DICEMBRE 2016
 
Venture philanthropy: il supporto non finanziario a sostegno dell'imprenditorialità sociale. Il caso di Fondazione CRT

Venture philanthropy: il supporto non finanziario a sostegno dell'imprenditorialità sociale. Il caso di Fondazione CRT

Abstract

La creazione di valore condiviso e la promozione di condizioni di equità sociale all’interno delle comunità assumono un’importanza crescente nella società contemporanea. In quest’ottica diventa fondamentale fornire un sostegno adeguato, finanziario e non, all’imprenditoria sociale. Un punto cruciale è l’implementazione di modelli di business che promuovano iniziative sociali innovative e sostenibili nel medio-lungo periodo. La venture philanthropy rappresenta un approccio rilevante in tal senso perché adotta una metodologia di investimento che ha come prerogativa la realizzazione di un cambiamento sociale, ambientale e culturale, senza trascurare i ritorni finanziari derivanti dall’investimento stesso. Essa si caratterizza, in particolare, per il coinvolgimento diretto nell’iniziativa sociale ponendo al centro il capitale umano attraverso l’erogazione di supporto finanziario e non.

In questo scenario è interessante interrogarsi sulle potenzialità dei sostegni non finanziari all’imprenditoria sociale, in un’ottica di creazione di valore condiviso e di impatto sociale. Il caso studio analizzerà il Progetto E4SC (Entrepreneurs for Social Change) - promosso da Fondazione CRT in collaborazione con UNAOC (United Nations Alliance of Civilizations) - che ha l’obiettivo di favorire l’evoluzione di idee business sociale in vere opportunità imprenditoriali, attraverso supporto formativo e di mentoring.


Creating shared value and promoting social equity conditions within the communities are acquiring more and more importance within contemporary society. Therefore, it becomes fundamental to provide an adequate support, both financial and not, to social entrepreneurship. A crucial element is the implementation of business models promoting innovative and sustainable social initiatives in the medium and long term. In this sense, venture philanthropy represents a relevant approach because it adopts an investment methodology whose prerogative is the realization of a social, environmental and cultural change, without forgetting the financial returns deriving from the investment itself. In particular, it is characterized by the direct involvement of social initiatives and by the central importance of the human capital, through the distribution of financial support or not.

In this scenario, it becomes particularly interesting to study the potentials of non-financial support to social entrepreneurship, in order to create shared value and social impact. The case study analyzes the E4SC Project (Entrepreneurs for Social Change) – promoted by CRT Foundation in partnership with UNAOC (United Nations Alliance of Civilizations) – whose aim is to foster the evolution of social business ideas into real entrepreneurial opportunities, though a formative and mentoring support.

 

Introduzione

La società contemporanea si trova di fronte ad una sfida importante: creare valore economico attraverso la generazione di valore condiviso al fine di contribuire al progresso e al sostegno dell’economia globale. Il paradigma di riferimento si caratterizza per una forte interdipendenza tra impresa e comunità: la comunità ha bisogno dell’impresa per il soddisfacimento dei propri bisogni economici e, viceversa, l’impresa ha bisogno della comunità in quanto insita nel contesto in cui opera e non avulsa dai problemi della società (Porter, Kramer, 2011). In questo scenario, iniziative imprenditoriali volte alla promozione di cambiamenti sociali e alla generazione di coesione all’interno delle comunità acquisiscono una rilevanza crescente. Tuttavia, la presenza di un welfare state in declino a causa della diminuzione dell’erogazione di fondi pubblici, non ne facilita il pieno sviluppo. E’ dunque necessario individuare dei modelli di efficientamento che, da un lato, colmino il gap tra le minori consistenze finanziarie pubbliche a fronte di una crescente domanda di soddisfacimento dei bisogni e, dall’altro, promuovano lo sviluppo del valore economico condiviso in un’ottica sinergica.

In risposta a questa esigenza, negli ultimi decenni sono nate nuove forme di finanza sociale, in particolare degli strumenti di investimento, privati, a sostegno di iniziative di imprenditorialità sociale, i cosiddetti strumenti di social impact investment. Tra le iniziative di impact investing assume un ruolo rilevante la venture philanthropy (Social Impact Task Force, 2014; OECD, netFWD, 2014) che, attraverso un insieme coordinato e congiunto di soluzioni, mira a costruire organizzazioni sociali più solide. Tale approccio fornisce sia un supporto finanziario sia un sostegno non finanziario, con l’obiettivo di creare un impatto sociale condiviso nella comunità di riferimento in cui l’impresa sociale opera (John, 2006; Balbo et al., 2010; Balbo et al., 2016).

