DICEMBRE 2016
 
Territorio e persone come risorse: le cooperative di comunità

Territorio e persone come risorse: le cooperative di comunità

Abstract

Questo saggio nasce da un progetto di ricerca sulle cooperative di comunità avviato per rispondere in termini economico-aziendali alla domanda “che cosa sono e come operano le cooperative di comunità”. Lo studio è stato condotto attraverso una dettagliata analisi del fenomeno, grazie alla raccolta e rielaborazione di dati che hanno permesso di ricostruire un quadro il più completo possibile sulle cooperative di comunità e sulla loro interazione con le comunità locali. Il punto di partenza è stato riconoscere, sul territorio nazionale, tutte le cooperative attive che con sicurezza si possono definire di comunità, per poi procedere con l’analizzarne i modelli di struttura di governo, in base al settore di attività. Partendo poi dai concetti chiave di mission, governace, accountability e advocacy, si è cercato di individuare un ideal-tipo di cooperativa di comunità fino a darne una rappresentazione in termini di creazione e distribuzione di valore aggiunto sociale. La ricerca ha permesso di acquisire un buon grado di consapevolezza sul tema delle cooperative di comunità, nonostante il fenomeno sia estremamente limitato (24 realtà) e ancora troppo giovane per poterne tracciarne dei precisi percorsi di sintesi.


This paper stems from the first research project on  community cooperatives with the aim  to respond the question "What are and how  the  community cooperatives work?" In this study a complex and detailed analysis of this emerging phenomenon, using different methodologies and diversified analysis tools was conducted. The data collected facilitated to build a picture as complete as possible on cooperatives of the community and their interaction with local communities .The starting point of the research was recognize around all  the active cooperatives in Italy which can be safely defined  community cooperatives. The second phase considered the analysis  of the patterns governance structures. Starting from four key concepts such as Mission , Governance , Accountability and Advocacy , authors  tried to find an ideal-type of community cooperative  to give a representation in terms of  add value creation and social distribution.The research helped to spread a good level of awareness on the subject of  community cooperatives despite the analyzed phenomenon is extremely limited (the census is 24 community cooperatives ) and still too young to be able to trace the exact future trends.

 

Introduzione

Questo saggio è la sintesi di un lavoro di ricerca sulle cooperative di comunità svolto sul territorio nazionale al fine di fotografare il fenomeno, descriverne le attività, comprendere il coinvolgimento delle comunità locali nella governance e analizzare alcuni indicatori di carattere economico-aziendale. Tutto ciò con l’obiettivo di comprendere il funzionamento di istituzioni ancora inesplorate da molti punti di vista, ma che potemmo definire istituti (Masini, 1978; Airoldi et al., 1994) che si fanno imprenditori per rispondere a interessi collettivi.

La storia mondiale del movimento cooperativo ci ricorda che molto spesso il perseguimento del bene comune da parte delle società umana ha portato alla creazione di istituzioni - e poi aziende - che solo in un secondo momento sono state definite da un punto di vista giuridico. Oggi in Italia il fenomeno si ripete con lo sviluppo di un nuovo modello cooperativo che trova nel passaggio dalla solidarietà sociale alla sostenibilità sociale ed ambientale il suo principio ispiratore: la cooperazione di comunità. Dal 1999 ad oggi sono sorte una serie di cooperative la cui struttura ed organizzazione si basano sui principi cooperativi internazionali, ma con una vocazione diversa dai modelli cooperativi fin qui sviluppatisi, che cerca di ricucire il rapporto tra mutualità, solidarietà sociale e sussidiarietà alla base di ogni comunità civile e politica. Oggi si parla - in un certo senso si riparla - di cooperazione di comunità, che si ispira al principio di sostenibilità sociale ed ambientale (Matacena, 2009) ed ha come obiettivo la produzione di vantaggi a favore di una comunità territoriale ben definita.

