DICEMBRE 2016
 
“The shock must go on”: territori e comunità di fronte all’impresa della resilienza sociale

“The shock must go on”: territori e comunità di fronte all’impresa della resilienza sociale

Abstract

Il concetto di resilienza, oggi sempre più frequentemente utilizzato nel dibattito sull’innovazione dei modelli di intervento per lo sviluppo del territorio, riguarda molto da vicino anche le organizzazioni di terzo settore, soprattutto quelle impegnate ad attivarsi assieme alle comunità locali per risolvere problemi e bisogni emergenti. Il termine resilienza si ricollega infatti al mutamento di approccio ritenuto necessario per continuare a garantire prospettive di sostenibilità, a fronte dei cambiamenti ambientali, economici, sociali che hanno rapidamente investito (e continuano ad investire) il contesto di vita delle comunità locali. Questo articolo1 riprende ed anticipa alcuni degli spunti forniti, a questo proposito, dal REsilienceLAB - rete di accademici e professionisti della pianificazione territoriale nata per promuovere strategie integrate di resilienza alla scala urbana e territoriale - nell’ambito di un lavoro più ampio2 che, muovendo da un’interpretazione multidisciplinare della complessità del tema, mira a sollecitare e supportare la promozione, da parte delle organizzazioni del terzo settore, di “imprese sociali” nella logica della resilienza.


The concept of resilience, which is more and more used to describe the innovation of intervention models for territorial development, concerns third sectors organizations as well, in particular those that are engaged with local communities to solve problems and emerging needs. The term resilience, in fact, is strictly connected to the changes in the approach, which are considered fundamental to ensure a perspective of sustainability against the environmental, economic and social transformation that has rapidly stricken (and is still striking) the living context of local communities. This essay anticipates some of the hints emerged on the occasion of the ResilienceLAB – a network of academics and professionals of territorial planning which was created with the aim to promote integrated strategies of resilience on an urban and territorial level – as part of a wider project which, starting from a multidisciplinary interpretation of such a complex subject, aims at enhancing and supporting the promotion of resilient “social enterprises” on the part of third sector organizations.

 

Resilienza e territorio

Negli ultimi anni il concetto di resilienza associato ai temi dello sviluppo dei sistemi urbani e territoriali ha avuto una diffusione molto ampia (Colucci, 2012) e rappresenta un pensiero chiave in molte politiche internazionali e comunitarie3 (es. campagna “ResilientCities” promossa dall’UNISDR). Riferimento comune per queste politiche è il concetto di resilienza ecosistemica intesa quale proprietà dei sistemi complessi di reagire ai fenomeni di stress, attivando strategie di risposta e di adattamento al fine di ripristinare i meccanismi di funzionamento. I sistemi resilienti, a fronte di uno stress, reagiscono rinnovandosi ma mantenendo la funzionalità e la riconoscibilità dei sistemi stessi (Gunderson, Holling, 2002). La resilienza non implica quindi il ripristino di uno stato iniziale, ma il ripristino della funzionalità attraverso il mutamento e l’adattamento.

Tra i concetti chiave condivisi da molti autori, alcuni rappresentano aspetti di innovazione per il progetto di territorio: la diversità creativa, la ridondanza, il riconoscimento delle variabili lente (e l’attenzione alle variabili temporali associate alle soglie ovvero le strategie connesse a scenari di ripristino, adattamento ed evoluzione), le interconnessioni e interdipendenze tra i molteplici livelli (di complessità) delle componenti e livelli gerarchici dei sistemi complessi, la flessibilità e l’innovazione (intese come capacità di apprendimento, sperimentazione e sviluppo di regole/progettualità locali capaci di abbracciare i mutamenti), la memoria e le molteplici forme di conoscenza.

La diffusione del termine “resilienza” (utilizzato quale way of salvation o solution to all problems come sottolineano Hopkins (Hopkins, 2008) e altri autori) è certamente dovuta alla capacità del concetto di proiettare visioni pro-attive e positive e quindi di reagire in modo strategico rispetto a potenziali fattori di crisi (economici, ambientali, sociali e di governo).

