DICEMBRE 2016
 
Le Community Enterprises in Gran Bretagna: imprese sociali come modello di rigenerazione

Le Community Enterprises in Gran Bretagna: imprese sociali come modello di rigenerazione

Abstract

Nel dibattito italiano, sia accademico che giornalistico, le questioni che riguardano la riduzione della spesa pubblica, la dismissione del patrimonio pubblico, la rigenerazione urbana delle periferie, la partecipazione ed il coinvolgimento delle comunità nei processi di pianificazione, rappresentano temi di crescente rilevanza.

In risposta a queste problematiche, la Gran Bretagna - paese in cui da sempre la pianificazione del territorio ha una dimensione multidisciplinare - ha riconosciuto il ruolo di alcune imprese sociali definite community enterprises. Queste organizzazioni sono nate da processi spontanei e distinti, in uno stretto dualismo tra l’azione locale e gli indirizzi delle politiche nazionali, affermandosi come strumento di rigenerazione urbana sostenibile. L’efficacia d’azione delle community enterprises consiste nella promozione di processi di capacity bulding, che pongono al centro della rigenerazione le comunità con le proprie risorse, favorendone l’attitudine ad operare per il proprio welfare e proponendo formule redistributive di sviluppo urbano. La recente trasformazione culturale e politica nota come “from the Big State to Big Society” ha riconosciuto la capacità d’azione di queste imprese, ma ne ha allo stesso tempo messo in discussione il ruolo, individuando come maggior limite delle stesse la dipendenza dal sostegno pubblico quale elemento necessario a garantirne lo sviluppo e la loro azione sui territori.

In questo contributo1 si propone una lettura dell’evoluzione delle politiche urbane del Regno Unito e un inquadramento generale delle diverse tipologie di community enterprises, con particolare riferimento ai Community Development Trust. Nello specifico è stato approfondito il caso del Westway Development Trust di Londra, il suo potenziale di sviluppo e i risultati raggiunti in termini di attività e capacità economiche.


The Italian scientific and academic debate is currently focused on problems such as cut of government spending, state asset transfer processes, deprived areas regeneration, community engagement.

As an attempt to give a unique answer to these matters, UK urban policies - characterized by a multidisciplinary approach - display the role of third sector organizations called community enterprises as sustainable “device” of urban regeneration. Community enterprises grown up with independent paths, linked to the evolution of local community engagement processes and national urban policies. These enterprises can be considered as a “device” promoting sustainable social environment, urban regeneration and local welfare through enhancement of community capabilities.

This contribution has been recognized by national government politics in the cultural and poltical framework of the transfer from “the Big State to the Big Society”. The results of this policy demonstrate the strong dependency of community enterprises from public sector as a limit urban regeneration processes. This study is based on an analysis of UK urban policies and the different typologies of community enterprises, focusing the research on Community Development Trust. A relevant example is the case study of Westway Development Trust (London), showing finfty years of asset and capacity development process.

 

Le community enterprises ed il legame con le politiche urbane

Lo studio delle community enterprises come nuovo strumento di rigenerazione urbana nasce da recenti ricerche di vari accademici inglesi (Bailey, 2012; Somerville, McElwee, 2011; Pearce, Kay, 2003) che analizzano alcune imprese sociali contraddistinte da ambiti di intervento legati ad una specifica comunità locale, in aree territorialmente definite. Queste imprese sono gestite in maniera indipendente e nonprofit, con obiettivi locali orientati al coinvolgimento delle comunità nei processi di rigenerazione. La loro azione si lega fortemente al concetto di sostenibilità, visto il contributo in termini di:

  • benessere diffuso (sicurezza, salute, istruzione), equamente distribuito tra le diverse componenti della comunità (sostenibilità sociale);
  • opportunità legate al reddito, al lavoro e allo sviluppo delle capacità della comunità (sostenibilità economica);
  • qualità ambientale, promuovendo il recupero di edifici e aree dismesse (sostenibilità ambientale);
  • mediazione nelle situazioni di conflitto, attraverso il rafforzamento delle reti tra comunità locale, autorità ed altri attori privati (sostenibilità istituzionale).

