DICEMBRE 2016
 
Una nuova metrica per l'impresa sociale: il sistema di rilevazione del Valore Aggiunto Sociale

Una nuova metrica per l'impresa sociale: il sistema di rilevazione del Valore Aggiunto Sociale

Abstract

Vi è una certa insoddisfazione tra gli operatori del terzo settore, tra i finanziatori privati nonché tra i decisori pubblici, circa le modalità di valutazione dell’impatto sociale, derivante dall’operare di tale tipologia organizzativa, nella comunità territoriale di riferimento. I sistemi di misurazione della performance delle organizzazioni di terzo settore e delle imprese sociali (OTS/IS) variano grandemente nel tempo a seconda di una serie di variabili endogene ed esogene in relazione ai contesti (ambienti) economici, politici, sociali e culturali, in cui esse sono inserite (operano).

Il presente articolo si propone di fornire al lettore italiano un quadro teorico concettuale innovativo a partire dal quale è possibile costruire una batteria di indicatori per la valutazione del valore aggiunto sociale prodotto dalle OTS/IS. L’ipotesi da cui si prende le mosse è che la specificità/distintività delle OTS/IS sia data dalla loro capacità di produrre beni relazionali e di generare capitale sociale.

Partendo dalla esplicitazione di “che cosa” producano le OTS/IS, il testo illustra il modello della “catena di produzione del valore” applicato alle OTS/IS elaborato da un gruppo di studiosi della Harvard University, basato su cinque dimensioni/fasi: risorse-processi-prodotti-risultati-effetti. Il paragrafo successivo è dedicato alla presentazione delle diverse tipologie di valore aggiunto che un’organizzazione può produrre per la società. A seguire viene descritto in maniera dettagliata il modello di valutazione del “valore aggiunto sociale” (SAVE), applicato alle OTS/IS italiane. Infine, nelle conclusioni viene richiamato il percorso teorico illustrato nel corso dell’articolo e vengono avanzate alcune ipotesi per possibili progetti di ricerca futuri.


There is a widespread dissatisfaction among nonprofit leaders and managers, private funders and public decision-makers concerning the system of social impact assessment of nonprofit organizations/social enterprises (NPO/SE). The systems of performance measurement of NPO/SE vary greatly on the basis of a series of endogenous and exogenous variables related to different organizational environments: economic, political, social and cultural.

The aim of this article is to present to the Italian reader an innovative theoretical framework on the basis of which it is possibile to build a bunch of indicators for the evaluation of the social added value produced by NPO/SE. Our hypothesis is that NPO/SE are characterized by two main features: the capacity to produce relational goods and their ability to generate social capital in the community.

Moving from the definition of what the NPO/SE do really produce the article shows the “value chain creation” model applied to the Italian NPO/SE. The logical framework, elaborated by a team of Harvard University scholars, consists of five dimensions: resources, processes, products, results and impacts. The following section focuses on the presentation of different “added value” typologies, that an organization can produce for the society as a whole. Next the evaluation model called S.A.V.E. is explained using the Italian NPO/SE as empirical reference. Finally the conclusive section summarizes the main results illustrated in the article and opens new hypothesis for further research projects.

 

Il presente lavoro si inserisce in un percorso di ricerca che sto portando avanti da alcuni anni (Colozzi, Bassi, 2008; Bassi, 2009a, 2009b, 2010a, 2010b, 2011a, 2011b). Molte delle riflessioni in esso svolte sono state da me elaborate nel corso di un’indagine empirica svolta nell’ambito del programma di ricerca Il Valore sociale aggiunto (VAS) del Terzo settore: come misurare la produzione di beni relazionali dell’Unità di ricerca dell’Università di Bologna, all’interno del PRIN 2007 dal titolo Reti societarie, capitale sociale e valorizzazione dei beni pubblici - coordinatore nazionale prof. Pierpaolo Donati - che ha visto coinvolte anche le sedi dell’Università di Verona e dell’Università Cattolica di Milano.

 

“(…) (with the) concern that what could currently be counted
may not measure what truly is
the value added to society by nonprofit organizations
and citizen participation”

(Flynn, Hodgkinson, 2002 - p. viii).

