DICEMBRE 2016
 
Network di imprese sociali e capitale sociale: l'ecosistema scozzese

Network di imprese sociali e capitale sociale: l'ecosistema scozzese

Abstract

Questo paper prende in esame le modalità di creazione di network di imprese sociali sulla base di percorsi che ricercano e aggregano valori comuni e atteggiamenti cooperativi tra gli operatori. Lo studio mette in evidenza i motivi per i quali gli elementi cooperativi di questi network e i valori delle imprese sociali vanno poi a beneficio dell’intera comunità. E’ pertanto un lavoro che offre contenuti di interesse sia per gli imprenditori sociali sia per i policy maker. 

Il nostro intento sarà quello di illustrare i processi tramite i quali in Scozia è stato applicato il modello del capitale sociale per creare network di imprese sociali, di spiegare come attraverso questi network gli imprenditori sociali siano riusciti a delineare i tratti identificativi dell’impresa sociale, nonché di chiarire come attraverso il fare rete le imprese sociali abbiano rilanciato il capitale sociale nelle sue varie forme, al fine di incentivare l’interesse pubblico. Le nostre conclusioni pongono enfasi: sulle sinergie tra i valori sociali dell’impresa e la creazione di capitale sociale, sul ruolo del networking nella costruzione di una massa critica di valori sociali all’interno delle comunità, nonché sulle complementarietà delle imprese sociali con altre tipologie di attori economici e nelle sinergie che la costruzione del welfare di comunità richiede tra pubblico e varie forme di attori privati.


This paper focuses on how social aims and cooperative attitudes have been supported in the shaping of networks in Scotland, and why this is relevant for the sustainable development of social enterprise and communities.

From this background, our main aim is to evidence the processes whereby cooperation leading to the rise of networks of social enterprises in Scotland, have created a collective identity and revamped social capital, in order to serve their mission for the promotion of public interest. Our conclusions emphasise the centrality of social enterprise aims to the production of social capital, the role of networking in building a critical mass of social values within communities, the complementarities of other typologies of economic actors in the construction of social capital and community welfare.

 

Traduzione italiana di:
Campbell C., Sacchetti S. (2014), “Social enterprise networks and social capital: A case study in Scotland/UK”, in Christoforou A., Davis J.B. (a cura di), Social Capital and Economics: Social Values, Power, and Social Identity, Routledge Advances in Social Economics, Routledge, London.

 

Introduzione

Gli imprenditori sociali sono persone che credono fermamente nella possibilità di potere positivamente influire sulla propria comunità attraverso la gestione della loro impresa. Si tratta di persone disposte a “sporcarsi le mani” e dotate della determinazione necessaria per realizzare un obiettivo sociale. Essi ricorrono spesso a questa tipologia di impresa in quanto mezzo privilegiato per perseguire un fine sociale in modo indipendente attraverso l’auto-finanziamento. Questo modello viene preferito per le caratteristiche di autonomia e creatività, in contrasto con le più tradizionali organizzazioni nonprofit che si basano su donazioni e sovvenzioni1.

Non esiste una definizione di impresa sociale universalmente accettata, tuttavia, la sua caratteristica più distintiva è data dalla base di valori sui quali si fonda l’impresa, volti a perseguire scopi sociali e/o ambientali, con spirito imprenditoriale. Le attività delle imprese sociali mirano al conseguimento di un obiettivo sociale e reinvestono il loro surplus. A tal fine esse devono essere economicamente sostenibili e, in questo senso, si distinguono da altre organizzazioni del terzo settore per lo più dipendenti da sovvenzioni e donazioni (Figura 1). La gestione delle risorse è altresì diversa rispetto all’impresa for profit tradizionale. Il surplus delle imprese sociali è infatti vincolato da un asset-lock: esso non viene cioè distribuito ma accantonato e reinvestito nelle attività dell’impresa stessa o nella comunità (ad esempio attraverso una riduzione dei prezzi dei servizi, o optando per la fornitura gratuita di servizi per alcune categorie di utenti) (Tortia, 2010).