Il termine community deriva dalla stretta relazione tra queste imprese e una popolazione definita: le attività svolte sono infatti indirizzate al soddisfacimento di una domanda locale tramite una gestione d’impresa operata dai membri stessi della comunità. Il termine enterprises indica la loro natura commerciale: i profitti delle attività sono reinvestiti nell’organizzazione stessa, senza dimenticare gli “scopi sociali” e gli obiettivi legati ad un’area geograficamente delimitata e identificabile con una “comunità locale” (Pierson, 2000; Kay, 2005). Le iniziative promosse da queste imprese vanno dall’ampliamento delle risorse e dei servizi offerti, al supporto a imprese locali, fino alla promozione di piani di rigenerazione urbana. Le funzioni sono diverse: gestione di servizi pubblici, incubazione di imprese locali tramite il recupero del patrimonio pubblico dismesso etc. Dato lo stretto legame con obiettivi territoriali locali, le fasi di sviluppo delle community enterprises dipendono dai diversi contesti in cui si generano; si sono sviluppate in seguito a vari percorsi di interazione con attori locali e nazionali, in forte dipendenza dall’evoluzione delle politiche urbane dei governi inglesi.

Il legame tra community enterprises e rigenerazione urbana si è consolidato grazie ad alcune azioni delle politiche urbane degli ultimi cinquant’anni. Negli anni ’60-'70 le misure per la riqualificazione di aree urbane intervenivano sulle comunità attraverso azioni di “riabilitazione sociale”, tramite la fornitura pubblica di servizi indirizzati alla riduzione delle condizioni di precarietà in cui versava la popolazione. Negli anni ‘80 e nella prima metà degli anni ’90 la rigenerazione urbana ha cominciato ad essere vista come un problema strutturale; occorreva promuoverne lo sviluppo economico che, agevolato dalla deregolamentazione e da forti incentivi statali, avrebbe creato sulle comunità effetti rigenerativi “a cascata”. Alla fine degli anni ‘90 le comunità sono state poste al centro delle politiche urbane attraverso il coinvolgimento diretto nei processi di rigenerazione. Le nozioni di “imprenditorialità” e “sostenibilità” delle comunità sono state un obiettivo primario delle iniziative di rigenerazione urbana del governo New Labour. In termini generali, l’agenda neo-laburista si basava su una rigenerazione endogena, favorendo iniziative ed attività integrate volte all’ampliamento delle capacità economiche locali.

Per spiegare il legame tra community enterprises e rigenerazione urbana possiamo avvalerci di rapporti di ricerca ed indicatori che approcciano la questione in maniera meno diretta. Il fulcro della questione è il processo di acquisizione delle risorse, definito dalla letteratura inglese come acquiring asset process (Aiken, Cairns, Taylor, Moran, 2011; Locality, 2011). Questo processo consiste nell’acquisizione di risorse che permettono alle community enterprises di realizzare gli interventi necessari a consolidare e sviluppare le proprie attività. Questa fase, oltre ad essere necessaria per lo svolgimento delle funzioni volte alla rigenerazione economica e sociale, rappresenta un importante elemento di rigenerazione fisica del quartiere. Le risorse affidate alle community enterprises sono, nella maggior parte dei casi, spazi residuali o immobili dismessi - concessi da enti pubblici o ottenuti attraverso donazioni private - contraddistinti da elevati costi per la manutenzione e la gestione.