La resilienza intesa come approccio culturale verso la complessità riprende i principi e le proprietà alla base della resilienza ecosistemica. Si sottolineano alcuni caratteri che dovrebbero appartenere e contraddistinguere i processi (e dunque le strategie di progetto) di trasformazione urbana e territoriale che mirano ad un rafforzamento delle proprietà di resilienza dei sistemi complessi:

  • Strategie multi-obiettivo e tran-settoriali. Pur agendo - inizialmente - su un singolo aspetto, le strategie e le pratiche di trasformazione devono preoccuparsi di avere effetti e ricadute (positive) su più componenti del sistema territoriale ed urbano (ad esempio, se partono da criticità ambientali, per le caratteristiche del processo e per le soluzioni attivate devono preoccuparsi di impattare sulla dimensione sociale ed economica). Per rafforzare le proprietà di resilienza dei sistemi complessi è necessario elaborare strategie multi-obiettivo, capaci di dare risposta alla complessità e all’incertezza e, dunque, di considerare le molteplici componenti dei sistemi territoriali (ambientali, ecosistemiche, sociali, economiche, di governance etc.), individuando e mettendo in sinergia tutte le potenziali risorse.
  • Strategie multi-scalari. Le strategie devono confrontarsi con più temporalità (che spesso richiedono soluzioni differenti, ripristino, transizione, adattamento, evoluzione) e devono comprendere le diverse scale spaziali e di complessità valorizzando la dimensione locale (riconoscendone le capacità e responsabilità) e comprendendo la dimensione spaziale (anche globale) dei flussi metabolici.
  • Attenzione alla dimensione di processo. La ricerca è rivolta non tanto verso l’individuazione di “nuovi strumenti” (che siano interpretativi, valutativi, tecnologici o progettuali), quanto soprattutto verso la definizione e innovazione del processo progettuale, spostando l’attenzione verso la costruzione di sinergie e di forme di integrazione, utilizzando gli strumenti che le varie discipline già hanno sviluppato e proponendo uno sguardo rinnovato che consideri il processo complessivo.
  • Promozione di diversità creativa e ridondanza (diversità nelle funzioni), flessibilità e modularità (relativa indipendenza dei sotto-sistemi) devono essere aspetti caratterizzanti le strategie di resilienza.

La resilienza è un concetto di notevole ricchezza che, se affrontato con la corretta complessità, può essere la chiave per un effettivo processo di innovazione culturale e di approccio alla costruzione dei processi di progettazione e gestione delle soluzioni territoriali e urbane. Pertanto la riflessione sulla resilienza urbana andrebbe indirizzata ad affrontare le molteplici dimensioni dei processi di transizione e adattamento, le notevoli vulnerabilità dei sistemi socio-ecologici urbani, le relazioni tra equità sociale e sostenibilità ambientale e prevendendo una valutazione dei possibili effetti (diretti ed indiretti) che vengono attivati sia nelle componenti sociali, di governance, ambientali e economiche. Invece, nell’attuale panorama delle pratiche si riscontra un’applicazione che richiama più le dimensioni “ingegneristiche”, tendendo a sviluppare strategie mirate a questioni e problematiche specifiche (cambiamento climatico, soluzione di specifiche vulnerabilità ambientali) attraverso l’ottimizzazione dei metabolismi urbani ed una maggiore attenzione al “build environmnet” ed agli aspetti di innovazione tecnologica. È dunque verso un’ottica di maggiore complessità ed integrazione che possono essere trovati spazi per la costruzione di modelli di sviluppo innovativi, intendendo in questo modo la resilienza come espressione di un insieme di capacità proprie dei sistemi complessi e che quindi, applicandosi all’ambito urbano, debba necessariamente avere come fulcro il potenziamento delle capacità delle persone (singole e come “collettività” o “comunità”).