sacchettiFigura 1: Prospettive comparate sulle principali caratteristiche delle imprese sociali in Scozia - © Assist Social Capital CIC  
→ denotano movimenti potenziali delle organizzazioni  --- denotano barriere permeabili

Le imprese sociali non devono essere confuse con le cosiddette “imprese etiche” che mantengono come obiettivo, a differenza delle imprese sociali, la massimizzazione dei profitti e la redistribuzione dello stesso a beneficio dei fondatori. Non va nemmeno confusa con quelle organizzazioni di volontariato che dipendono da sovvenzioni pubbliche (anche se di fatto generano autonomamente parte del proprio reddito). Piuttosto, esse mirano a massimizzare la generazione di profitti compatibilmente con l’intento prinicipale, ossia il perseguimento di uno o più obiettivi sociali, allo scopo di essere indipendenti e resilienti nel tempo2. Ciò consente all’impresa sociale di essere più creativa e maggiormente reattiva alle esigenze di mercato e ai cambiamenti dei bisogni della comunità (Sacchetti, Tortia, 2012).

Anche se un simile modello d’impresa a sostegno dell’interesse comune e del benessere sociale esiste da secoli, è stato negli anni Novanta che il suo sviluppo ha vissuto un’accelerazione. Da allora il concetto di impresa sociale è diventato sempre più popolare. Esistono imprese sociali in tutto il mondo e ne nascono di nuove ogni giorno. Secondo la Commissione Europea, ci sono 2 milioni di imprese sociali nell’Unione Europea (pari al 10 per cento di tutte le imprese europee), che a loro volta impiegano oltre 11 milioni di lavoratori (pari al 6 per cento della popolazione attiva dell’UE). Negli Stati membri le imprese sociali sono presenti in quasi tutti i settori dell’economia, tra i quali finanza, assicurazioni, agricoltura, artigianato, servizi commerciali, servizi sanitari e sociali.

Nel 2003, mentre cresceva l’interesse per l’imprenditorialità e l’impresa sociale, vi era scarso supporto specialistico. Nel caso della Scozia, molti imprenditori si sentivano isolati o in pericolo di perdere terreno a favore di altre forme tradizionali di impresa o di organizzazioni di volontariato dipendenti dai sussidi pubblici o da donazioni. Questo è stato il punto di partenza dal quale sono emersi vari network di imprese sociali (Social Enterprise Networks, SENs), utilizzando un modello che applicava intenzionalmente la teoria del capitale sociale. Questi network, che attualmente svolgono un ruolo strategico nel panorama dell’impresa sociale scozzese, a livello locale, nazionale e tematico, si sono poi aggregati in una meta-rete. Le imprese sociali scozzesi si sono costituite in più di 20 SENs, con oltre 400 partecipanti attivi che si incontrano regolarmente, e con un impatto economico complessivo di oltre 300 milioni di sterline annue.

Il saggio illustra come in Scozia la formazione di network basati sull’affermazione volontaria e condivisa dei valori delle imprese sociali abbia contribuito a creare una massa critica di attori volti al perseguimento di obiettivi sociali e alla diffusione di atteggiamenti cooperativi. L’intento principale di questo lavoro è quello di esemplificare i processi tramite i quali l’atteggiamento cooperativo degli imprenditori sociali abbia consentito la formazione di reti e rilanciato l’idea di capitale sociale a favore di obiettivi pubblici. Lo studio mette in evidenza i motivi per i quali la cooperazione tra imprese vada poi a beneficio dell’intera comunità. Si considerrà l’esperienza dei soggetti coinvolti nello sviluppo di Network di Imprese Sociali (da qui in poi: SENs) per esemplificare come dal concetto accademico di capitale sociale sia stato derivato e concretamente programmato un modello di sviluppo.