Il ruolo nel recupero di tali spazi è stato chiaramente sottolineato dal rapporto della Local Government Association2: “Comparti scolastici degradati, biblioteche abbandonate, palazzi ed uffici municipali sovradimensionati, sono per molte autorità locali un costo in termini di degrado e criminalità, rappresentando un fallimento nella gestione delle risorse pubbliche. Le autorità locali devono condividere la gestione del proprio patrimonio con le community enterprises, le uniche organizzazioni capaci di individuare nuove opportunità per questi edifici. Queste imprese riescono ad attirare nuove e diverse forme di investimento, attivando una serie di funzioni ed attività e generando profitti reinvestiti nell’impresa, nel benessere e nella rigenerazione delle comunità” (Local Government Association, 2004).

Le modalità di acquisizione e gestione delle risorse sono possibili indicatori della portata dell’azione rigenerativa delle community enterprises (Bailey, 2012), in quanto evidenziano la capacità di attivare processi di rigenerazione urbana. E’ possibile identificate tre tipologie di community enterprises in base al rapporto tra gestione delle risorse possedute e funzioni svolte:

  • stewards (organizzazioni di piccole dimensioni): formate principalmente da volontari, con difficoltà di gestione delle risorse, concedono spazi ad associazioni locali o gruppi di residenti;
  • community developers (organizzazioni di medie dimensioni): ad esse vengono affidate risorse utili alla produzione di servizi offerti in partnership con altri attori;
  • entrepreneurs (organizzazioni di grandi dimensioni): professionalmente organizzate ed avanzate, con una forte vocazione commerciale e un’organizzazione indirizzata al profitto (business model). Per la quantità di risorse gestite vengono definite capital-intensive (Aiken, Cairns, Taylor, Moran, 2011); pur lavorando in partnership con altri attori, sono finanziariamente indipendenti.

Secondo un’indagine del 20113 elaborata su 717 community enterprises, solo il 3% di queste ha richiesto un prestito bancario, dimostrando un elevato grado di indipendenza dai sistemi creditizi; il 27% conta su donazioni private, mentre il 31% sul sostegno pubblico. Un ulteriore 25% ha utilizzato tutti i metodi di acquisizione sopraelencati (sono le imprese con le risorse più consistenti). Il restante 14% utilizza altri metodi di finanziamento, come i fondi europei o il peppercorn rent, ovvero una tariffa di affitto simbolica concessa su proprietà pubbliche.

Nel mosaico di organizzazioni che si definiscono community enterprises, le più interessanti dal punto di vista dell’acquisizione di risorse sembrano essere i Community Development Trust, imprese multifunzionali ed indipendenti che forniscono una serie di servizi sociali, economici ed ambientali destinati ad una comunità locale mirando ad uno sviluppo multidimensionale della comunità (Development Trust Association, 2002). I CDT svolgono le proprie attività attraverso la fornitura di:

  • spazi per lavoro (laboratori artigianali, uffici, piccoli magazzini industriali, etc.);
  • spazi commerciali (botteghe per la rivendita di prodotti artigianali, per mercati di quartiere);
  • spazi per le organizzazioni formali e/o informali delle comunità;
  • servizi per la salute, lo sport, la formazione professionale e l’istruzione;
  • servizi sociali e ricreativi per l’infanzia, gli anziani e i disabili.

La nascita di queste imprese in alcuni casi ha seguito un modello di organizzazione d’impresa già sperimentato da altri Trust - termine che identifica un fondo comune d’investimento diffuso nel diritto privato britannico - in altri casi sono nate su iniziativa delle autorità locali, in altri ancora a seguito di programmi di rigenerazione urbana finanziati dal governo centrale - come il New Deal for Communities (NDC) o i Neigbourhood Management Pathfinders (percorsi di gestione dei quartieri in cui le comunità locali dovevano coordinare e gestire i servizi locali per migliorarne l’efficienza).