 

Resilienza di comunità

In un’interessante rassegna della letteratura sulla resilienza come area di studio, Prati e Pietrantoni (Prati, Pietrantoni, 2009) evidenziano come l’ottica ecologica abbia contribuito fin dagli anni Ottanta a spostare l’attenzione dall’individuo (dai suoi adattamenti evolutivi) alla comunità, ed in particolare alle comunità esposte ad eventi avversi (intesi come catalizzatori di cambiamento). In particolare, negli studi sulle comunità resilienti si evidenzia innanzitutto una contrapposizione essenziale tra la tradizione di interventi orientati al cosiddetto “modello clinico” (che si fondano sull’assunzione prevalente che le comunità siano incapaci di gestire una crisi senza aiuti provenienti dall’esterno) e una visione opposta, quella della “comunità competente” (in base alla quale le persone vengono concettualizzate come capaci di catalizzare le risorse necessarie per affrontare le sfide).

Il lavoro di Prati e Pietrantoni si pone esplicitamente l’obiettivo di introdurre una nuova prospettiva di riflessione orientata a teorizzare la resilienza come processo di “coping orientato al problema”. Con esso si intende un processo di adattamento che mette in relazione reciproca, capacità e risorse adattive di diversa natura e specie e che – in un’ottica ecologica - non tiene conto solamente di fattori interni alla comunità ma anche di quelli esterni. Gli autori sostengono che “al di là dei problemi ancora irrisolti, sul piano teorico come su quello degli interventi pratici, questa prospettiva ha il vantaggio di basarsi su un’ottica positiva centrata sull’analisi delle risorse piuttosto che delle carenze” (Prati, Pietrantoni, 2009). E’ tuttavia pur vero che questo tipo di analisi risulta essere un’operazione tutt’altro che scontata. Una risorsa, infatti, non esiste mai in astratto e non può essere definita tale in assoluto: al contrario essa può rivelarsi solo e soltanto in relazione all’organizzazione di una qualche ipotesi di intervento, in base alla quale individuare i potenziali e le ricchezze presenti in un contesto e promuovere il coinvolgimento dei loro portatori. Chi - e in che modo - può contribuire allora a questo processo di “disvelamento”? Quali risorse per fare cosa?

Su questo fronte, un importante contributo è fornito dalla letteratura dedicata allo studio dei processi organizzativi. In particolare, una serie di spunti interessanti provengono dagli studi dedicati ad osservare le modalità con cui le società si organizzano per fronteggiare le situazioni catastrofiche, che vengono riguardate come vere e priorie “opportunità di apprendimento” e come possibile occasioni di innovazione delle routines organizzative (Lanzara, 1993). Dalla metafora legata ai processi catastrofici, ne esce rafforzata l’interpretazione del processo (e del progetto) di resilienza come uno spazio di apprendimento sociale, in cui contano le capacità individuali preesistenti, ma ancora di più la competenza collettiva (community capability), che può essere sviluppata in base ad un approccio di tipo cooperativo. La resilienza sociale, da questo punto di vista, identifica, più che una soluzione, una approccio di lavoro orientato a gestire efficacemente il processo di “transizione” da intuizioni di minoranze attive che colgono elementi di valore dalla discontinuità, a veri e propri modelli organizzativi in cui si ritrova e si riconosce la comunità stessa.

Due aspetti fondamentali qualificano questo approccio: in primo luogo si tratta di un processo che avviene in corso d’opera sviluppandosi sia in senso incrementale (dall’intuizione al progetto), sia in direzione bottom-up (dal micro al macro). In secondo luogo si tratta di un tipo di apprendimento che è sempre relativo e strategico, nel senso che tiene conto delle condizioni di partenza (le risorse a disposizione e i dati di contesto) e del tipo di sfida (la specifica challenge) da affrontare, focalizzando le caratteristiche del problema ma anche le opportunità che possono derivarne per reinventare l’ambiente operando negli spazi lasciati liberi dallo status quo compromesso. D’altra parte, proprio in quanto approccio particolarmente adatto alle situazioni caratterizzate da problematiche complesse e intrecciate e da un significativo grado di incertezza rispetto alle soluzioni da adottare, la resilienza sociale (o resilienza di comunità) presuppone un forte orientamento alla sperimentazione e una significativa disponibilità a gestire in modo flessibile il processo.