 

Introduzione

I sistemi di misurazione della performance delle organizzazioni di terzo settore e delle imprese sociali (d’ora in poi OTS/IS) variano grandemente nel tempo a seconda di una serie di variabili endogene ed esogene in relazione ai contesti (ambienti) economici (A), politici (G), sociali (I) e culturali (L), in cui esse sono inserite (operano) (Figura 1). Tra queste ultime (variabili esogene) si menziona:

  1. il sistema di regolazione normativa delle OTS/IS;
  2. il complesso di istituzioni politico-amministrative dello Stato e delle sue articolazioni territoriali;
  3. gli stili e le pratiche di management delle agenzie della Pubblica Amministrazione;
  4. la configurazione societaria del mercato e del sistema del credito;
  5. la disponibilità di risorse solidaristiche presenti in una determinata società/comunità territoriale;
  6. le preferenze e gli stili di consumo dei fruitori e beneficiari dei servizi;
  7. gli elementi culturali, valoriali e simbolici.

Per quanto riguarda le variabili endogene vi sono diverse dimensioni relazionali che impattano sulla definizione/determinazione della misurazione della performance (adempimento della mission), cioè su ciò che “ha valore”, su ciò che “dà valore”, su ciò che è da valutare positivamente (e quindi valorizzare) rispetto ad attività, programmi, progetti, a cui dare un giudizio (di valore, valutazione) negativo (e quindi da abbandonare, interrompere, o riconfigurare). Di seguito ne indichiamo tre principali:

  1. la dimensione della governance, cioè della configurazione interna delle forme e delle procedure attraverso cui si prendono decisioni di carattere politico-strategico;
  2. la dinamica gestionale (management) cioè il livello della presa di decisioni relative alle scelte allocative;
  3. i rapporti che si instaurano tra i membri dell’organizzazione e i fruitori/beneficiari dei servizi che essa eroga.

Date queste premesse non desta stupore il rilevare che la misurazione del valore (sociale) delle OTS/IS è mutata e muta significativamente nel tempo e nello spazio.

 

Che cosa, come, per chi produce il terzo settore

La tematica affrontata in questo articolo chiama in causa l’oggetto (il che cosa) e le modalità (il come) del produrre da parte di quel variegato mondo di soggetti organizzativi a vario titolo riconducibile sotto il termine di terzo settore o settore non profit.

Non v’è dubbio che, per affrontare correttamente questo tema, occorrerà distinguere all’interno del terzo settore italiano le prassi delle diverse tipologie organizzative (popolazioni) che lo popolano (compongono): il volontariato, l’associazionismo di promozione sociale, la cooperazione (di solidarietà) sociale, le fondazioni, e qual vasto insieme di soggetti non lucrativi che storicamente, socialmente, giuridicamente non rientrano nelle quattro tipologie summenzionate (enti morali, enti religiosi, ex-ipab, ecc.). Nondimeno a nostro avviso, pur nelle differenze, esistono dei caratteri comuni che rappresentano il quid, il surplus, il contributo specifico del terzo settore alle nostre società in fase di tarda modernità. La Tabella 1 riporta in modo sintetico tali peculiarità per ciascuna dimensione dell’agire socialmente rilevante: micro, meso, macro.

tabella1Tabella 1: Che cosa produce il terzo settore nelle varie dimensioni dell'agire sociale

La dimensione micro è quella delle relazioni inter-personali, faccia a faccia, è l’ambito degli interscambi della vita quotidiana, delle interazioni familiari, amicali, di vicinato, di mutuo e auto-aiuto. A questo livello operano i soggetti associativi di piccole o piccolissime dimensioni: il volontariato di base, parrocchiale, le associazioni del tempo libero, culturali, educative e ricreative, di quartiere. La funzione societaria degli attori di terzo settore in questa dimensione basilare, fondativa della vita di relazione, è quella di fornire alle persone:

  • un luogo in cui esperire un senso di appartenenza reale e non virtuale (relazioni sociali non alienate);
  • un luogo in cui sperimentare forme di partecipazione attiva (democrazia associativa);
  • un ambito in cui realizzare forme di auto-gestione, auto-organizzazione e auto-produzione di beni e servizi;
  • uno spazio relazionale in cui vivere l’esperienza di realizzare concretamente azioni di solidarietà verso terzi.