In questo scenario è interessante riflettere sulle potenzialità dei sostegni non finanziari all’imprenditoria sociale, in un’ottica di creazione di valore condiviso e di impatto sociale. Più in dettaglio, ci si interroga sul come corsi di formazione, tutoraggio, mentoring e supporto in termini di networking possano contribuire alla creazione del capitale intellettuale, relazionale e sociale dell’impresa sociale coinvolta nel progetto di intervento.

Questo caso studio analizzerà il Progetto E4SC (Entrepreneurs for Social Change) – promosso da Fondazione CRT in collaborazione con UNAOC (United Nations Alliance of Civilizations) – che ha l’obiettivo di favorire l’evoluzione di idee business sociale in vere opportunità imprenditoriali, tramite supporto formativo e di mentoring. Attraverso interviste somministrate agli imprenditori sociali coinvolti nel progetto, si tenterà di identificare il valore aggiunto creato a supporto dell’attività imprenditoriale in termini di capitale intellettuale, relazione e sociale. L’articolo si pone due obiettivi. Da un lato sostenere un nuovo modo di fare finanza, attraverso l’erogazione di capitale paziente sotto forma di mentoring e formazione, grazie al quale si possono migliorare gli skills manageriali degli imprenditori sociali. Dall’altro, diffondere un approccio gestionale che pone al centro l’imprenditore sociale, che viene sostenuto nel suo progetto d’impresa per raggiungere auto-sostenibilità, scalabilità e replicabilità nel medio-lungo periodo.

 

La prospettiva della venture philanthropy

Il passaggio da un modello di welfare state a uno di welfare society ha comportato una diversa modalità di reperimento delle fonti di finanziamento, con inevitabili conseguenze sulla necessità di implementare strumenti per la valutazione dell’impatto del proprio operato. La misurazione delle performance sociali ha catalizzato l’interesse non solo di ricercatori – in grado di fornire strumenti di valutazione e misurazione – ma anche degli stessi finanziatori e professionisti del settore, che vogliono verificare e dare un senso al proprio agire (Nel, McQuaid, 2002; Nicholls, 2009; 2010; Zamagni et al., 2015).

Le motivazioni principali per gli investimenti sociali – e la misurazione dell’impatto sociale – sono riconducibili a tre punti di vista. Innanzitutto, le iniziative di imprenditoria sociale – e relativo impatto – producono un coinvolgimento intensivo di tutti gli stakeholder (Bengo et. al, 2015). Attraverso il ricorso a strumenti di misurazione delle performance sociali, le comunità verso cui le iniziative sono rivolte possono beneficiare di maggiore trasparenza e affidabilità dei risultati (Connell, Kubisch, 1998), gli imprenditori sociali migliorano la responsabilità della propria mission (Kwon, Arenius, 2010; Bengo et al., 2015) e gli investitori aumentano l’efficienza in termini di allocazione delle risorse.

In secondo luogo, è utile sottolineare quanto sia stato rilevante il ruolo degli imprenditori sociali nel sostenere l’economia durante la crisi, attraverso iniziative a favore delle comunità (Nel, McQuaid, 2002) che hanno fornito soluzioni innovative a problemi sociali irrisolti e messo al centro della propria mission il valore sociale condiviso. La relazione tra imprese sociali e comunità va anche nella direzione opposta, poiché il “capitale sociale comunitario produce a sua volta benefici sulle realtà imprenditoriali” (Roxas, Azmat, 2014) in termini di progresso e sviluppo.

Infine, la misurazione delle performance sociali diventa rilevante per dare un senso all’operato degli investitori. A seguito della crisi finanziaria, le amministrazioni pubbliche non sono state in grado di supportare sufficientemente le iniziative sociali a causa di una diminuzione nell’erogazione di fondi pubblici (Zamagni et al., 2015). Di conseguenza è divenuto sempre più importante focalizzare i propri interventi su imprese capaci di replicare virtuosamente risultati conseguibili.

In questo scenario sono diventati necessari “nuovi metodi di erogazione delle risorse e nuove modalità di interazione con i beneficiari” (Katz, 2005); sono nati così gli investimenti ad impatto sociale a sostegno dell’imprenditorialità sociale. Secondo la definizione del Global Impact Investing Network (GIIN) gli investimenti di impatto (impact investment) sono investimenti effettuati in aziende, organizzazioni e fondi con l’intento di generare impatto sociale e ambientale, congiuntamente ad un ritorno economico. La Social Impact Investment Taskforce fornisce la seguente definizione: “gli investimenti ad impatto sociale (social impact investment) sono quelli che intenzionalmente mirano contemporaneamente al conseguimento contemporaneo di obiettivi sociali e alla realizzazione di ritorni economici, entrambi misurabili” (Social Impact Investment Task Force, 2014).