Questo modello cooperativo è ancora poco conosciuto in termini di caratteristiche e modalità di funzionamento, ma è possibile trovare alcune definizioni, in particolare: “la cooperativa di comunità deve avere come esplicito obiettivo quello di produrre vantaggi a favore di una comunità alla quale i soci promotori appartengono o eleggono come propria. L’obiettivo deve essere perseguito attraverso la produzione di beni e servizi per incidere in modo stabile su aspetti fondamentali della qualità della vita sociale ed economica” (Legacoop, 2011).

Questo progetto di ricerca si è proposto di analizzare il modello della cooperazione di comunità e di fornirne una descrizione attraverso i caratteri dell’indagine economico-aziendale. In particolare ci si è focalizzati sui seguenti aspetti:

  • analisi della letteratura in tema di imprese di comunità nel mondo;
  • rilevazione sul territorio italiano di tutte le esperienze attive e delle relative leggi regionali di riferimento, seguita da una catalogazione delle attività svolte e dei settori di intervento;
  • comprensione della struttura di governo e del livello di coinvolgimento della comunità locale tramite questionario;
  • comprensione del ideal-tipo di cooperativa di comunità attraverso l’indagine conoscitiva documentale (content analisys);
  • valutazione delle cooperative di comunità esistenti in termini di creazione di valore e di impatto sociale.

 

Le imprese di comunità

Le imprese di comunità rappresentano un fenomeno recente anche in letteratura, in particolare possiamo ritrovare in esse alcune caratteristiche nell’impresa ibrida (Dees, Elias, 1998), ovvero imprese che hanno come obiettivo la creazione di valore economico e sociale, che reinvestono il profitto per il potenziamento e l’espansione delle attività e sono solo in parte guidate nelle loro scelte dalle logiche di mercato. Hanno altresì (Peredo, Chrisman, 2006) una mission molto ampia: tendono a massimizzare il beneficio collettivo e sono orientate a rispondere ai bisogni di una pluralità di soggetti.

In queste organizzazioni trovano risposta ai propri bisogni non solo gli shareholder (azionisti), ma tutti o la maggioranza degli stakeholder (portatori di interessi). La partecipazione diretta degli utenti (comunità locale) nel processo di produzione richiama i contributi tipici del tema della co-produzione (Evers, 2006; Pestoff, 2006; Plé et al., 2010; Porter, Kramer, 2011), mentre la partecipazione di soggetti diversi con interessi tra loro a volte contrastanti, pone la necessità di confrontarsi con i temi della multistakeholdership. Brandsen, Van de Donk e Putters (Brandsen et al., 2005) suggeriscono che questa tipologia di impresa tende ad avere una pluralità di obiettivi e di valori legati ai servizi verso la comunità. Altri studiosi hanno preferito concettualizzare gli ibridi in maniera diversa: Minkoff (Minkoff, 2002) ha studiato le organizzazioni senza scopo di lucro che combinano nella loro mission due distinte attività, advocacy e servizio. Le imprese di comunità sono anche ibridi in termini di modelli di business, in quanto comprendono partenariati pubblico-privati (Ramonjavelo et al., 2006), ma lo sono anche in termini di creazione e redistribuzione del valore economico poiché interessate contemporaneamente alla produzione di flussi finanziari futuri, alla loro distribuzione e all’ottenimento di risultati socialmente desiderabili (Becchetti, Borzaga, 2010; Pache, Santos, 2012).

