DICEMBRE 2016
 
Cross-fertilisation tra mondo profit e imprese sociali

Cross-fertilisation tra mondo profit e imprese sociali

Abstract

Questo paper si pone l'obiettivo di contribuire al crescente dibattito sul rapporto tra organizzazioni profit e nonprofit attraverso l'idea di cross-fertilization. La cross-fertilization, ossia la fertilizzazione incrociata, è un concetto nato primariamente nelle scienze naturali ed è stato ereditato nel corso del tempo da diverse discipline tra cui il marketing, le scienze dell'educazione e non da ultimo la ricerca manageriale.

L'approccio metodologico al tema consiste nella presentazione di un singolo caso studio, il progetto europeo LOIEs (Lessons and Options for an Integrated Approach to CSR). La discussione del caso sarà arricchita dalla presentazione delle interviste condotte ad alcuni protagonisti della sperimentazione (oltre che la raccolta e l'analisi di ulteriori documenti), con l'obiettivo di fornire al lettore un preciso riscontro delle dinamiche e dei fattori che possono influenzare la nascita di una collaborazione durante la fase di cross-fertilization. LOIEs è un progetto sperimentale per stimolare il dialogo tra organizzazioni profit e nonprofit; può essere considerato come uno strumento per identificare e testare nuovi modelli di collaborazione tra questi mondi - in collaborazione con la pubblica amministrazione - al fine di incentivare la competitività e lo sviluppo del territorio nel quale le imprese operano. LOIEs coinvolge sei imprese e tre istituzioni pubbliche in tre diversi Stati europei (Bulgaria, Italia, Spagna), identificando alcuni modelli di interazione ritenuti efficaci ed efficienti in termini di valore sociale e pratiche manageriali, attraverso la valutazione delle differenze più rilevanti e la contaminazione reciproca tra partner.

L'originalità di questo contributo sta nel riportare l'attenzione sugli aspetti "sociali" di un'azienda attraverso la cross-fertilization, intesa come processo di scambio di conoscenze, intuizioni e suggestioni, prima dell'instaurarsi di un vero e proprio rapporto di collaborazione tra diverse organizzazioni. I risultati del caso studio dimostrano come la fertilizzazione incrociata rappresenti un utile strumento di riflessione sullo stato di un'impresa, nonché veicolo di apprendimento reciproco; livelli diversi di fertilizzazione contribuiscono inoltre ad individuare la natura e gli scopi di future collaborazioni.


The main goal of this paper is contributing to the emerging debate on the relation between profit and social enterprises presenting the concept of cross-fertilisation. "Cross-fertilisation" is a term often used in natural science, and, the innovative application of it in the managerial science is then provided. After having considered the role of the nature of the "azienda" under the Economia Aziendale lens, the concept of cross-fertilisation will be presented and discussed.

The methodological approach relies on the presentation of a single business case study: the European project LOIEs (Lessons and Options for an Integrated Approach to CSR). Moreover, the discussion of the study will be enriched providing several quotations of the interviews conducted during LOIEs. LOIEs was an experimental European project which aims to stimulate dialogue between profit and social enterprises as a means of identifying and testing new models of collaboration and interactions between these two worlds, in cooperation with public institutions, in order to support the competitiveness of the territory in which the firms operate. LOIEs involved six companies and three public institutions in three EU countries (Bulgaria, Italy, Spain), identifying some methods of interaction which were more effective and efficient in terms of social value and managerial practice, through an assessment of the relevant differences and the formation of a cross-fertilisation between business partners in each country.

The originality of the contribution lies in the renewed relevance of the importance of the social aspect of a firm that is the cross-fertilisation, viewed as a process of exchanging knowledge, insights and suggestions, before starting a systemic collaboration between two entities. The results show that the cross-fertilisation is useful as a moment of reflection and deepen knowledge of the state of the art of a firm. This phase can be also considered a moment of reciprocal learning in a peer-to-peer manner. As demonstrated by the interviewees, different levels of cross-fertilisation have come out from LOIEs and definitely, they contribute to select the nature and the aim of a future collaboration.

