DICEMBRE 2016
 
La misura dello "scarring effect" nelle cooperative sociali italiane

La misura dello "scarring effect" nelle cooperative sociali italiane

Abstract

Tra le cause che generano disoccupazione vi è la disoccupazione stessa. Si tratta di una relazione che nella letteratura recente prende il nome di “scarring effect of unemployment”: essere disoccupati oggi aumenta la probabilità di essere disoccupati in futuro ed incide negativamente oltre che sull’occupazione anche sul salario. La teoria del capabilites approach aiuta a ridefinire il campo di applicazione teorica dello scarring effect e ad estenderlo anche altri aspetti della qualità della vita e del lavoro, nonché ad individuare appropriate politiche di inserimento lavorativo. L’efficacia di questo approccio è stata testata guardando alle attività di servizio messe in atto dalle cooperative sociali, in particolare da quelle che si occupano più da vicino dell’inclusione di soggetti svantaggiati nel mercato del lavoro.


Unemployment itself is found among the causes of unemployment. This paper aims to analyze the relationship between current and future unemployment (in terms of cause and effect). The former relationship is underpinned by the theory of “scarring effect”: being unemployed today, increases the probability of being unemployed in the future and incurs a negative effect on future wages. Our findings show that the scarring effect of unemployment permits other aspects of job and life quality. The theory of capabilities approach is utilized not only to add new dimensions and augment the definition of scarring effect but to design appropriate labour policies too. The effectiveness of this approach was tested by looking at the activities undertaken by social cooperatives, particularly those that deal disadvantaged people inclusion in the labor market.

 

Introduzione

La cooperazione sociale rappresenta da molti anni uno dei fiori all’occhiello delle politiche attive del lavoro del nostro Paese: non solo le cooperative di Tipo B - che a norma di legge sono “finalizzate all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati” e che rappresentano una realtà additata anche in altri Paesi come best practice italiana (Depedri, 2013) - ma tutto il mondo della cooperazione sociale ha mostrato grandi capacità di creare posti di lavoro, di praticare forme di flessibilità del lavoro avanzate ed efficienti, di reagire ad una crisi paurosa con qualche capacità in più rispetto al pubblico e al privato profit, crisi che, tra l’altro, ha colpito con veemenza il settore dei servizi di cura e di prossimità per l’impressionante riduzione del finanziamento pubblico del welfare.

Da questo punto di vista, focalizzarsi sulla cooperazione sociale utilizzando i dati dell’indagine ICSI 2007 per approfondire il tema dello scarring effect (o effetto cicatrice) riteniamo rappresenti una scelta corretta e utile, perfettamente in linea con l’idea che la cooperazione sociale sia un laboratorio prezioso per lo studio delle caratteristiche del lavoro, in questa lunga stagione post-fordista nella quale anche comportamenti e modi di essere delle persone nei confronti del lavoro (sia nel ruolo di soggetti che offrono lavoro, sia di imprenditori che lo domandano) sono cambiati in modo rilevante.

Di recente lo scarring effect è stato messo in evidenza dalla letteratura (cfr. infra) per spiegare la path dependance della disoccupazione ed è diventato, a nostro parere, una metafora molto utile per descrivere i circoli viziosi della disoccupazione: la cicatrice è una potente metafora di quelle trappole - disoccupazione, scoraggiamento, basso impegno nel cercare il lavoro e nella formazione, alta probabilità di restare disoccupati - che la letteratura ortodossa ha finito per trascurare del tutto, vittima di una retorica neoliberista che ha fatto della flessibilità del salario e della libertà di assunzione e licenziamento i soli rimedi efficaci per sconfiggere la disoccupazione (D’Isanto, Musella, 2013).