Il ruolo atipico della comunità mette in luce il tema della co-produzione, infatti i membri di queste imprese partecipano alla produzione degli stessi servizi o beni che poi acquistano (Bartocci, Picciaia, 2014). Il concetto di co-produzione è stato utilizzato inizialmente da studiosi di pubblica amministrazione nel contesto americano degli anni 1970 e 1980 (Parks et al., 1981; 1982) per definire l’impegno dei cittadini nella produzione. Ostrom (1996) lo ha poi usato per spiegare le interazioni che possono verificarsi nella produzione congiunta tra cittadini e pubblica amministrazione. In particolare Osborne e McLaughlin (Osborne, McLaughlin, 2004), osservando la produzione di servizi pubblici da parte delle organizzazioni di volontario e delle comunità nel Regno Unito, usano il termine co-produzione per spiegare la fornitura di servizi congiunta per la comunità. Pestoff, Osborne e Brandsen (Pestoff et al., 2006) hanno dato una definizione più recente di co-produzione definendola come “partecipazione organizzata dei cittadini nella produzione dei propri servizi di welfare”. Quest’ultima accezione focalizza maggiormente il ruolo della comunità locale nel processo di produzione tipico delle imprese di comunità.

In tutto il mondo esistono diverse esperienze di imprese che si possono assimilare alle imprese di comunità: nel contesto anglo-americano, ad esempio, le Comunity Interest Company (CIC) e le Low Profit Limited Liability Company (L3C), hanno un pieno riconoscimento normativo, vengono fissate per legge le strutture di governo e le modalità di rendicontazione dei risultati ottenuti dalla gestione. La CIC è un tipo di società introdotta nel Regno Unito nel 2005 ai sensi del Companies Act 2004. Essa è un’impresa con obiettivi principalmente sociali (Community Interest) dove gli utili della gestione sono reinvestiti nel business o nella comunità con il divieto permanente di alienare gli asset (asset lock). Le CIC sono nate per affrontare una vasta gamma di questioni sociali e ambientali, inoltre operano in tutti i settori dell’economia e possono costituire community development trust, ovvero organizzazioni plurisettoriali con enfasi sulla promozione di imprese e attività commerciali e che beneficiano dei community rights del Localist Act e che permettono la donazione di asset fisici da parte dello Stato ad imprese comunitarie. La Limited Liability Company è una forma giuridica d’impresa creata negli Stati Uniti per colmare il divario tra nonprofit e for profit fornendo una struttura che facilita gli investimenti socialmente utili. Si tratta di una forma ibrida che combina la flessibilità giuridica e fiscale di una LLC tradizionale, i vantaggi sociali di un’organizzazione senza scopo di lucro, il branding e i vantaggi di posizionamento di mercato di un’impresa sociale. Le L3C sono nate anche per facilitare le imprese socialmente orientate ad attrarre investimenti da parte di fondazioni, fondi e investitori privati.

In Italia le imprese di comunità assumono la forma cooperativa e sono un fenomeno ancora più recente. Anche nel nostro contesto possono essere definite “ibridi” (Venturi, Zandonai, 2014) ovvero: la mission è estremamente allargata, includendo al suo interno obbiettivi diversi (rigenerare il tessuto socio-economico, fornire lavoro a cittadini disoccupati, creare valore economico e sociale etc.); le attività sono multisettoriali (agricoltura, turismo, gestione ambientale dei parchi naturalistici, commercio al dettaglio etc.); la società è partecipata da soggetti diversi (pubblico, privato profit e nonprofit); vi si possono rintracciare fenomeni di co-produzione (il processo di produzione vede i membri della comunità locale attivi sia come produttori che come acquirenti). Inoltre la comunità locale ha più di un ruolo, per volontà della stessa: infatti nasce l’impresa, una buona parte o la totalità dei suoi membri sono soci e/o lavorano all’interno dell’organizzazione producendo risultati che vengono reinvestiti in essa per il suo stesso benessere e la stessa è anche consumatrice.


Le cooperative di comunità in Italia

In Italia e in alcuni altri paesi latini le imprese di comunità assumono la forma cooperativa, ma come già anticipato non esiste ad oggi nel nostro Paese un riconoscimento giuridico specifico, se non - come vedremo di seguito – la presenza di alcune leggi livello regionale (Puglia, Emilia Romagna, Basilicata e Liguria).