 

Capitale sociale e policy

La fiducia negli altri e la nostra capacità di lavorare insieme per conseguire risultati che siano di beneficio comune non è un fenomeno nuovo. Si può piuttosto affermare che condivisione e fiducia siano esistite da quando gli esseri umani hanno iniziato a vivere in gruppi (fin dai tempi delle popolazioni di cacciatori e raccoglitori si collaborava per abbattere animali come i mammut, troppo grandi per il singolo cacciatore). Il termine “capitale sociale” definisce dunque la capacità umana a cooperare. Il termine si è aggiunto di recente al linguaggio dei policy maker e, benché la situazione stia cambiando, è ancora largamente sconosciuto al di fuori degli ambienti accademici e di policy. Venne utilizzato per la prima volta nel 1916 da Lyda Judson Hanifan per descrivere “quegli elementi intangibili [che] contano più di ogni altra cosa nella vita quotidiana delle persone” (Hanifan, 1916). Negli anni Settanta e Ottanta Pierre Bourdieu e James Coleman lo applicarono ai loro studi su disuguaglianza ed istruzione. In seguito, nel 2000, Robert Putnam diede una spiegazione molto chiara dell’importanza del capitale sociale in “Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community” (Putnam, 2000). Ancor prima, lo stesso autore utilizzava il concetto di capitale sociale per spiegare le differenze di sviluppo tra il Settentrione e il Mezzogiorno d’Italia (Putnam, 1993). Il lavoro suscitò un notevole interesse; il dibattito sfociò nella pubblicazione di numerosi contributi accademici a supporto delle affermazioni di Putman e di altri studiosi, secondo i quali il capitale sociale è fondamentale per la prosperità e la resilienza delle comunità.

Al giorno d’oggi l’idea di capitale sociale rientra nei dibattiti di un ampio numero di problematiche. Oltre alle argomentazioni legate alla prosperità economica si pensi, ad esempio, alla rilevanza del capitale sociale rispetto alla pianificazione urbanistica, alle reti di trasporto pubblico, all’istruzione, alla salute. La Banca Mondiale e l’OCSE hanno prodotto studi sul tema e i governi di tutto il mondo, dal Canada all’Australia, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna e all’Irlanda hanno finanziato iniziative per capire come investire al meglio nella creazione di capitale sociale. Nello stato Austriaco di Vorarlberg, l’OFRI (Office for Future-Related Issues) da dieci anni impiega il concetto di capitale sociale per mettere a punto interventi di policy sui temi dello sviluppo sostenibile e iniziative di democrazia partecipativa. Più di recente, la provincia di Gipuzkoa, nei Paesi Baschi, ha avviato un programma di investimenti finalizzato a rinvigorire l’economia; il progetto Gipuzkoa Sarean ha lo scopo di rafforzare il capitale sociale per rendere Gipuzkoa una regione più competitiva, grazie all’identificazione e alla messa in rete di valori e obiettivi condivisi nella speranza di generare effetti positivi su produttività, sostenibilità ambientale e coesione sociale.

Più ci avviciniamo al terzo decennio del nuovo secolo, più i policy maker riconoscono che le comunità dovranno affrontare sfide significative oltre i confini delle proprie comunità locali. Per fronteggiarle adeguatamente sarà necessario rafforzare la sfera locale attraverso un’azione collettiva che assicuri efficacia ai programmi economici e sociali. Come afferma Barack Obama: “Sappiamo che ci sono alcune cose che facciamo meglio insieme”. L’applicazione del capitale sociale a politiche e programmi pubblici ha il grande potenziale di influenzare trasversalmente molti dilemmi di policy. Laddove le problematiche riguardanti il capitale sociale vengono affrontate con chiarezza, competenza e precisione da attori pubblici e privati, come nelle regioni di Vorarlberg e Gipuzkoa, i programmi di policy risultano più efficaci. In un panorama che vede crescere la complessità delle risposte da dare ai bisogni socio-economici, la presenza di capitale sociale potrebbe fornire un margine di vantaggio e assicurare un accesso più sicuro al benessere e alla prosperità.

