DICEMBRE 2016
 
Contro il non profit

Contro il non profit

Nonostante l’autore dichiari, a più riprese, di non essere uno specialista e nonostante affermi un intento polemico e non sistematico nella trattazione, “Contro il non profit” è un libro dedicato anche (e soprattutto) alla comunità scientifica. Quella comunità scientifica che il nonprofit l’ha letteralmente inventato e ha poi contribuito a diffonderlo nelle politiche e nei sistemi statistici nazionali. Un’operazione di institution building di successo che Giovanni Moro critica alle fondamenta, insistendo con efficacia sulla povertà del campo semantico, mentre invece appaiono meno convincenti le argomentazioni di taglio storico culturale. La debolezza del nonprofit, in altri termini, deriva non tanto dal fatto che la nozione è figlia di una visione del welfare residuale e di impronta economicista, ma piuttosto dal “semplice” fatto che si tratta di un insieme di indicatori che dicono poco o nulla rispetto alla specificità delle organizzazioni che ne fanno parte. E quando se ne evidenziano i tratti distintivi si tratta di elementi negativi o sottrattivi rispetto ad altre forme istituzionali (“non pubbliche”, “non lucrative”, “non religiose” ecc.). Il risultato di questa impostazione è la generazione di un “mostro” composto da soggetti assai diversi che poco o nulla hanno a che fare l’uno con l’altro, considerando non tanto la forma giuridica o l’attività , quanto piuttosto l’effettiva funzione svolta. Università, centri medici, associazioni sportive, centri di accoglienza convivono in uno stesso perimetro identitario caratterizzato da tecnicismi classificatori criticabili e soprattutto da un’aura di benemerenza che da poche organizzazioni effettivamente impegnate per scopi di interesse generale si espande all’intero comparto, producendo un effetto alone alla lunga controproducente.

Il caso italiano non fa eccezione, anzi, secondo l’autore è radicalizzato da una normativa frammentata per modelli giuridici e sostanzialmente fallimentare nel tentativo di definire un quadro generale. A ciò si aggiungono le difficoltà in sede di controllo, ben rappresentate dalla vicenda recentemente chiusa dell’ex agenzia per le Onlus e poi per il terzo settore. Da questa distorsione di fondo derivano conseguenze non volute che riguardano non solo gli scandali dovuti a comportamenti opportunistici (il “dark side” del nonprofit), ma a vere e proprie anomalie dello sviluppo generate dall’impalcatura concettuale, normativa e di rappresentazione del nonprofit. Queste “unintended consequences” consistono, da una parte, in comportamenti elusivi e financo sleali ma che risultano perfettamente legali – si pensi al caso delle detrazioni fiscali sugli immobili – e, d’altro canto, nell’affermarsi di una progressiva mercatizzazione del valore sociale grazie alla produzione di beni e di servizi in regime d’impresa a scapito delle funzioni di advocacy e di civismo. Quel che serve quindi non è un “upgrade” del sistema che muova da uno status quo conoscitivo e di policy che si è rivelato inefficace e financo pericoloso, ma piuttosto “un nuovo codice”, riprendendo una felice citazione del filantropo Peter Buffet (figlio del più famoso finanziere Warren) riportata nel testo. In questo senso il codice dell’ex nonprofit richiede, come sottolinea lo stesso Moro, di prendere atto della progressiva porosità dei confini tra le sfere del pubblico e del privato e della fine del dualismo tra Stato e mercato rispetto al quale il nonprofit ha di fatto trovato la sua collocazione “terza”.

L’evaporazione dei confini tra le varie forme istituzionali richiama la necessità di infrastrutturare processi sociali ed economici secondo nuove modalità. Una sfida per cui è forse necessaria una classificazione istituzionale più raffinata rispetto a quella, in sette voci, proposta dallo stesso Moro, ma soprattutto è necessaria una maggiore attenzione al “che cosa” generano le organizzazioni (a questo punto ben oltre i confini profit/nonprofit). Per fare questo occorre che i diversi gradienti di valore sociale vengano misurati rispetto alla effettiva capacità di perseguire obiettivi di interesse generale. Obiettivi che certamente sono stabiliti, come rimarca l’autore, da normative di taglio soprattutto costituzionale, ma che, aggiungiamo, sono anche co-costruiti grazie a processi organizzativi e scelte gestionali, ad esempio a livello di governance e di distribuzione delle risorse generate. E da questo punto di vista anche il vincolo nonprofit, seppur bistrattato, può svolgere ancora la sua parte.

 

Giovanni Moro (2014), Contro il non profit, Editori Laterza, Bari