Da queste definizioni risulta chiaro quale sia l’elemento caratterizzante gli approcci di impact investing e social impact investing, ossia il conseguimento congiunto di un impatto sociale e di un ritorno finanziario sull’investimento (Hochstädter, Scheck, 2015). Tuttavia, ad oggi, né accademici né policy maker hanno fornito una definizione univoca di tali approcci; in particolare, alcuni sostengono che i due termini sono sinonimi (Imbert, Knoepfel, 2011) mentre altri considerano gli investimenti ad impatto sociale una sottocategoria degli investimenti ad impatto (Hill et al., 2011; Laing et al., 2012).

Nicholls e Daggers (2016) sostengono che “l’investimento ad impatto sociale si riferisce ad investimenti in organizzazioni che deliberatamente mirano a creare valore sociale o ambientale (misurabile), dove tale valore sia possibilmente rimborsato con un ritorno finanziario sull’investimento”. In linea con questo approccio, considereremo l’impact investing e il social impact investing due pratiche di intervento distinte, la cui differenza si evidenzia considerando l’obiettivo finale del loro agire. Mentre gli impact investment si concentrano sul comportamento e motivazioni degli investitori (investors), i social impact investment mirano a sostenere le imprese sociali esistenti nel raggiungimento di un impatto sociale; si rileva dunque, in questo secondo approccio, una maggior attenzione all’organizzazione su cui si investe (investee) (Nicholls, Daggers, 2016).

In questo framework teorico si colloca l’approccio della venture philanthropy, che prevede l’erogazione di capitali e competenze ad organizzazioni che perseguono finalità sociali, basandosi sulla co-partecipazione e collaborazione dei soggetti interessati.

Il termine “venture philanthropy” è stato coniato da Rockefeller III nel 1961, ma si diffuso soltanto nel 1997 grazie ai lavori di Letts, Ryan e Grossman (Letts et al., 1997), che propongono uno schema (Figura 1) utile alle fondazioni per impattare sulle iniziative sociali utilizzando alcune caratteristiche dell’investimento nel capitale di rischio, tra cui il processo di due diligence, la misurazione delle performance, la gestione delle relazioni, la durata e la dimensione dell’investimento ed infine una corretta strategia di uscita che consenta di ottenere un ritorno sul capitale inizialmente investito (Grossman et al., 2013).

fiandrino1Figura 1. Schema di funzionamento della venture philanthropy (schema di Letts, Ryan e Grossman, 1997, adattato da Scarlata e Alemany, 2008).

L’EVPA (European Venture Philanthropy Association) definisce la venture philanthropy come un approccio integrato, coordinato e congiunto che opera al fine di costruire una rete più solida di organizzazioni che perseguano finalità sociali (EVPA, 2013; 2014; Balbo et al., 2016). Fulton, Kasper e Kibbe (2010) considerano la venture philanthropy un processo di adeguamento delle pratiche di gestione degli investimenti strategici al settore non profit, mirata a rafforzare organizzazioni in grado di generare elevati tassi di rendimento sociali sui loro investimenti.

Rifacendosi a varie definizioni (Letts et al., 1997; John, 2006; CVP, 2014; Scarlata et al., 2012; Bammi, Verma, 2014; Ingstad et al., 2014) le caratteristiche peculiari della venture philanthropy posso essere così riassunte: un alto grado di coinvolgimento dell’investitore, la costruzione di capacità organizzative, l’erogazione di tipologie di finanziamento su misura, il sostegno non finanziario, il coinvolgimento nei network, il sostegno pluriennale, la misurazione dell’impatto sociale (Boiardi, Helenberger, 2015). Si cerca dunque di fornire capitale finanziario “paziente” al fianco di capitale relazionale e intellettuale in termini di conoscenze e competenze di servizi a valore aggiunto, applicando pratiche di gestione del rischio e rafforzando la gestione strategica dell’impresa al fine di sfruttare e aumentare l’investimento finanziario realizzato (Fulton et al., 2010). Con una prospettiva di investimento a lungo termine (3-6 anni) si implementa un processo di responsabilità per risultati (John, 2006), chiamato altresì processo di misurazione della performance sociale raggiunta. Infine si definisce una chiara strategia di uscita che può essere possibile quando la responsabilità condivisa e il cambiamento sociale sono costruiti e sono sostenibili (CVP, 2014).

In dettaglio, la venture philanthropy fornisce un pacchetto di capitale finanziario e non finanziario – in termini di consulenza – sviluppando un rapporto molto stretto fra ente erogatore e organizzazione beneficiaria, prestando particolare attenzione all’obiettivo finale, ovvero al conseguimento di un impatto sociale (Buckland, Hehenberger, 2014). Il supporto finanziario elargito include l’utilizzo di un ampio ventaglio di strumenti finanziari (donazioni, equity, prestiti, obbligazioni, ecc.) mentre il supporto non finanziario viene erogato in termini di consulenza su temi di strategia d’impresa, marketing, fundraising, accesso alle rete, risorse umane ecc. In altre parole, i venture philanthropists forniscono servizi a valore aggiunto come pianificazione strategica, consulenza risorse umane e accesso ad altre reti e potenziali finanziatori (John, 2006).