 

Capitale sociale, norme e valori comportamentali

Le relazioni tra individui e le loro interconnessioni sono un elemento fondamentale del capitale sociale. In un suo importante contributo sul capitale sociale Granovetter (Granovetter, 1983; p. 202) distingue i legami forti da quelli deboli. I legami forti formano una rete compatta che include gli amici più cari, mentre i legami deboli fanno riferimento ai conoscenti e formano una rete a bassa densità. La differenza sostanziale è che, mentre i legami deboli estendono le opportunità oltre la cerchia sociale dell’individuo aumentando così l’accesso a informazioni e risorse, i legami forti costituiscono una risorsa più rara, si caratterizzano per una “maggiore motivazione,” ma nello stesso tempo possono frenare anziché dare il via a nuove possibilità (ibid.; p. 209). Il messaggio complessivo del contributo di Granovetter è che i legami deboli possono essere un mezzo potente per migliorare le opportunità di scelta al di là di ciò che la nostra sfera di conoscenze più intime può offrirci.

Tuttavia, una valutazione delle opportunità disponibili per i singoli attori e trasversalmente anche per le comunità e le realtà locali, deve riuscire a ricondurre i legami sociali dei singoli ad un’idea più ampia di sviluppo locale, o a integrare la sfera privata dei vantaggi e delle opportunità derivanti dalla rete relazionale del singolo (ad esempio, quella dell’individuo alla ricerca di un lavoro o della singola impresa in cerca di nuove vie di crescita) con una concezione della sfera relazionale come risorsa condivisa a livello di comunità e per il benessere di tutti i suoi componenti. Suggeriamo, nello specifico, che il capitale sociale sia una forma di risorsa collettiva che agisce nelle comunità in forza di norme, quali la fiducia e la reciprocità, in grado di promuovere la cooperazione. A questo proposito, e in accordo con quanto affermato da Fukuyama (Fukuyama, 2001), il capitale sociale può essere definito come una norma comportamentale che favorisce la cooperazione tra due o più soggetti, anziché l’utilizzo di atteggiamenti individualistici ed esclusivi. E’ più probabile osservare la formazione di una società civile forte dove persistono livelli di cooperazione alti, piuttosto che in comunità dove l’interesse privato non viene perseguito in sinergia con l’interesse pubblico. Dove prevale la cooperazione a vari livelli (tra individui, organizzazioni, istituzioni) si sviluppano in misura maggiore la partecipazione, il senso critico e la creatività, si generano innovazione e nuove opportunità di sviluppo, diminuisce il rischio di essere isolati anche in caso di malattia o di bisogno e pertanto ci si possono attendere maggiore prosperità e benessere individuale (Fukuyama, 1995; Putnam, 1993; Sacchetti, 2013).

Riconoscere che vi siano prospettive e bisogni diversi, nonché l’esistenza di interdipendenze tra le scelte e le azioni individuali non esclude atteggiamenti o preferenze orientate al perseguimento esclusivo dell’interesse individuale (Sacchetti, 2013). L’individuo può decidere infatti di non considerare, nel merito delle proprie scelte, le conseguenze anche negative che da queste possono derivare. Si pensi al caso in cui il management di un’impresa utilizzi una situazione di asimmetria informativa a discapito dei lavoratori, o ancora si pensi all’eventualità di comportamenti opportunistici tra colleghi all’interno di un gruppo di lavoro, o ancora a quei casi in cui il comportamento opportunistico di alcuni utenti provochi lo sfruttamento eccessivo e la distruzione di risorse comuni a danno dell’intera popolazione (il tipico esempio è quello dell’abuso di risorse idriche in agricoltura o dell’attività di pesca in un lago) (Ostrom, 1990). Al contrario, la cooperazione si caratterizza, dal punto di vista comportamentale, per una predisposizione a cogliere diversità di prospettive, di bisogni, di desideri e di impressioni nonché nella capacità di fare sintesi e identificare obiettivi comuni che sostengano lo sviluppo di tutti in modo trasversale. A tal fine, è necessario riconoscere il ruolo della partecipazione dei vari stakeholder nella definizione di norme condivise che regolino i processi decisionali e la definizione degli obiettivi. La letteratura empirica e quella sperimentale hanno dimostrato che la partecipazione alla definizione della norma aumenta l’impegno e la conformità alla norma stessa. Inoltre, la presenza di una norma stabilita che supporti la reciprocità genererà un comportamento cooperativo. La norma, infatti, contribuisce a formare il comportamento degli agenti generando l’aspettativa che ognuno di essi contraccambierà l’altra parte. Nel momento in cui gli attori condividono la certezza che gli individui ricambieranno i comportamenti, le scelte si baseranno su preferenze derivanti dalla conformità alle norme stabilite. Le scelte inoltre rifletteranno, da un punto di vista deontologico, le preferenze dell’agente rispetto ai diritti e ai doveri che si ritiene debbano dare forma al percorso decisionale. E’ interessante notare che, laddove non sia presente un preaccordo sulle norme comportamentali, tende a prevalere un comportamento individualistico (Grimalda, Sacconi, 2005; Sacconi, Degli Antoni, 2011; Sacconi et al., 2011).