In questo paper ci proponiamo di approfondire il tema a partire da un’analisi critica del significato dell’effetto cicatrice e da una conseguente riconsiderazione delle misure più adatte a darne conto; la banca dati ICSI 2007 si è dimostrata particolarmente adatta ai nostri scopi perché contiene molte informazioni, quanti-qualitative, sui lavoratori delle cooperative sociali (Carpita, 2009). Il primo paragrafo è dedicato ad un’analisi dell’effetto cicatrice in letteratura; si metteranno in evidenza i motivi per cui la disoccupazione genera una cicatrice che nel tempo ha effetti negativi sulla vita lavorativa dei disoccupati. Nel paragrafo successivo illustreremo la nostra proposta di considerare le conseguenze dello scarring effect non solo in termini di salario percepito - in caso di nuova occupazione - ma anche in relazione agli effetti su altre dimensioni della vita lavorativa. A seguire, dopo aver brevemente ricordato le caratteristiche della banca dati ICSI 2007, analizzeremo i risultati dell’indagine econometrica, per chiudere poi con alcune considerazioni finali.

 

Scarring effect. Una rassegna della letteratura

Tra i miglior indicatori del rischio di un futuro stato di disoccupazione vi è la pregressa storia di disoccupazione di un individuo. Questo risultato empirico è stato spiegato in modo convincente dalla teoria dello scarring effect. Lo scarring effect of unemployment studia la relazione esistente tra le precedenti esperienze di disoccupazione e le future esperienze di disoccupazione di un individuo. Tale relazione sembra essere positiva nel senso che, quanto più durature sono state le esperienze di disoccupazione passate, tanto più forte è la probabilità per un individuo di restare disoccupato nel presente e futuro.

La letteratura empirica sullo scarring effect o state dependence risale ai primi anni ‘80 con gli scritti di Ellwood (Ellwood, 1982), Corcoran (Corcoran, 1982), Heckmann e Borjas (Heckmann, Borjas, 1980). Il problema fondamentale emerso in questi studi fu quello di separare gli effetti causati da eterogeneità non osservabile dal “true state dependance”. E’ bene precisare che, nello stimare lo scarring effect, la letteratura empirica è stata da sempre afflitta dal problema della eterogeneità non osservabile. Stimare le determinanti sulla probabilità di essere disoccupati al tempo t è risultato arduo a causa della difficoltà di separare gli effetti legati esclusivamente ad un precedente stato di disoccupazione (true scarring effect o true state dependence) dalle altre caratteristiche non osservabili. Nonostante ciò i risultati empirici delle varie analisi sono stati robusti ed hanno dato credito all’ipotesi che esista una correlazione tra la disoccupazione di oggi e la disoccupazione di ieri (rispettivamente in termini di effetto e causa), così come tra la disoccupazione di oggi e quella di domani (rispettivamente in termini di causa ed effetto).

Lo stato di disoccupazione comporta una perdita nel reddito attuale ed infligge nel lungo periodo una “cicatrice” che aumenta la probabilità di essere disoccupati nel futuro, di avere una più bassa stabilità del posto di lavoro, di subire una riduzione nel salario (Arulampalam, Booth, Taylor, 2002). Le motivazioni possono ascriversi ad almeno tre fattori: 1) al deprezzamento del capitale umano per il lungo periodo trascorso al di fuori del mercato del lavoro; 2) al fatto che generalmente i datori di lavoro utilizzano la pregressa storia occupazionale come segnale della produttività di un lavoratore (pertanto, se esiste una storia passata di disoccupazione, il segnale sarà inevitabilmente di scarsa produttività); 3) al fatto che i lavoratori disoccupati per un lungo periodo sono disposti ad accettare lavori al di sotto delle loro qualifiche. Si tratta dunque di una spirale perversa che si autoalimenta in quanto più è lungo il periodo di disoccupazione nel quale un individuo permane, più è ristretto lo spazio delle sue opportunità (per usare categorie riconducibili al capabilities approach di Sen) e minore sarà la probabilità per costui di transitare in futuro dalla disoccupazione all’occupazione.