Attraverso questa esperienza quotidiana di messa in comune, di condivisione con altri, di discussione e confronto (a volte anche di scontro, non ci sono persone più rissose dei volontari!), le persone che vivono un’esperienza associativa maturano un senso di responsabilità, in primo luogo verso se stessi e poi via via verso il prossimo, verso la cosa pubblica, ecc., allargando il proprio comportamento civico a sfere sempre più ampie della vita di relazione. Concludendo su questo punto, a livello micro il terzo settore contribuisce a “formare” una società civile, anche nel cuore della società contemporanea post- e/o dopo- moderna, costituita di e da cittadini responsabili.

La dimensione meso è quella delle relazioni inter-organizzative, delle reti di associazioni, è l’ambito degli interscambi tra soggetti organizzati, tra attori collettivi. A questo livello operano i soggetti associativi di medie o medio-piccole dimensioni: il volontariato strutturato a livello regionale o nazionale, le associazioni di promozione sociale, le fondazioni, i sistemi di cooperazione sociale (consorzi, ecc.). L’ambito territoriale di riferimento è costituito da un comprensorio che può andare dal quartiere metropolitano, al comune, alla provincia, al distretto socio-sanitario, ecc. La funzione societaria degli attori di terzo settore in questa dimensione intermedia della vita di relazione, è quella di fornire al tessuto sociale di riferimento un modello di scambio di beni e servizi e relazioni fondate sulla reciprocità e non sul mero “valore di scambio economico” delle prestazioni; nonché la manifestazione concreta che la forma associativa costituisce uno strumento efficace ed efficiente per la risoluzione di problemi di carattere collettivo.

figura1Figura 1: Le quattro dimensioni delle relazioni nel terzo settore

La dimensione macro è quella delle relazioni inter-sistemiche, delle reti internazionali, è l’ambito degli interscambi tra soggetti organizzati di secondo o terzo livello, tra attori collettivi trans-settoriali. A questo livello operano i soggetti associativi di grandi o grandissime dimensioni: le reti di volontariato strutturato a livello inter-regionale o inter-nazionale, le “associazioni” di associazioni di promozione sociale (i tavoli di concertazione, ecc.), i network di fondazioni e charities, i sistemi di cooperazione internazionale. L’ambito territoriale di riferimento è costituito da un’area vasta che può corrispondere al territorio di uno stato nazione, ma anche ad un ambito inter-regionale europeo, o addirittura a reti tra continenti. La funzione societaria degli attori di terzo settore in questa dimensione elevata della vita di relazione, è quella di far veicolare e circolare il medium della fiducia quale modalità di relazionarsi tra i soggetti e di fornire uno spazio pubblico di discussione e di costruzione consensuale di accordi, nell’ambito del processo di globalizzazione. Il quale al contrario tende a creare enclaves, a costruire barriere e steccati, tra le nazioni, tra sistemi paese, e anche all’interno dei paesi industrializzati. A questo livello le reti di associazioni contribuiscono a creare una sfera di senso (campo relazionale) volto a “tessere” e “ricucire”, a costruire ponti, laddove l’onda d’urto del mercato globalizzato frammenta e separa.

Ora, se le osservazioni sin qui esposte hanno una qualche plausibilità e il contributo specifico del terzo settore (settore non profit) è quello di produrre: per le persone/cittadini un senso di responsabilità verso la cosa pubblica; per le organizzazioni e i sistemi territoriali locali un insieme di beni relazionali (o beni collettivi, o beni meritori)1; e, infine per i sistemi sociali complessi o le vaste comunità un solido ammontare di capitale sociale2; allora le differenze principali tra il settore non profit, quello profit e quello pubblico, dal punto di vista del produrre, non stanno tanto nel che cosa produrre ma principalmente nel come produrre, e soprattutto con chi e per chi produrre.