Considerazioni analoghe possono essere applicate all’analisi della cooperazione tra imprese. Si consideri, ad esempio, l’esperienza di alcuni distretti industriali dove la prossimità rende le interazioni e gli scambi di conoscenza tacita più probabili e frequenti (Becattini, 1990; Becattini, Rullani, 1993). Nel caso specifico dei distretti industriali l’idea di capitale sociale è stata utilizzata per interpretare le relazioni di cooperazione e fiducia tra gli imprenditori. Gli effetti positivi del capitale sociale sono stati messi in relazione alla performance economica delle piccole e medie imprese, nonché alla riproduzione dell’identità economica, sociale e culturale del distretto. Laddove il capitale sociale contribuisce alla creazione di vantaggi di localizzazione, inoltre, il sistema territoriale diventa più competitivo. L’economia regionale spiega infatti che il capitale sociale è in grado di potenziare l’attrattività di un territorio facilitando le relazioni, incrementando gli scambi di informazioni, diminuendo i costi di transazione e generando un impatto positivo sulla produzione in termini sia pecuniari che tecnologici.

Nel complesso si ritiene che il capitale sociale offra un terreno fertile per la localizzazione di impresa in generale. Dal momento, tuttavia, che i modelli di impresa si distinguono l’uno dall’altro in termini di obiettivi, competenze, forme di governance e prassi decisionali, approfondiremo la linea di analisi del capitale sociale ipotizzando che il patrimonio relazionale radicato in un luogo generi conseguenze diverse a seconda del modello prevalente, ossia del tipo di norme che sostengono la struttura economica e a seconda dei valori e dei saperi di cui una comunità si fa portatrice. Il ruolo facilitatore del capitale sociale deve perciò essere inteso nel contesto definito dagli obiettivi, dai processi e dagli esiti delle scelte operate dalle imprese e dalle istituzioni di supporto al sistema produttivo. In altre parole, i risultati e gli esiti delle reti di impresa possono essere diversi a seconda degli obiettivi, della natura delle relazioni, delle norme comportamentali che regolano l’interazione. Le imprese infatti si coordinano tra loro in vari modi. Questi possono differire anche in maniera considerevole. Ai due estremi opposti troviamo, da un lato, network eterarchici basati sulla cooperazione, su processi decisionali condivisi, reciprocità e fiducia, finalizzati al perseguimento di obiettivi condivisi. Dall’altro lato troviamo reti gerarchiche nelle quali il governo delle relazioni è finalizzato al perseguimento degli interessi dell’impresa principale (generalmente l’impresa committente) mentre le relazioni si basano sull’asimmetria di potere decisionale e su norme e incentivi incentrati sul principio di comando e controllo (Sacchetti, Sugden, 2003). Poiché in base alla definizione adottata, al contrario del modello gerarchico, la resilienza del capitale sociale dipende dal radicamento di comportamenti cooperativi nella comunità, ipotizziamo anche che, nello specifico, le organizzazioni e le reti eterarchiche e aperte incentrate su valori condivisi, cooperazione e obiettivi pubblici siano adatte ad utilizzare e a riprodurre il capitale sociale (Sacchetti, Sudgen, 2009; Sacchetti, 2013; Sabatini et al., 2013).