L’agenzia di coordinamento nazionale Locality (nata nel 2011 dalla fusione della Development Trust Association e la British Association of Settlements and Social Action Center) ha redatto nel 2011 un rapporto che - analizzando l’attività di 423 CDT - descrive l’impatto economico e sociale che queste imprese hanno sul territorio (Locality, 2011). Il 63% delle imprese è localizzato in aree urbane, il 17% in aree rurali e il 20% in aree miste. Le persone iscritte nei registri dei servizi prodotti da queste imprese sono 310.000, i posti di lavoro generati 5.500 e i volontari oltre 20.000. Nel 2010 i CDT hanno fatturato 325 milioni di sterline (172 milioni di entrate prodotte per il 53% da attività commerciali). Il 57% dei CDT ha prodotto ricavi grazie ai finanziamenti ricevuti per contratti su servizi pubblici. Tra queste, solo il 40% delle imprese ha prodotto profitti, mentre il 17% ha avuto perdite. Questo dato indica l’importanza delle attività commerciali per il sostentamento dei CDT e allo stesso tempo la parziale efficacia finanziaria degli accordi con il settore pubblico.

 

Le forme societarie

Le community enterprises presentano forme organizzative varie in termini giuridici e amministrativi. Lo statuto è redatto specificando le regole in merito alla partecipazione, la definizione degli obiettivi, l’organizzazione economica, la selezione ed elezione dei membri del consiglio di amministrazione. La redazione dello statuto rappresenta una fase delicata in cui la struttura organizzativa informale viene trasformata in organizzazione normata. Questo processo di institutional building (Donolo, 1997) è particolarmente importante per la costruzione di credibilità dell’impresa nei confronti della comunità, delle autorità locali e di eventuali donatori privati (Bailey, 2012). La struttura dei consigli di amministrazione varia da impresa a impresa, propendendo per ordinamenti misti in base alla composizione etnica e di genere della comunità di riferimento. Con questi obiettivi sono stati definiti una serie di meccanismi per la garanzia della diversificazione nella composizione del direttivo.4

Le forme giuridiche societarie delle community enterprises sono principalmente tre.

Company Limited by Guarantee (CLG): società cooperative a responsabilità limitata. Queste organizzazioni non possiedono obbligatoriamente un capitale sociale e definiscono i membri come guarantors, ossia “garanti”. Questi versano un importo simbolico (una sterlina a testa) come ipotetica garanzia in caso di liquidazione della società. Ogni anno la società pubblica i propri bilanci presso la Company House (registro nazionale delle imprese del Regno Unito). I profitti generati vengono reinvestiti all’interno dell’impresa stessa o utilizzati per pagare prestazioni professionali. Questa tipologia di organizzazione societaria è quella maggiormente utilizzata poiché garantisce maggiore flessibilità gestionale e di attività (Locality, 2011).

Industrial and Provident Society (IPS): definibili come società cooperative senza scopo di lucro oppure come società per il mutuo soccorso. Si differenziano dalle CLG poiché possiedono obbligatoriamente un capitale sociale facente capo a tutti i membri della società.

Community Interest Company (CIC): struttura simile alle altre due forme giuridiche con la differenza che i membri del direttivo possono essere retribuiti poiché ritenuti, grazie alle loro competenze, “indispensabili” agli interessi della comunità. Le CIC possono essere coinvolte in operazioni finanziarie esterne, purché i guadagni siano indirizzati al bene delle imprese. Per evitare distorsioni è stata creata un’autorità di controllo, la CIC Regulator, che vigila affinché la società non perda di vista gli scopi sociali e gli obiettivi di redistribuzione dei benefici per cui è stata realizzata.

Alcune community enterprises hanno lo status di charities (organizzazioni di beneficenza). Questo status è opportuno soltanto quando gli indirizzi delle attività sono esclusivamente di beneficienza, comprendendo attività legate all’istruzione, alla religione e agli aiuti diretti nelle situazioni di povertà estrema. Queste organizzazioni non possono retribuire direttamente i propri dipendenti, ma possono pagare servizi d’impiego specializzati tramite società intermediarie. Anche nel caso delle charities esistono organizzazioni di controllo dell’utilizzo delle risorse.