 

Il modello della catena di creazione del valore

A conoscenza di chi scrive la descrizione più completa del modello della catena del valore applicato alle organizzazioni di utilità sociale è quello sviluppato da un gruppo di ricerca dell’Università di Harvard (Wei-Skillern, Austin, Leonard, Stevenson, 2007). L’obiettivo dichiarato è quello di individuare uno schema di analisi che consenta di discernere il valore distintivo o lo scopo basico che l’organizzazione intende produrre nonché i risultati delle sue attività (ciò che produce realmente). Lo schema logico sottostante il modello della “catena del valore” (ivi - pp. 324-332) distingue tre elementi principali che emergono dalle attività di una OTS/IS: outputs, outcomes e impatti. Esso segue un processo di analisi costituito da cinque tappe:

Inputs → Activities → Outputs → Outcomes →Impacts
Resources → Process → Products → Results → Impacts

Il modello può essere applicato in entrambe le direzioni (in avanti e a ritroso): da sinistra a destra, al fine di monitorare l’esecuzione delle attività e verificare il livello di efficienza dei processi organizzativi; da destra a sinistra al fine di pianificare nuovi programmi o attività e di misurare quanto questi siano affidabili, efficienti e congruenti con gli effetti (impatti) desiderati. Lo schema logico consente di identificare le connessioni causa-effetto lungo la catena di creazione del valore.

Un modello di analisi simile è illustrato in un articolo molto stimolante relativo alla valutazione della performance organizzativa e dell’impatto sociale delle OTS/IS della studiosa Rey Garcìa (Rey Garcìa, 2008), definito come metodologia del Social Return on Investment (SRI). Si possono trovare punti di contatto anche in altre metodologie di analisi organizzativa quali la Balanced Score Card (BSC) and il Benchmarking.

figura2Figura 2: Lo schema della "Catena del Valore"

 

Le cinque fasi della catena di produzione del valore nelle OTS/IS

Di seguito presenteremo un’illustrazione tipologica dei cinque elementi della catena di produzione del valore, adottando prima un approccio diagnostico (di monitoraggio dei processi organizzativi) e in seguito la prospettiva dell’analisi previsionale (di progettazione di nuove attività/servizi).

 

Approccio diagnostico

Dal punto di vista dell’analisi processuale occorre chiedersi se lo stato di cose attuale sia coerente con i principi guida della organizzazione (mission) e se il livello (quantità e qualità) delle prestazioni erogate sia soddisfacente rispetto agli obiettivi organizzativi.

1. Prendendo in considerazione le risorse (inputs) economico-finanziarie occorre verificare se l’attuale articolazione del proprio portfolio di entrate sia soddisfacente, sia in termini di coerenza con i propri valori (ad esempio presenza di sponsorizzazioni da parte di imprese non eticamente responsabili), sia per pertinenza/adeguatezza rispetto agli obiettivi perseguiti (ad esempio eccessiva dipendenza da un singolo acquirente può indurre un isomorfismo organizzativo con conseguente eterogenesi dei fini). Se analizziamo le risorse umane, cioè la struttura dei prestatori d’opera dell’organizzazione, allora in questo caso occorrerà verificare e valutare se l’attuale configurazione sia coerente con la propria identità (ad esempio presenza o assenza di personale volontario) e con le finalità dichiarate (ad esempio grado di competenza degli operatori e politiche di formazione).

2. Per quanto riguarda i processi (activities) l’ottica sarà quella di valutare se ad ogni stadio di presa di decisioni (livello politico-strategico, livello gestionale, livello operativo) è garantito o meno il massimo grado possibile di partecipazione degli stakeholders di riferimento. Si tratterà di analizzare le modalità (come) in cui vengono prese le decisioni da parte degli organi di governo (Presidenza, Consiglio di Amministrazione, Consiglio di Gestione, a seconda della forma giuridica e della tipologia organizzativa) e se vengono favorite/incentivate oppure ostacolate/frenate pratiche partecipative inclusive. La medesima analisi dovrà essere svolta a livello gestionale (management: direttore, responsabili di struttura/servizio, coordinatori d’area, ecc.) e a livello operativo (equipe di operatori).

Al fine di meglio comprendere i punti successivi assumiamo come studio di caso (quale referenza empirica) un’associazione di promozione sociale impegnata nel settore della formazione permanente degli adulti, altrimenti denominata: “Università per Adulti”, “Università Aperta”, “Università Popolare”, “Università per la terza età”, ecc., operante da oltre venticinque anni in una città capoluogo di provincia, nel centro-nord, di medie dimensioni (150.000 abitanti).

Andrea Bassi Università di Bologna