11  NOVEMBRE 2018
 

Nota metodologica

Il percorso di ricerca ha seguito un approccio metodologico quali-quantitativo ed è stato strutturato in due fasi.

La prima fase attiene alla necessità di inquadrare il processo di evoluzione storica del terzo settore nell’ambito del comune di Napoli e di definire il ruolo che tali enti hanno avuto nell’organizzazione delle politiche sociali a livello cittadino. A tal fine è stata messa a punto, come strumento di indagine, una traccia di intervista semi-strutturata, caratterizzata da un basso livello di direttività e costruita intorno a 4 sezioni chiave. Le prime due indagano il processo di sviluppo del terzo settore napoletano in altrettante fasi storiche, definite in funzione di passaggi normativi rilevanti per il settore: l’introduzione della l. n. 285/97 e della l. n. 328/00. Contestualmente alle dinamiche di mutamento del sistema di welfare, sono state approfondite le tappe salienti che portano all’organizzazione delle politiche sociali a livello cittadino.
La terza sezione sposta l’analisi sui rapporti tra amministrazione comunale e Ots: l’intento è stato quello di rilevare quali sono stati, nella fase antecedente la riforma dei servizi socio assistenziali (Legge n. 328/00), i principali attori non profit che hanno aperto canali di contatto con le amministrazione locale e quali “spinte innovative” tali organismi hanno apportato al processo di organizzazione delle politiche sociali.
La quarta sezione dell’intervista indaga sull’assetto delle politiche sociali a livello locale, con l’obiettivo di comprendere quali sono gli attori principali del terzo settore che entrano in maniera rilevante nel processo di costruzione del welfare territoriale, ponendo particolare attenzione alla questione della leadership, ovvero alla presenza o meno, in ambito cittadino, di organizzazioni che assumono un ruolo predominante nel settore.

La traccia di intervista è stata somministrata ad un gruppo di 27 testimoni privilegiati, scelti in maniera ragionata in modo da raccogliere le informazioni necessarie alla ricostruzione del quadro storico del fenomeno, attraverso punti di osservazione differenti, ma al contempo complementari. Per tale ragione sono stati scelti soggetti legati alla sfera amministrativa (5 intervistati), alla dimensione non profit (9 lavoratori, 5 presidenti di cooperative, 2 presidenti di associazioni di promozione sociale, 2 presidenti di fondazioni) e al mondo accademico (4 intervistati).

Nel secondo step della ricerca, gli obiettivi e l’ipotesi definiti in precedenza sono stati tradotti, sul piano empirico, attraverso un processo di operativizziazione che ha portato ad individuare una serie di variabili (nominali e ordinali). Per la rilevazione delle variabili è stato adoperato un questionario standard, organizzato intorno a sei sezioni:

  • sezione I: profilo organizzativo
  • sezione II: risorse umane e servizi offerti
  • sezione III: adesioni ad organizzazione di II e III livello
  • sezione IV: partecipazione territoriale
  • sezione V: dimensione economica
  • sezione VI: network

Le 63 organizzazioni iscritte al “Registro cittadino degli organismi del terzo settore” (Reco, istituito con delibera del Consiglio comunale n. 8 del 20/05/2008) al 31 dicembre 2009 hanno rappresentato la popolazione di riferimento. Tutte le organizzazioni sono state contattate nel corso della ricerca, ottenendo un tasso di risposta del 60,3% (38 enti), cui è stato somministrato il questionario.

 

Note

1. Dal 1991 al 2001 le organizzazioni del terzo settore presenti nel capoluogo campano sono passati da 614 a 2.342 unità, con un aumento in termini percentuali pari circa al 400% (8° Censimento dell’Industria e dei Servizi, 2001).

2. Questa fase dell’analisi, di natura strettamente qualitativa, è volta ad inquadrare il processo di evoluzione storica del terzo settore nell’ambito del Comune di Napoli, definendo il ruolo che tali enti hanno avuto nell’organizzazione delle politiche sociali a livello cittadino. Le informazioni sono state raccolte attraverso una traccia di intervista semi-strutturata, somministrata ad un gruppo di 22 testimoni privilegiati che potessero dare una lettura storica del fenomeno da punti di osservazione differenti, ma al contempo complementari. Per tale ragione sono stati scelti soggetti legati alla sfera amministrativa, alla dimensione non profit e al mondo accademico.