 

Premessa

Le collaborazioni intersettoriali, ed in particolare le collaborazioni fra profit e nonprofit, hanno acquisito un recente interesse tra gli studiosi, sia a causa della loro crescente numerosità, sia per le diverse configurazioni che queste collaborazioni tendono ad assumere. Secondo alcuni ricercatori l'aumentare di rapporti di partnership è da imputare all'interesse delle aziende profit verso la Corporate Social Responsibility (CSR); la collaborazione diventa quindi un veicolo per implementare strategie socialmente responsabili, oltre che per raggiungere la mission sociale ed economica (Seitanidi, Crane, 2009; Porter, Kramer, 2011). Secondo Austin (Austin, 2010) il perseguimento di attività socialmente responsabili non è l'unica motivazione alla base di una possibile collaborazione, quanto piuttosto il processo di creazione di valore. Pertanto il processo di Creazione di Valore Collaborativo teorizzato da Austin e Seitanidi (Austin, Seitanidi, 2012) può avvenire secondo diversi livelli di interazione (specturm), seguendo diversi stadi di sviluppo, implementando differenti processi e, in conclusione, esso può condurre a diversi outcome.

La collaborazione tra profit e nonprofit è il risultato di un processo di confronto basato sulla valutazione dei benefici che la relazione può apportare ad una o entrambe le parti. Per giungere ad una collaborazione, che essa sia più o meno duratura, occorre di conseguenza affrontare un percorso, più o meno virtuoso, di confronto tra la parti, attraverso meccanismi di fertilizzazione incrociata (cross-fertilization).

Il presente paper si pone l'obiettivo di offrire un contributo al crescente dibattito sulle collaborazioni tra aziende aventi fini strategici differenti, purpose driven da un lato, ed income driven dall'altro, attraverso la presentazione di un singolo caso studio: il progetto europeo LOIEs1 (Lessons and Options for an Integrated European Approach to CSR), durante il quale si è sperimentata la cross-fertilization tra profit e nonprofit nell'affrontare un iniziale percorso rivolto all'apprendimento dei concetti base della CSR.

L'analisi di un caso studio risulta essere la metodologia di ricerca più appropriata, quando si tratta di esaminare un fenomeno sociale all'interno di un contesto specifico, senza il controllo o la manipolazione del comportamento dei soggetti (Stake, 1995; Yin, 2013). La discussione del caso verrà arricchita dalla presentazione delle interviste condotte ad alcuni protagonisti della sperimentazione (oltre che la raccolta e l'analisi di ulteriori documenti), con l'obiettivo di fornire al lettore un preciso riscontro delle dinamiche e dei fattori che possono influenzare la nascita di una collaborazione durante la fase di cross-fertilization.

L'inquadramento teorico alla base dell'analisi trova il suo fondamento nella Creazione di Valore Collaborativo (Austin, Seitanidi, 2012), ma il paper ripropone in via iniziale l'importanza degli studi di Economia Aziendale nel contribuire alla descrizione dell'istituto azienda nel corso del tempo, descrivendone la sua funzione sociale. La presentazione dei principali studi aziendalisti circa le peculiarità degli aspetti sociali delle aziende profit, da un lato, e dall'altro lato l'evoluzione del concetto di impresa sociale, tipici del contesto italiano, serviranno ad approfondire cosa si intende per "fertilizzazione", ma soprattutto perché si utilizza il termine "incrociata". Di conseguenza, si commenterà il concetto di cross-fertilization alla luce della letteratura sull'attuazione di percorsi di collaborazione tra profit e nonprofit. La presentazione della metodologia e la discussione del caso permetteranno di evidenziare i principali risultati derivanti dalla sperimentazione, con l'obiettivo di offrire al lettore nuovi spunti attuativi legati alla cross-fertilization.

 