Il nostro studio si basa sulla ricognizione delle esperienze esistenti ad oggi in Italia, esperienze che hanno avuto una genesi su base volontaria, con lo scopo di rigenerare un territorio svuotato di relazioni o attività, consentendo ai membri della comunità di trovare una risposta alle loro esigenze, un lavoro e allo stesso tempo di non lasciare i luoghi di nascita, rispettandone le esigenze ambientali.

La ricerca non è stata di facile esecuzione, principalmente perché non esiste un elenco/registro completo di questa tipologia di cooperative; è stata necessaria una ricerca su web attraverso specifiche chiavi di ricerca e alcuni riferimenti o rimandi ad esperienze di cooperative di comunità. In particolare si sono seguite le indicazioni fornite dalle centrali cooperative e sono state effettuate indagini attraverso i principali motori di ricerca web. L’analisi è stata eseguita utilizzando un approccio induttivo definito grounded theory1 (Glaser, Strauss, 1967; Glaser, 1998; Strauss, Corbin, 1990).

Procedendo in questo modo, dagli anni 2000 fino ad oggi, sono state individuate 24 cooperative di comunità attive in Italia a fine 2014, che risultano presenti in 8 regioni, con una sostanziale differenziazione tra quelle del Nord - che nascono su una forte spinta dal basso da parte degli stessi cittadini - e quelle del Sud - dove il soggetto pubblico gioca un ruolo rilevante. Nel Centro-Nord l’esigenza di costituire una cooperativa per migliorare le condizioni di contesto della collettività nasce da cittadini membri stessi della comunità, mentre nel Mezzogiorno è il soggetto pubblico che avvia il processo sinergico degli attori sociali che porterà alla costituzione della cooperativa. La necessità di avere un catalizzatore importante e fortemente riconosciuto, come l’amministrazione comunale o il sindaco stesso, è spiegabile con l’ampiezza delle comunità. Nel Centro-Nord le cooperative di comunità nascono in località isolate, montane, con nuclei cittadini molto ridotti, in alcuni casi si tratta di comunità con cento, duecento abitanti, al Sud invece in località di valle o costiere, meglio raggiungibili e più densamente popolate.

fig1Figura 1. Distribuzione delle cooperative di comunità sul territorio italiano.

Un diverso ruolo del legislatore pubblico, tra Nord, Centro e Sud, è riscontrabile anche nelle normative regionali che trattano di cooperazione di comunità. In assenza di una normativa quadro nazionale alcune regioni hanno proposto e approvato leggi in materia. Le norme regionali fino ad oggi approvate sono la Legge Regionale del 20 maggio 2014 n. 23 della Regione Puglia, la Legge Regionale del 17 luglio 2014 n. 12 della Regione Emilia Romagna, la Legge Regionale del 20 marzo 2015 n. 12 della Regione Basilica e Legge Regionale del 26 Marzo 2015 della Regione Liguria.

Puglia e Basilicata sembrano molto interessate alla promozione di questa forma emergente di cooperazione; più che a definire “cosa sono” le cooperative di comunità si sono orientate a definire “cosa possono fare” e come possono essere supportate. A tal proposito l’art. 2 comma b) della legge della Regione Basilica recita: “La Regione Basilicata promuove [...] la costituzione di cooperative di comunità finalizzate ad auto alimentare l’azione ed il processo di sviluppo locale sui valori di produzione socio-economica e di partecipazione del capitale relazionale”. All’art. 2 della legge della Regione Puglia si legge: “Sono riconosciute cooperative di comunità le società cooperative che, valorizzando le competenze della popolazione residente, delle tradizioni culturali e delle risorse territoriali, perseguono lo scopo di soddisfare i bisogni della comunità locale, migliorandone la qualità, sociale ed economica, della vita, attraverso lo sviluppo di attività economiche eco‐sostenibili finalizzate alla produzione di beni e servizi, al recupero di beni ambientali e monumentali, alla creazione di offerta di lavoro e alla generazione, in loco, di capitale sociale”.