La scelta della forma giuridica, per una community enterprise, è particolarmente delicata in quanto, pur mantenendo chiari gli obiettivi sociali legati ad una specifica comunità, deve al contempo definire forme efficaci e sostenibili di redditività. La sfida consiste nel superare i rischi insiti nel mercato in cui si opera, soprattutto per quanto riguarda la gestione di spazi, edifici o aree con ingenti spese di manutenzione e difficili ritorni economici.

 

Il Westway Development Trust di Londra

Il Westway Development Trust (WDT) di Londra rappresenta una delle pietre miliari delle esperienze di rigenerazione urbana basate sull’azione delle community enteprises, di cui è il capostipite. Sorto nel 1971, lega la sua storia alle politiche di risanamento degli slum operai degli anni ‘60, periodo in cui si avviarono i lavori per la realizzazione dell’autostrada sopraelevata A40, un’infrastruttura che attraversava l’area di North Kensington, la zona più a nord del borough di Kensington and Chelsea a Londra.

La realizzazione della A40 prevedeva la demolizione di 600 abitazioni e il trasferimento di circa 2.500 abitanti in altre aree della città, aggravando la situazione di degrado del quartiere di North Kensington ed esponendo le abitazioni ad un elevato inquinamento acustico ed ambientale (Duncan, Bartlett, 1992). La zona era tra le aree urbane più degradate della città di Londra, con un elevato tasso d’immigrazione (per la maggior parte di origine caraibica) ed un contesto decadente e sovraffollato privo di qualsiasi tipo di spazio pubblico. Queste condizioni portarono alla nascita di diversi comitati di protesta che, dopo quattro anni di contestazioni, istituirono il North Kensington Amenity Trust - primo nome del WDT - nato in seguito alla concessione da parte del Department of Transport delle aree residuale sotto la sopraelevata, che comprendevano spazi per circa 100.000 mq.

Durante gli anni ‘80, sotto la presidenza conservatrice del Borough di Kensigton and Chelsea e dopo un decennio di lunghi ed estenuanti processi di coinvolgimento della comunità per la scelta delle attività da svolgere, al WDT fu concesso un pacchetto di finanziamenti necessari allo sviluppo dell’area. Furono quindi realizzate le strutture e i servizi che caratterizzano tuttora il quartiere di Notthing Hill; furono ricavati nuovi spazi per il mercato di Portobello, in precedenza concentrato solo nell’omonima strada. La parte dedicata all’abbigliamento fu interamente spostata all’ombra della sopraelevata tra nuovi stalli semicoperti e negozi in gallerie, tra Portobello Road e Ladbroke Grove. Oltre agli spazi per gli stalli furono realizzate anche nuove sedi per uffici di associazioni volontarie interessate all’attività di beneficenza del quartiere e una sezione di moduli commerciali nell’intersezione tra Portobello Road e l’autostrada sopraelevata, conosciuta come Portobello Arcade. Questa nuova parte del Portobello Market è diventata un simbolo, ispirando molte altre strutture simili in altre parti d’Europa (WDT, 2011). L’asset complessivo realizzato è stato di 20.000 mq di superficie commerciale; sono state create 96 imprese e 230 nuovi posti di lavoro (Bailey, 2012).

Gli ultimi anni di operatività del programma del WDT sono stati destinati alla realizzazione di attrezzature sportive, opere di pedonalizzazione e nuove strutture commerciali. Per la fornitura di ulteriori servizi il WDT ha creato una partnership con la Inner London Education Authority (ILEA) e ha ricevuto un finanziamento di 600.000 sterline per la realizzazione del Westway Sports Centre, che ha concesso i propri spazi alle attività sportive delle scuole del quartiere e stipulato tariffe agevolate per i componenti della comunità.

Sara Le Xuan IRS - Istituto per la ricerca sociale

Luca Tricarico Politecnico di Milano