategies where ‘the values of justice, inclusion, balance, diversity, ecological sustainability, and economic viability’ are actively shaping decisions.” (Lewis, 2007; p. 10).

sacchettiFigura 1b: Sistemi dell’economia, economia sociale ed economia solidale | Fonte: Lewis (2007)

In particolare, considerate le caratteristiche proprie dell’economia sociale, i punti di contatto tra essa e il mondo dell’economia della solidarietà possono essere molteplici, tuttavia l’analogia non deve essere spinta troppo oltre, poiché:

 

“[…] it is too conceptually restricted to adequately inform strategy and action, particularly in light of peak oil and climate change, the implications of which cut across all segments of human society.” (Lewis, 2007; p. 11).

La strategia e l’azione su cui si orienta l’economia della solidarietà è definita in modo molto diretto. Lewis afferma infatti:

 

“In a context where human life and most earth creatures are at risk, the challenge is to mobilize the best of what we can bring to a common table. Governments, consumers, business, and civil society must find ways to concentrate our individual and collective attention on the goals of radically reducing our use of fossil fuels and consciously adapting to more local, bio-regionally based patterns of living. No sector or segment of society can do it alone. These two overarching goals, by their very nature, transcend the logic that divides the social economy and civil society from the private and public sectors. Solidarity becomes an economic, social, cultural, and moral resource by which those people, organizations, and institutions in each sector—those with sufficient vision and commitment to act in the interests of the planet and both present and future generations—can bind their investment of time, talent, and resources into building an economy based on reciprocity and intergenerational equity.” (Lewis, 2007, p.11).

Ora, è evidente che la prospettiva un po’ sbrigativamente delineata nelle Linee guida del Governo italiano precedentemente citate risponde solo in parte o, forse, non risponde in modo coerente, né per la natura né per l’ampiezza dei target indicati, ad un tipo di sfida come quella suggerita nella citazione di Lewis, mentre probabilmente questa potrebbe essere una sfida all’altezza delle ambizioni di una politica di cambiamento o per il cambiamento responsabile.

Come osservato, coloro che si occupano di economia della solidarietà cercano di fare la loro parte, in quanto produttori o in quanto consumatori, modificando i modi di produzione o di consumo, “investendo il tempo, il talento e le risorse per costruire un’economia basata sulla reciprocità e sull’equità intergenerazionale”. Un simile investimento potrebbe contribuire in misura determinante al benessere della società, di quella attuale e di quella futura.

Ci chiediamo: come è possibile “misurare” un tale contributo? Dei primi passi in questa direzione sono stati compiuti, in questi ultimi anni, da chi ha cominciato a lavorare sulla nozione di benessere equo e sostenibile, provvedendo ad individuare le dimensioni utili per un’analisi e gli indicatori statistici che potrebbero alimentarla stabilmente. Nei successivi paragrafi si presenterà sinteticamente il lavoro svolto in Italia, e non ancora concluso, per costruire un sistema di indicatori (o forse in futuro anche un indice sintetico) di “benessere equo e sostenibile” e, soprattutto, si verificherà se e in che misura un’analisi del benessere potrebbe beneficiare dell’inclusione di indicatori collegati con il mondo dell’economia “sociale” o della “solidarietà” come le abbiamo, in modo ancora provvisorio, definite in questa sede.