La Regione Liguria interviene direttamente nel funzionamento delle cooperative di comunità definendo all’art. 3 chi sono i soci: “Sono soci delle cooperative di comunità quelli previsti dalla normativa nazionale in materia di cooperazione (soci lavoratori, soci utenti, soci finanziari) che appartengono alla comunità interessata o che operano a vario titolo con essa, eleggendola come propria. Possono diventare soci delle cooperative di comunità: le persone fisiche, le persone giuridiche, le organizzazioni del Terzo Settore definite dal Titolo II della l.r. 42/2012 e successive modificazioni e integrazioni. I soggetti […] devono avere la sede legale nella comunità interessata e dichiarare esplicitamente il loro interesse di elezione nei confronti della comunità stessa”. Possono assumere la qualifica di soci gli enti locali, sul cui territorio opera la cooperativa di comunità, nonché altri enti pubblici.

La Regione Emilia Romagna invece ha inserito le cooperative di comunità nella legge di Riforma sulle Cooperative Sociali; si legge all’art. 2: “Allo scopo di contribuire a mantenere vive e a valorizzare le comunità locali, le cooperative sociali costituite ai sensi della vigente normativa possono favorire la partecipazione di persone fisiche, giuridiche, di associazioni e fondazioni senza scopo di lucro, che abbiano residenza o la sede legale nella comunità di riferimento della cooperativa stessa, alla costituzione di Cooperative di Comunità che, ai fini della presente legge, sono cooperative che perseguono lo sviluppo di attività economiche a favore della comunità stessa, finalizzate alla produzione di beni e servizi, al recupero di beni ambientali e monumentali e alla creazione di offerta di lavoro”.

 

Evidenze dell’indagine qualitativa

Per descrivere il fenomeno della cooperazione di comunità in Italia si è proceduto su tre filoni: un questionario per identificare le caratteristiche delle strutture di governance, una verifica documentale (compresa l’analisi di interviste a testimoni rilevanti) e una valutazione delle performance economiche e sociali attraverso l’analisi dei bilanci presenti nell’archivio AIDA.

La scelta del tipo di governance da parte delle cooperative di comunità, caratterizzate dall’integrazione della comunità locale nel processo produttivo, è una delle principali difficoltà che queste cooperative incontrano. In quanto “cooperativa” lo schema generale prevede la coesistenza di due organi: l’Assemblea - alla quale partecipano tutti i soci - ed il Consiglio di Amministrazione - configurato come un organo ristretto di soci che pone in attuazione le linee generali espresse dall’Assemblea. Questo modello, a seconda del grado di ampiezza della compagine sociale, si adatta ad una logica di stakeholdership (Freeman, Reed, 1983; Freeman et al., 2004), che prevede che solo una parte rilevante dei membri della comunità sia socia della cooperativa, o multistakeholdership (Borzaga, Sacchetti, 2015; Jensen, 2010; Sternberg, 1997), quando tutti i componenti della comunità sono soci.

Lo studio delle strutture di governance è stato condotto attraverso un’analisi quantitativa sottoposta all’intero universo; tra marzo e aprile 20152 l’indagine è stata somministrata alle 24 cooperative di comunità attive in Italia, 15 delle quali hanno partecipato al sondaggio (percentuale di risposta del 62%); fra le cooperative che hanno risposto al questionario più di un terzo sono cooperative di comunità costituite nell’ultimo anno. Lo strumento di indagine è stato un questionario strutturato in cinque oggetti conoscitivi: il Presidente, l’Assemblea, il Consiglio di Amministrazione, i rapporti con la comunità ed i rapporti con gli enti locali. La successiva raccolta dati è stata effettuata grazie all’utilizzo della piattaforma online Qualtric, scelta per evitare i potenziali bias di intervista diretta, per consentire alle aziende di raccogliere tutti i dati e per evitarne dispersione.