La disoccupazione genera innanzitutto dequalificazione, la quale a sua volta riduce le chances di trovare lavoro: in un mercato in continua evoluzione chi non è occupato non acquisisce quelle capacità che si possono apprendere solo attraverso l’esperienza (D’Isanto, Musella, 2013). Inoltre, in presenza di posti di lavoro e lavoratori eterogenei, l’intermittenza produce una modifica più o meno rilevante del tipo di occupazione che è possibile svolgere. Tale effetto è legato al diverso grado di atrofia che caratterizza alcune occupazioni. In pratica, l’atrofia è la perdita di reddito potenziale associata alla non partecipazione al mercato del lavoro per alcuni periodi. Una sua giustificazione può essere l’obsolescenza del capitale umano acquisito. Un esempio dove l’obsolescenza è particolarmente evidente è il capitale umano a contenuto tecnico, ma se l’atrofia è una componente importante della prestazione lavorativa, è ragionevole ipotizzare che sia remunerata dal mercato, per cui una professione nel settore informatico, ad esempio, avrà tipicamente alta atrofia ma alto reddito. Sul problema del deterioramento e dell’atrofia del capitale umano, Polacheck (Polacheck, Salomon, 1975) si era già soffermato nel 1975 nel suo lavoro sulla presenza intermittente delle donne nel mercato del lavoro. Edin e Gustavsson (Edin, Gustavsson, 2008) hanno confermato - nel loro studio sulla disoccupazione giovanile - che il valore di mercato delle conoscenze e competenze acquisite già durante la scuola superiore si deprezza in maniera relativamente veloce se non vengono subito utilizzate.

Un altro importante fattore che spiega la relazione tra performance del lavoro attuale e stato di disoccupazione è legato al fatto che i datori di lavoro, qualora si trovino in una situazione di asimmetria informativa, utilizzano la pregressa storia occupazionale dei lavoratori come “screening device” sulla loro produttività, preferendo assumere lavoratori che abbiano storie di disoccupazione più brevi (Spence 1973; Blanchard, Diamond, 1994).

In terzo luogo le stesse istituzioni, applicando le regole sulla tutela dell’anzianità, tendono a proteggere maggiormente i lavoratori (insider invece che outsider) che hanno una tenure più lunga piuttosto di quelli che hanno una tenure più breve: i primi, una volta disoccupati, otterranno un lavoro più velocemente rispetto ai secondi e saranno maggiormente tutelati nei periodi di crisi. Sono molte le ragioni per cui sono nate questo tipo di regole istituzionali. Sul tema è interessante richiamare il filone di letteratura che si occupa della problematica insider/outsider nel mercato del lavoro (Lindbeck, Snower, 1988; Musella, Jossa, 2006); basti ricordare che solo una regola che protegge i più anziani evita comportamenti aggressivi di costoro nei confronti dei nuovi entranti. Ciò può rappresentare un importante vantaggio per le imprese colpite da shock negativo, come è confermato dai risultati, tra gli altri, di Eliasson e Storries (Eliasson, Storries, 2006).

Gli studi di Ellwood (Ellwood, 1982), effettuati negli Stati Uniti utilizzando i dati del NLSY (National Longitudinal Survey Young workers), confermano che la disoccupazione ha degli effetti negativi sul futuro lavorativo di un individuo con conseguenze più gravi sul salario piuttosto che sull’occupazione. Corcoran (Corcoran, 1982), utilizzando la banca dati NLSY su di un campione di donne, è giunto a conclusioni analoghe sia per quanto concerne i salari sia per l’occupazione. Uno studio promosso da Mroz e Savage (Mroz, Savage, 2006) - sempre su banca dati NLSY, in un modello dinamico attraverso l’utilizzo di variabili strumentali - ha riscontrato effetti significativi quattro anni dopo un periodo di disoccupazione, sia sui guadagni annui sia sulla probabilità di disoccupazione. Prove che suggeriscano che la disoccupazione può influenzare i salari futuri attraverso i cosiddetti “ implicit contracts” si possono trovare negli scritti di Beadry e Di Nardo (Beardy, Di Nardo, 1991) i quali mostrano che i salari sono influenzati dal tasso di disoccupazione aggregata esistente al momento della disoccupazione.

Infine le preferenze stesse (tra lavoro e tempo libero) dei lavoratori molto giovani possono essere influenzate dalle loro esperienze iniziali. Un certo supporto in questo senso si rinviene nella letteratura sulle interazioni sociali (Kolm, 2005; Stutzer, Lalive, 2003) dove si ritiene che lo stigma negativo della disoccupazione è influenzato dalla posizione nel mercato del lavoro del gruppo sociale di riferimento. Se la disoccupazione spinge (di per sé) gli adolescenti a trascorrere più tempo con altri disoccupati, questi tenderanno ad avere come gruppo di riferimento persone che hanno un debole attaccamento al lavoro e ciò incide sia sulle opportunità di lavoro (in termini di network relazionali) sia sull’incentivo a lavorare.