A differenza delle logiche di intervento adatte a situazioni problematiche note e a contesti d’interazione stereotipati, nei quali “si sa da dove partire e verso dove si va” (Cottino, 2009a), in questo genere di circostanze la “transizione” che ci si propone di governare attraverso la mobilitazione della comunità, è infatti quella tra una situazione problematica nota, ma di difficile interpretazione, e una visione del futuro che è destinata ad assumere connotati più chiari solo in corso d’opera. Da questo punto di vista, il processo di resilienza di comunità si lega meno ai consueti modelli di programmazione e progettazione sociale e più alla logica “imprenditoriale”, intesa come attivazione pionieristica per provare a trasformare in progetto un’intuizione. Pare, pertanto, particolarmente appropriato in questo caso parlare di “impresa sociale”: non solo e non tanto in relazione alla capacità (potenziale) dell’iniziativa di affrontare un problema sociale ma per via della capacità (effettiva) dell’iniziativa di attivare molteplici componenti della società locale. Impresa sociale come intrapresa collettiva, dunque, anche e soprattutto perché presuppone una socializzazione del rischio prima che (e in funzione de) una socializzazione dei benefici.

 

Rigenerazione urbana: l’impresa della resilienza sociale

Sono molteplici i possibili punti di innesco dei processi di resilienza di comunità: in anni recenti, ad esempio, hanno preso a diffondersi e moltiplicarsi iniziative locali, progetti e politiche esplicitamente rivolti alla creazione di processi di questo genere attorno alla prospettiva della rigenerazione urbana. Si allude alle situazioni nelle quali il processo è stato sviluppato a partire dalla promozione di iniziative di riattivazione di spazi e/o di strutture dismesse presenti in un determinato contesto; ciò è avvenuto tramite l’organizzazione di forme di collaborazione tra attori locali e attori esterni, l’impiego di risorse molteplici e facendo attenzione ad impattare sul più ampio sistema delle relazioni sociali locali e incidere sulla valorizzazione dell’ambiente naturale circostante.

Per citarne soltanto alcuni, il programma Bollenti Spiriti della Regione Puglia, il progetto Spazi Opportunità promosso da Manifetso2020 nella città di Trieste, le piattaforme su scala regionale/nazionale Impossible Living e Pophub (un progetto di ricerca vincitore del bando Smart Cities and Social Innovation nell’ambito del PON “Ricerca e Competitività” 2007-2013): una catalogazione più ampia e articolata di queste esperienze è contenuta nel volume di recentissima pubblicazione di Adriano Paolella (Paolella, 2015). Nel frattempo ricerche e studi fondati sull’analisi e l’interpretazione di casi e buone pratiche in Italia e all’estero, hanno fornito sia contributi per la modellizzazione dell’approccio progettuale che è utile seguire a supporto dei processi di community reuse, che raccomandazioni per gli attori interessati a promuovere questo genere di processi. In particolare, il data-base generato attraverso il progetto URBAN REUSE indirizzato a raccogliere e analizzare buone pratiche di governance locale per il riuso sociale e creativo di aree dismesse (www.urban-reuse.eu) ha fornito gli spunti per una riflessione4 in merito al tipo di supporto che può essere offerto da istituzioni e donors, assumendo un innovativo ruolo di enabler di processi aperti al coinvolgimento delle diverse anime della comunità per promuovere iniziative ispirate alla logica della sussidiarietà orizzontale (Cottino, Zeppetella, 2009).