I presidenti delle cooperative di comunità che hanno risposto al questionario appartengono per il 43% alla classe di età compresa tra i 55 e i 65 anni, per il 20% alla classe tra 45 e 55, e un altro 20% tra 35 e 45; il 40% dei presidenti sono in carica da più di un mandato. Nella maggioranza delle osservazioni i presidenti sono di sesso maschile, i presidenti sono donne solo nel 15% dei casi. I presidenti in molti casi si qualificano come soggetto leader che ha avviato il processo di costituzione della cooperativa e che continua a tracciarne le linee operative. E’ interessante notare come il processo di avvicendamento alla guida delle cooperative di comunità sia più difficile nelle cooperative che si sono costituite da più anni, le quali rimangono più attaccate alla figura del presidente, rispetto alle cooperative più giovani. Il grado d’istruzione dei presidenti è medio-alto, tutti possiedono un diploma superiore, in alcuni casi anche la laurea.

L’Assemblea che racchiude tutta la compagine sociale è il luogo della partecipazione e della rendicontazione trasparente e in alcuni casi del confronto con i soggetti esterni. La compagine sociale è estrematamene variegata, si va da micro cooperative di comunità di sette soci a grandi cooperative di oltre centotrenta soci. L’assemblea dei soci si riunisce più volte l’anno, all’assemblea viene riconosciuto il potere di gestione e di indirizzo della vita della cooperativa, nell’85% delle osservazioni l’assemblea viene convocata per discutere le linee strategiche di sviluppo, nel 60% dei casi le assemblee sono sì il luogo di confronto interno, ma è previsto che la cittadinanza locale possa partecipare come uditore.

I Consigli di Amministrazione hanno una composizione molto variabile, nel 15% dei casi sono micro consigli di tre soli membri, nel 15% con oltre dieci membri, nel restante dei casi i consiglieri che compongono l’organo di governo sono cinque o sette. Nei CdA la rappresentanza femminile non è molto alta, solo il 35% dei consiglieri è costituito da donne. I consiglieri hanno un ottimo livello di istruzione: i due terzi dei consiglieri ha conseguito un titolo di laurea attinente alla gestione delle attività della cooperativa, un terzo è in possesso di un diploma di scuola superiore, fra i consiglieri laureati il 20% ha anche conseguito un corso post laurea. Il dato va anche comparato con l’età stessa dei consiglieri, il 45% sono giovani tra i 18 e i 35 anni. Nei CdA siedono solamente soci della cooperativa, è totalmente assente a questo livello di governo l’inclusione di soggetti terzi alla cooperativa.

fig2Figura 2. Rappresentanza di genere nelle cooperative di comunità.

Tutti gli intervistati riconoscono che la comunità locale ha un grande interesse verso la cooperativa, attenzione espressa in molti casi con la partecipazione attiva alle iniziative proposte e in altri casi attraverso un ruolo propositivo in termini di proposte di nuovi bisogni da soddisfare. Tuttavia si preferisce mantenere il confronto fuori dai livelli di governo piuttosto che internalizzarlo, inoltre nel 60% dei casi la comunicazione è solo quella obbligatoria e formalizzata e passa attraverso report scritti e/o account sui social network e risulta sostanzialmente monodirezionale. Questo processo di gestione delle relazioni con la comunità locale, formale e limitatamente inclusivo nei processi gestionali, sembra comunque produrre dei risultati positivi: secondo il 60% dei rispondenti la comunità ha un ruolo propositivo e le stesse partecipano attivamente alle attività proposte dalla cooperativa. I cooperatori hanno dichiarato che le autorità locali sono attente e interessate alle attività della cooperativa nella totalità dei casi. Inoltre il grado di conflittualità fra cooperativa e cittadinanza è estremamente basso, se non assente.

Federica Bandini Università degli Studi di Bologna

Renato Medei Università degli Studi di Bologna

Claudio Travaglini Università degli Studi di Bologna