Gli aspetti sociali delle aziende e la nascita del concetto di impresa sociale

Per poter indagare i presupposti della cross-fertilization, occorre richiamare brevemente l'importanza delle caratteristiche fondamentali e naturali degli studi sull'azienda che hanno contribuito a descriverne gli aspetti sociali. Lo studio della dimensione sociale delle aziende è stato affrontato da diverse discipline quali ad esempio la sociologia, la psicologia dell'organizzazione, il marketing e non da ultimo, l'Economia Aziendale2. Come osservato da Costa e Ramus (Costa, Ramus, 2012), le prime definizioni circa la componente sociale delle aziende sono da ritrovarsi all'interno del genos degli studi aziendalisti ossia nello studio delle relazioni esistenti tra unità economiche chiamate, appunto, aziende. Da ciò si può affermare che il logos dell'azienda sia identificabile nella definizione di Zappa, secondo la quale essa si identifica come l'"istituto economico destinato a perdurare che, per il soddisfacimento dei bisogni umani, ordina e svolge continua produzione, o il procacciamento e il consumo della ricchezza" (Zappa, 1956). Quindi se la ragion d'essere dell'azienda è riconducibile al soddisfacimento dei bisogni umani, essa è il luogo, topos e oikos, dove "si compongono gli interessi dei singoli e, per il bene comune, si moderano gli egoismi particolari". Il "bene comune" è direttamente connesso alla dimensione sociale degli esseri umani (Melé, 2009). Ovvero, le persone che appartengono ad una comunità sono unite da obiettivi comuni e sono chiamate a condividere le motivazioni alla base della scelta di appartenere alla stessa comunità seguendo principi di altruismo (Zappa, 1956). Il fine ultimo dell'azienda privata e la ricerca del profitto diventa quindi un'"opera socialmente utile" (Zappa, 1956). L'origine dell'azienda, l'ethnos, risiede nel rivestire un compito socialmente utile (Ferrero, 1987) che "non può essere antisociale nelle conseguenze derivanti dal proprio operare, neanche quando le lacune delle leggi vigenti possono apparire come un comodo alibi" (Ferrero, 1987). Quindi l'azienda nasce con una certa ethos che supera la contrapposizione tra purpose ed income. Onida (Onida, 1971) descrive questa osmosi tra bene comune ed economicità sottolineando che "l'economico o l'utile [...] entrano nella sfera del bene umano, lungi dall'essere estraneo o da contrapporsi a codesto bene" ed inoltre precisa che le aziende, producendo e distribuendo ricchezza, svolgono un'opera altamente sociale che concorre alla crescita del bene comune. Il pensiero di Catturi (Catturi, 1984; Catturi, 1990) e di Ferrero (Ferrero, 1987) assegnano all'azienda una caratteristica multidimensionale, ossia l'azienda si sviluppa su diverse dimensioni, alcune sociali, politiche ed economiche, che sono tra loro strettamente collegate. Secondo gli autori, l'analisi della realtà aziendale diventa oggettiva soltanto quanto essa tiene conto di tutte queste dimensioni. Coda precisa che "nelle imprese eccellenti, infatti, economicità e socialità sono legate da rapporti di reciproca funzionalità" (Coda, 1988). Pertanto, l'approccio classico dei Maestri Aziendalisti si contrappone alla concezione economica neoclassica di sola massimizzazione del profitto per conto della proprietà (Coase, 1937; Jensen, Meckling, 1976; Friedman, 1970), ma soprattutto non si riscontra una dicotomia tra purpose e income.

Nonostante gli aziendalisti classici sostengano la necessità che economicità e socialità si trovino allo stesso livello, il mondo accademico si è avvicinato solo di recente allo studio delle forme di impresa e dei modelli di business nonprofit, fino all'evoluzione del concetto di impresa sociale e di nuovi modelli di business "ibridi" (Hockerts, 2006; Michelini, Fiorentino, 2012; Michelini, 2012). Questi nuovi tipi di imprese ibride nascono con il duplice obiettivo di raggiungere notevoli livelli di competitività sul mercato e alti livelli di benessere sociale e ambientale, tramite l'esistenza di una interdipendenza funzionale che non è prescindibile (Austin et al., 2006; Alter, 2004; Dacin et al., 2010; Korosec, Berman, 2006; Light, 2006; Mair, Marti, 2006; Perrini, Vurro, 2006; Swanson, Di Zhang, 2010; Thompson, Doherty, 2006; UNDP, EMES, 2008; Yunus, 2010).