 

 

Il focus sul supporto non finanziario

La teoria del capitale sociale (Putnam, 2000) suggerisce come un network di relazioni sociali può costituire una valida risorsa per intraprendere e condurre iniziative imprenditoriali con fini sociali. In altri termini, “il contesto sociale dentro cui l’imprenditore è inserito rappresenta un elemento addizionale e fondamentale per lo sviluppo dell’imprenditorialità” (Know, Arenius, 2010).

Bammi e Verma (2014) e Letts, Ryan e Grossman (1997) sottolineano come molte iniziative sociali presentino grandi speranze iniziali, che si vanno ad affievolire nel medio-lungo periodo non realizzando i risultati attesi. Adottare strategie volte a sostenere un’attività imprenditoriale duratura diventa quindi essenziale. Uno strumento che può portare a risultati efficaci nel lungo periodo è il sostegno non finanziario, attraverso l’erogazione di corsi di formazione, tutoring e mentoring grazie ai quali l’imprenditore acquisisce gli skills necessari per garantire la sostenibilità del business in autonomia. Il supporto non finanziario viene quindi erogato per raggiungere tre principali obiettivi: sostenibilità finanziaria, flessibilità organizzativa, autonome capacità decisionali e impatto sociale (Boiardi, Hehenberger, 2015).

Tuttavia, il valore aggiunto generato da fondazioni bancarie, investitori e venture philanthropists nel sostegno ad imprenditori sociali è di difficile quantificazione; secondo l’indagine annuale dell’EVPA (EVPA, 2014) soltanto l’11% degli intervistati dichiara di quantificare dettagliatamente il supporto non finanziario erogato, mentre il 52% ammette di non adottare tecniche di misurazione del costo, dei benefici attesi e dei risultati conseguiti. Ciononostante si registra un primo risultato positivo: rispetto alla corrispondente indagine del 2012, nel 2013 si è verificato un aumento del 60% nell’erogazione del supporto non finanziario in termini di impiego di risorse.

Da un’analisi della letteratura, poche ricerche si focalizzano, nello specifico, sui benefici dei sostegni non finanziari. Isserman (2013), ad esempio, ha studiato la percezione del valore aggiunto generato dal supporto non finanziario: il 78% degli intervistati dichiara che i benefici del supporto non finanziario superano il costo di tali servizi.

CAF Venturesome identifica i benefici percepiti dall’erogazione di corsi di formazione: in particolare il valore aggiunto creato può essere espresso in termini di maggiore facilità nell’accesso ai mercati e maggiore capacità relazionali che facilitano l’accesso ad ulteriori finanziamenti.

La ricerca condotta da Isserman restituisce alcuni risultati quantitativi e qualitativi significativi. In particolare evidenzia come gli imprenditori sociali preferiscano ricevere supporto non finanziario piuttosto che erogazioni a fondo perduto. Grazie al primo, infatti, acquisiscono una maggiore presa di coscienza del proprio business, che sono poi in grado di gestire in autonomia.

I risultati statistici dimostrano che, aumentando di un punto percentuale la quantità dei servizi non finanziari erogati e tenendo costante l’erogazione dei servizi finanziari e la capacità di relazionarsi con i terzi, l’impatto sociale sul business di riferimento aumenta di 0,462 punti percentuali. Si verifica quindi un aumento dell’impatto sociale per servizio non finanziario erogato dello 0,7%.

Analogamente, tenendo costanti i servizi non finanziari erogati e la capacità di relazionarsi ed aumentando di un punto percentuale la capacità di finanziarsi sul totale dei finanziamenti ricevuti, l’impatto sociale aumenta di 0,114. Ciò rappresenta un aumento dello 0,2% della capacità di finanziarsi grazie al supporto non finanziario ricevuto.

Infine, tenendo invariati i servizi non finanziari erogati e la capacità di finanziarsi e aumentando di un punto percentuale la capacità di relazionarsi, l’impatto sociale aumenta di 0,196. Si registra dunque un aumento dell’impatto sociale dovuto al networking dello 0,3%.

Queste prime evidenze giustificano un crescente interesse al tema, anche se si rileva, ad oggi, una difficoltà diffusa nella rilevazione sistematica di costi e benefici (Boiardi, Hehenberger, 2015). Questa è la ragione principale per cui, anche in questo articolo, viene adottato un approccio qualitativo.

Valter Cantino Università degli Studi di Torino

Stefania Coni Fondazione CRT

Simona Fiandrino Università degli Studi di Torino