 

Come si misura lo scarring effect. Una proposta alternativa

L’effetto cicatrice generato dalla disoccupazione non incide soltanto sul salario e sulla possibilità di trovare un’occupazione, ma anche sulle caratteristiche di tale occupazione una volta entrati/rientrati nel mercato del lavoro. I lavoratori che provengono da uno stato di disoccupazione duraturo o intermittente sono lavoratori scoraggiati e per questo motivo disposti ad accettare, oltre a salari sempre più bassi, anche lavori al di sotto delle loro qualifiche, lavori precari e ad avere così una più bassa stabilità del posto di lavoro. Inoltre i lavoratori portatori di questa cicatrice, a causa di un segnale negativo di scarsa produttività, tendono con difficoltà a ricoprire ruoli apicali, a fare carriera, ad avere autonomia e ad essere coinvolti nella mission dell’organizzazione.

L’effetto cicatrice in pratica riduce sia lo spazio delle capabilities nel quale un individuo può muoversi, sia le sue opportunità, non solo in relazione alla disponibilità di risorse monetarie (quali salario, incentivi economici, ecc.) ma anche alla possibilità di accesso a beni, conoscenze, relazioni che incidono sulla qualità della vita e del lavoro; la qualità del lavoro si misura sia in termini oggettivi (autonomia, flessibilità di orario, ecc..), che in termini soggettivi (soddisfazione e consapevolezza di essere parte attiva di un processo, ecc..). L’uomo infatti è un essere complesso e multidimensionale, non soltanto homo oeconomicus, ma homo eticus e animale sociale, in continua integrazione dinamica rispetto all’ambiente in cui vive (Addabbo, Corrado, Picchio, 2011).

Per questi motivi proponiamo un’estensione delle dimensioni rispetto alle quali misurare lo scarring effect. Così come può risultare limitativo utilizzare il Pil come indicatore assoluto del benessere di un Paese (è una misura relativa e non assoluta di uno degli aspetti della vita di un Paese, ovvero quello economico), sarebbe riduttivo considerare, tra le conseguenze dello scarring effect, solo quelle legate al salario e trascurare tutte le altre dimensioni della vita lavorativa di un individuo.

La Figura 1 mostra l’impatto che le interruzioni di occupazione hanno su diverse dimensioni della vita lavorativa di un individuo. Abbiamo aggiunto in ordinata altre dimensioni che affiancano il salario, come: mission, agency, autonomia, stabilità, complessità, ecc.. Generalmente - secondo lo scarring effect - esiste una relazione crescente tra le variabili dell’asse delle ordinate e la variabile tempo, nel senso che un individuo nel corso della vita lavorativa tende a guadagnare sempre più (per esperienza acquisita, progressioni di carriera, ecc.), ad avere una sempre maggiore stabilità, autonomia, coinvolgimento, consapevolezza di essere parte di un processo, ecc. La Figura 1 mostra che possono esistere percorsi occupazionali diversi, talvolta paralleli, o divergenti, a seconda che si tratti di lavoratori che non hanno avuto pregresse storie di disoccupazione oppure di lavoratori che invece hanno avuto esperienze occupazionali durature ed intermittenti.

fig01Figura 1: Possibile impatto della disoccupazione e di un'occupazione intermittente nel tempo

La linea nera rappresenta l’effetto permanente dello scarring su tutte le categorie prese in considerazione, mentre la linea blu indica il normale percorso di crescita professionale di un individuo che ha una storia occupazionale senza interruzioni. La linea blu potrebbe anche essere più ripida rispetto alla nera e segnalare che i due percorsi non solo non si incrociano, ma divergono; il gap potrebbe essere superato da politiche efficaci, qui rappresentate dalla linea di congiunzione (linea tratteggiata), politiche che consentano anche ai lavoratori “svantaggiati dal peso di questa cicatrice” di poter rientrare in un normale percorso lavorativo e di vita.

Federica D'Isanto Università degli Studi di Napoli "Federico II"

Marco Fuscaldo Università degli Studi di Torino

Marco Musella Università degli Studi di Napoli "Federico II"