Inizialmente la teoria economico aziendale ha classificato le nonprofit come Aziende No Profit (ANP): dotate di missione e motivazione; che operano per raggiungere esclusivamente finalità connesse ai "beni comuni" e svolgere una limitata attività commerciale; aziende sociali, che producono per il mercato con finalità esterne al profitto e riconducibili all'interesse sociale caratterizzate da mutualità più o meno prevalente (Andreaus, 1996; Capaldo, 1996; Airoldi, 1996; Travaglini, 1996; Borgonovi, 2000; Puddu, 2001; Perrini, 2007; Borgonovi, Mussari, 2011). Pertanto, anche alla luce del caso che verrà analizzato, è più corretto fare riferimento al concetto di impresa sociale, che al concetto di ANP. Secondo il corpus di studi sull'impresa sociale, queste realtà possono essere definite come organizzazioni private nonprofit che producono beni o forniscono servizi direttamente connessi alla risoluzione di una problematica sociale, e a beneficio della comunità, e questo, è il fulcro della loro mission. Inoltre, "They rely on a collective dynamics involving various types of stakeholders in their governing bodies, they place a high value on their autonomy and they bear economic risks linked to their activity" (Defourny, Nyssens, 2008). Pertanto, l'impresa sociale si caratterizza per la presenza di elementi tipici dell'attività imprenditoriale profit, come la gestione d'azienda, la gestione del rischio d'impresa e la presenza di elementi di innovazione (Hansmann, 1980). Questi elementi sembrerebbero sancire una differenza tra quelle ANP che fondamentalmente non basano la propria sopravvivenza sull'erogazione di servizi e sulla presenza di un "mercato", come ad esempio il mondo dell'associazionismo culturale, politico, del volontariato o della filantropia. L'impresa sociale (social enterprise) si configura come un'organizzazione che persegue primariamente una missione di tipo sociale in cui assume grande rilevanza l'approccio innovativo nella formulazione di risposte ai bisogni sociali, condizione questa che è alla base della sostenibilità economica della stessa iniziativa imprenditoriale (social entrepreneruship). All'impresa sociale corrisponde quindi un certo grado di innovazione creativa (social innovation). "Un'impresa con finalità sociali è un'azienda guidata da un obiettivo invece che dalla ricerca del profitto e, potenzialmente, può agire come fattore di cambiamento del mondo. Il business non va confuso con la carità, qui si tratta di imprese a tutti gli effetti" (Yunus, 2013, p. 96). Dees et al. (Dees et al., 2001) distinguono tra: impresa filantropica guidata da motivazioni di interesse collettivo; impresa ibrida guidata da un imprenditore sociale che ha lo scopo di creare valore economico e sociale; e, in ultima istanza, l'impresa for profit. La figura dell'imprenditore sociale secondo Dees eredita alcune caratteristiche salienti dell'imprenditore schumpeteriano (social entrepreneur). Successivamente Alter (Alter, 2004) presenta un continuum tra impresa nonprofit tradizionale, da un lato, e, impresa for profit tradizionale, dall'altro. L'autore compie una distinzione tra aziende che hanno come obiettivo finale la creazione di valore sociale ed aziende che hanno come obiettivo la creazione di valore economico; i business socialmente responsabili e le imprese sociali si collocano tuttavia all'interno di questo percorso caratterizzato da due estremi contrapposti.

L'evoluzione verso il concetto italiano di impresa sociale trova definizione nelle parole di Fiorentini e Campedelli (Fiorentini, Campedelli, 2010) che descrivono le imprese sociali come organizzazioni private, senza scopo di lucro, che esercitano in via stabile e principale un'attività economica di produzione o di scambio di beni o di servizi di utilità sociale, atte a realizzare finalità di interesse generale. Le caratteristiche e i punti di forza del modello di impresa sociale sono riconducibili a: flessibilità, attenzione agli aspetti relazionali e motivazionali, sviluppo del capitale umano, dimensione fortemente localistica, organizzazione multistakeholder (Zandonai, 2007; Borzaga, Fazzi, 2008; Borzaga, Zandonai, 2009). Talvolta tali aziende sono state chiamate "privato sociale", oppure sono state ricondotte alla cosiddetta definizione di "economia civile" (Bruni, 2006; Bruni, 2007; Bruni, Zamagni, 2009). Secondo Yunus, "dobbiamo tornare a vedere l'essere umano nella sua realtà e comprendere che è mosso da un'infinità di pulsioni diverse. Per questo ci serve un nuovo tipo d'impresa, capace di porsi obiettivi diversi da quello del profitto personale, in grado di dedicarsi totalmente alla risoluzione di problemi sociali e ambientali" (Yunus, 2013, p. 94).