La peculiarità delle imprese sociali, da questo punto di vista, è che esse promuovono obiettivi sociali e relazioni cooperative senza i vincoli imposti dalla massimizzazione del profitto e dall’accumulazione di ricchezza individuale. La performance non è misurata in termini di risultati esclusivamente monetari ma, piuttosto, in termini del valore sociale prodotto a beneficio della collettività. Tuttavia, le imprese sociali agiscono all’interno di un contesto socio-economico dove la “cultura pecuniaria” è dominante, come Veblen già sul finire del diciannovesimo secolo affermava riferendosi al funzionamento delle istituzioni in America (Valentinov, 2005; Veblen, 1899/2003; Sacchetti et al., 2013). Le organizzazioni nonprofit non sono estranee ai meccanismi di mercato. Anzi, di fatto operano sul mercato in quanto imprese. I principi legati alla competitività sono riconosciuti come caratteristiche specifiche delle imprese sociali, distinte da altre organizzazioni del terzo settore (come ad esempio fondazioni e charities). La diffusione di valori legati al profitto all’interno delle imprese sociali, tuttavia, assume rilievo negativo quando, come ha notato Weisbrod (Weisbrod, 1998), gli obiettivi e le pratiche che qualificano le imprese tradizionali sono anteposti agli obiettivi sociali, o quando comportamenti individualitici vengono premiati anche tra i dipendenti attraverso incentivi e da attitudini manageriali che vanno a detrimento di comportamenti cooperativi. In mancanza di riconoscimento da parte del management e dei colleghi, la cooperazione come “disposizione comportamentale” verrà sostituita nel tempo da comportamenti individualistici. In altre parole, se inserito in un contesto fortemente individualistico, anche l’individuo con solide disposizioni cooperative si adeguerà, seppure non immediatamente, al contesto, a meno che non scelga di lasciare l’impresa (Ben-Ner, Ellmann, 2012).

Meta-organizzazioni come i network di imprese sociali possono agire come facilitatori e amplificatori dei valori dell’imprenditoria sociale. L’idea è che le reti che riproducono nella prassi e nei risultati i valori dell’impresa sociale possono contribuire a raggiungere una “massa critica” di attitudini cooperative che altrimenti correrebbero il rischio di essere sostituite dai valori prevalenti a sostegno di obiettivi e processi economici convenzionali (Witt, 2003: sull’importanza della massa critica e dell’evoluzione dei valori). Il problema dimensionale nella disseminazione di valori è perciò cruciale, poiché permette alle imprese sociali di essere identificate come entità distinte dalle altre tipologie di impresa, di segnalare e comunicare al mondo esterno le prassi e gli obiettivi, distinguendosi con maggiore chiarezza da imprese tradizionali e dal settore pubblico. La comunicazione di un’identità specifica pone le imprese sociali nella posizione di offrire competenze complementari ad altri settori economici, nello specifico servizi di welfare. Le complementarietà tra imprese sociali, settore pubblico e settore for profit tradizionale incrementano così la le opportunità di collaborazione in un’ottica di interesse pubblico. Il caso dei network di imprese sociali (SENs) sviluppatisi nel contesto scozzese, e presentato qui di seguito, illustra come gli imprenditori sociali abbiano agito collettivamente al fine di raggiungere una massa critica che permettesse loro di identificare e rafforzare norme comportamentali condivise e, nello stesso tempo, di differenziarsi dalle organizzazioni for profit nonché da alcuni aspetti critici delle charities e delle fondazioni.

Colin Campbell Assist Social Capital CIC

Silvia Sacchetti The Open University, UK