3. Legge n. 216/1991, Primi interventi in favore dei minori soggetti a rischio di coinvolgimento in attività criminose.

4. Legge n. 285/1997, Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza.

5. Dapprima la Legge n. 266 promulgata nell’agosto del 1991, che vede «(…) riconosciuto il valore sociale e la funzione dell’attività di volontariato come espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo (…)» e poi la Legge n. 381 sulle cooperative sociali (approvata a novembre dello stesso anno). Nel dicembre del 2000 con la Legge n. 383 viene emanata una disciplina per l’introduzione di una nuova figura giuridica – le associazioni di promozione sociale – e nello stesso anno la “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” n. 328 investe le organizzazioni del terzo settore di un ruolo centrale negli assetti di welfare locale. L’ultimo atto normativo è stato realizzato nel 2005 con l’attuazione della Legge delega n. 118 sull’impresa sociale che consacra l’orientamento economico degli enti non profit e sfocia nella realizzazione di un passaggio culturale di notevole importanza, stabilendo l’impresa può anche essere un modo attraverso cui dei privati organizzano un’attività di produzione e scambio di beni e servizi non per perseguire, esclusivamente o in modo prevalente, uno scopo di lucro, ma anche e soprattutto per realizzare l’interesse generale della collettività.

6. Con i legami informali sono stati rilevati contatti di natura personale tra i rappresentanti delle organizzazioni, collaborazioni “non formalizzate” che si traducono nel prestito di strutture, di personale, nello scambio di informazioni… I legami formali derivano invece da rapporti formalizzati di natura giuridico-amministrativa tra due o più organizzazioni (Ati, Ats, contratti, protocolli d’intesa…).

7. In questa fase dell’analisi è stato preso in considerazione l’indice di centralità basato sul grado (centralità degree). Gli attori più centrali sono rappresentati da quelle organizzazioni che hanno il maggior numero di contatti all’interno del network. Più tecnicamente, infatti, la centralità esprime il massimo grado (numero di contatti) che quell’attore raggiunge all’interno di un network.

8. Il “Comitato di lotta all’esclusione sociale” e (negli anni più recenti) il movimento di protesta nato sotto la sigla “Il welfare non è un lusso”, rappresentano alcune di queste iniziative e si legano in maniera stringente al ruolo interpretato da queste principali organizzazioni del terzo settore territoriali.

9. Il riferimento alla dimensione organizzativa e la “quantificazione” della stessa è stato effettuata prendendo in considerazione alcuni aspetti strutturali delle organizzazioni e, nello specifico, il numero di risorse umane di cui si avvale (volontari, lavoratori, soci…) e il numero di progetti e servizi gestiti.

10. È il caso, per esempio, dell’Uneba (Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale) che è un organo di coordinamento nazionale di istituti di matrice religiosa, sotto la cui sigla si muovono alcune realtà locali impegnate nella gestione di servizi rivolti a minori; o quello del CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza) che costituisce un importante soggetto di rappresentanza nazionale, dentro cui confluiscono alcune cooperative e associazioni locali in qualità di gruppo federativo regionale.

11. L’esperienza legata all’istituzione del Forum ha costituito un elemento determinante nella realizzazione di una rete diffusa tra diverse organizzazioni locali, coinvolgendo, oltre a realtà dell’associazionismo (sia di volontariato che di promozione sociale, tra cui Arci, Acli e Auser), due consorzi campani: il primo, che partecipa sul piano formale attraverso Ancs (Associazione Nazionale Cooperazione Sociale – Legacoop), il secondo attraverso Federsolidarietà.

12. Il buco strutturale è un nodo di connessione tra gruppi di persone che altrimenti non comunicherebbero tra loro. Tale posizione si traduce nell’opportunità di connettere piani di informazioni tra gli individui (“benefici di informazione”) e di controllare i progetti portati da questi individui sui due lati opposti del buco (“benefici di controllo”) (Burt, 1992).

13. L’arco temporale individuato per la rilevazione di alcune dimensioni di analisi è stato riferito al periodo che copre due piani di zona comunali (2004-2006; 2007-2009). Nella fattispecie, sono state riferite a questi anni le seguenti dimensioni analitiche: gestione di progetti e servizi, tipologie di servizi offerti, fonti di finanziamento prevalenti, andamento bilancio economico, bilancio economico medio.

14. Tra le altre fonti di finanziamento più ricorrenti ritroviamo nell’ordine: Regione Campania, Ministeri (nello specifico il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali), Unione Europea. È bene specificare che nella rilevazione dei canali di finanziamento è stato tenuto conto dell’ente banditore e non del fondo attraverso cui il bandi sostenuto è stato finanziato.

15. La Sovvenzione Globale in materia di piccoli sussidi ha rappresentato una leva strategica adoperata in sede comunitaria per finanziare progetti finalizzati allo sviluppo e al rafforzamento dell’economia e dell’imprenditoria sociale, sostenendo l’inserimento lavorativo di soggetti a rischio di marginalità sociale. Tale strumento finanziario è disciplinato con regolamento (CE) n. 1260/99 e consente all’Amministrazione Pubblica di avere accesso a risorse stanziate in sede comunitaria per la sperimentazione di forme di compartecipazione diretta con gli operatori economici e sociali presenti sul territorio, interessati alla realizzazione degli interventi in un determinato settore, di preferenza per “iniziative di sviluppo locale”.

Luigi Delle Cave Università degli Studi di Napoli "Federico II"