 

Il concetto di cross-fertilization e le collaborazioni tra profit e imprese sociali

Oggigiorno la risoluzione delle problematiche sociali, talvolta a causa della complessità del problema, talvolta a causa della loro estensione e magnitudo, richiede una condivisione di responsabilità tra diversi soggetti e soprattutto la capacità di agire in maniera coordinata e in rete. Pertanto sempre più spesso si assiste alla nascita di forme di collaborazione tra soggetti (aventi finalità e mercati differenti), come ad esempio, le relazioni tra mondo profit e imprese sociali. Sebbene esistano numerosi studi sulle forme collaborative tra le organizzazioni appartenenti ad uno stesso settore, settori diversi, orientamenti al profitto diversi, in questo paper ci si focalizzerà sul concetto di cross-fertilization tra profit e imprese sociali.

La cross-fertilization, ossia la fertilizzazione incrociata, è un concetto nato primariamente nelle scienze naturali ed è stato ereditato nel corso del tempo da diverse discipline tra cui il marketing, le scienze dell'educazione, e, non da ultimo la ricerca manageriale (Baccarani, Calza, 2011).

In questo elaborato si intende definire la cross-fertilization come il risultato di uno scambio di informazioni, azioni, buone pratiche, suggerimenti, consigli, ecc. che incrementa il bagaglio culturale di un'organizzazione a seguito dell'interazione con altre organizzazioni. Perché si possa definire incrociata, è opportuno che l'interazione avvenga tra entità che operano in ambiti di attività e/o contesti territoriali diversi. Esistono pochi contributi scientifici sulla valutazione delle opportunità e dei meccanismi di funzionamento alla base della cross-fertilization e il racconto della realtà sperimentata all'interno del progetto LOIEs, oggetto dello studio, vuole contribuire alla costruzione di nuova conoscenza del fenomeno. Sviluppare attività di fertilizzazione incrociata permette alle organizzazioni di coltivare relazioni con altri attori, non solo del proprio territorio, e di confrontarsi con altri modi di lavorare. Questo implica anche un'attività di analisi e rielaborazione interna affinché l'esperienza possa avere un impatto sulla cultura organizzativa (Sonda, 2008).

La definizione di cross-fertilization richiama la natura biunivoca della relazione e, va da sé, che i risultati di questa possano essere talvolta positivi, neutri o negativi. Seguendo l'approccio alla creazione di valore collaborativo tra profit e nonprofit, presentato da Austin e Seitanidi (Austin, Seitanidi, 2012), si può affermare che la cross-fertilization può avvenire anche senza l'esistenza di un'effettiva e continuativa collaborazione, poiché si tratta di uno scambio informativo non vincolante. Quindi esiste cross-fertilization senza collaborazione, ma ovviamente, non il contrario. Il tema delle collaborazioni tra profit e nonprofit è esacerbato dal modello di Austin e Seitanidi (Austin, Seitanidi, 2012) che razionalizza l'intero processo collaborativo tra le due realtà e sancisce che maggiore sarà il risultato della relazione quanto il processo di creazione di valore sia collaborativo e biunivoco. Sarebbe quindi più corretto affermare che la cross-fertilization non prevede come aspetto fondamentale la co-creazione di valore, ma anche solo lo scambio di informazioni che possano però esercitare un effettivo cambiamento e impatto su entrambe le organizzazioni. Essa differisce dalla sola filantropia, per il fatto che il centro della relazione sia lo scambio di informazioni intangibili, ossia di capitale sociale. Questo implica che la magnitudo della conoscenza trasferita possa anche essere elevata, senza però comportare un livello estremamente vincolante di coinvolgimento o di durata. Con riferimento a tali aspetti, Austin (Austin, 2000) analizza il rapporto tra impresa profit e impresa sociale identificando differenti aspetti: livello di interazione, importanza della missione, magnitudine delle risorse, tipologia di risorse trasferite, dimensione dell'impatto della collaborazione, livello di interazione, fiducia, cambiamento organizzativo, complessità manageriale, valore strategico, orientamento alla co-creazione di valore, sinergia, innovazione e cambiamento del sistema esterno. Sulla base di questi fattori Austin riconosce quattro tipologie di collaborazione: filantropica, transazionale, integrativa e trasformazionale.

Laura Corazza Università degli Studi di Torino