E’ pur vero che interlocutore primo e necessario per le istituzioni interessate ad attivare questo genere di processi è comunque il terzo settore, che per configurazione giuridica (nonprofit) e competenze (gestionali) costituisce il perno indispensabile dell’architettura organizzativa per qualsiasi iniziativa che intenda rimettere in gioco beni pubblici e/o attivare nuovi beni comuni. Le sperimentazioni che oggi - sostenute prevalentemente da finanziamenti legati a bandi promossi da fondazioni e/o da programmi di sviluppo straordinari - coinvolgono le organizzazioni e le associazioni nonprofit costituiscono il “banco di prova” per verificare e dimostrare l’efficacia dell’approccio comunitario quale volano per un nuovo modello di rivitalizzazione territoriale.

Tuttavia l’impegno nel campo delle politiche integrate di rigenerazione urbana presuppone per il terzo settore un cambiamento di prospettiva molto rilevante rispetto alla tradizione dell’intervento a servizio e/o a completamento delle politiche pubbliche settoriali. Il cambiamento richiesto per affrontare la gestione di processi di riuso di beni immobili e spazi abbandonati o sottoutilizzati presenta una duplice sfaccettatura: oltre al passaggio ad una logica imprenditoriale, che aggiunge rischi e incertezze, va considerata anche la necessità di affrontare nodi progettuali più complessi e articolati.

Il problema, infatti, non è solo quello di individuare nuove funzioni in qualche modo auto-sostenibili con cui riempire di nuovi contenuti spazi disponibili: per quanto quest’ultima rappresenti la condizione minima e anche il pretesto per l’innesco dei processi di cui parliamo, l’effetto di “rigenerazione” che si intende produrre ha a che fare con la produzione di impatti (diretti e/o indiretti) sul contesto territoriale, in termini di riattivazione economica, promozione sociale, valorizzazione ambientale, rivitalizzazione culturale, etc.

Detto altrimenti, l’impresa della riconversione di beni e proprietà immobiliari dismessi o sottoutilizzati del riuso si connette alla sfida della rigenerazione urbana se il progetto sviluppa la capacità di sollecitare in modo strategico il contesto territoriale, rappresentando uno strumento (pur non esclusivo) di controllo delle diverse dimensioni legate alla sua trasformazione. Proprio per questo si tratta di una sfida difficilmente risolvibile con il solo impiego del bagaglio di strumenti progettuali tradizionalmente nelle corde del mondo della cooperazione. L’innovazione richiede di aprirsi all’intersezione con punti di vista e competenze plurime e volgersi ad accogliere anche stimoli e proposte metodologiche solitamente non incluse nel campo della progettazione sociale.

Un’intersezione sperimentata a più riprese in anni recenti5, in occasione delle iniziative progettuali avviate per alcune candidature a bandi di finanziamento innovativi, è quella tra la cultura della progettazione sociale con il mondo del design strategico delle politiche pubbliche (Howlett, 2011), ed in particolare con l’approccio e le metodologie dell’urban policy design, (Cottino, 2009b), nell’ambito del quale:

  • la promozione di forme efficaci di collaborazione tra più attori è considerata condizione per garantire la fattibilità delle strategie di rigenerazione;
  • il riconoscimento delle potenzialità del contesto e la loro attivazione è il fattore a cui si affida il successo dei progetti di sviluppo.

Tra i tanti nodi operativi rilevanti che questa intersezione ha contribuito a far emergere dell’innovazione metodologica necessaria per la costruzione di progetti d’impresa sociale, in questa sede se ne evidenziano sinteticamente tre:

  • un primo nodo riguarda le modalità di analisi del contesto territoriale, dalle quali dipende la possibilità di strutturare in modo articolato il campo del progetto;
  • il secondo riguarda le modalità d’impiego e la funzione strumentale che può essere attribuita gli spazi fisici all’interno del percorso progettuale;
  • il terzo riguarda le modalità di individuazione e di coinvolgimento delle risorse esterne - intese in senso ampio, non solo economico e di mercato - necessarie per lo sviluppo del progetto stesso.

Angela Colucci Politecnico di Milano

Paolo Cottino K-City